Confusione giuridica, e bengalese in galera bis


 I fatti sono che il violentatore bengalese arrestato e liberato, oggi è di nuovo in gattabuia. La pubblica opinione, me compreso, immagino sia contenta al 90%, dopo aver ritenuta assurda la sua liberazione e bella vita a spasso.

D’accordo. Però c’è anche l’altro 10%, e tra questi cito un valentissimo giudice, il quale ci ha spiegato che, da un punto di vista tecnico e in punta di diritto, la GIP dalla scarcerazione facile tuttavia avrebbe ragione. Credo però che abbiano ragione anche i magistrati che hanno riportato al gabbio il presunto colpevole. Conclusione, “grande è la confusione sotto il cielo”, e uno va o non va in carcere secondo le diverse interpretazioni della stessa norma da parte del giudice Tizio/a o del giudice Caia/o.

Aggiungo io che è legittimo il dubbio che nel procedimento abbiano inciso prima l’ideologia buonista (tana liberi tutti) poi la nuova potente tendenza mondiale diciamo di destra. Ebbene, se l’arresto bis è anche effetto di una sensibilità diciamo reazionaria, io posso anche essere contento; però se domani (quod Deus avertat) tornasse di moda il buonismo e perdonismo eccetera, allora succederebbe che di nuovo vedremmo a passeggio, con ogni onore e gloria, simpaticoni quali Jack lo Squartatore, la contessa Bathori, Landru, De Sade e intere tribù di cannibali, tutti, costituzione alla mano e ubbie di Rousseau sulla bontà naturale dell’uomo, tutti da “rieducare”.

Al singolo cittadino può capitare, a caso, di finire sotto Tizia/o e sotto Mevio/a e Sempronia/o e le loro opinioni, quindi essere ammanettato. oppure invitato a cena, secondo come qualcuno legge la stessa norma.

Ovvio dunque che è sbagliata la norma, scritta male e per lasciare campo a ogni fantasia, incluse le interpretazioni interne e internazionali e filosofiche e partitiche. Provate a immaginare che un divieto di sosta sia multato o meno secondo come la pensa il vigile sull’urbanistica e sul traffico!

E invece servono norme semplicissime e chiare e inequivocabili, e non esposte a riflessioni ideologiche, e nemmeno – anzi, TANTO MENO – alle simpatie o antipatie dei partiti e dei giornali e delle chiacchierate tra amici.

Come le voglio io, le norme? Lineari e chiarissime. Come voglio i giudici? Che a casa loro possano manifestare tutte le ideologie di questo e dell’altro mondo, però le devono lasciare a casa, quando salgono in cattedra e indossano la toga.

Ulderico Nisticò