Hoc Rhodus, hic salta, ovvero, numeri ufficiali alla mano, ha votato il 30%, cioè manca il 20 per il fatale 50%+1. I proponenti sconfitti ora s’inventeranno la qualunque cosa, dai brogli al fato maligno; ma i numeri sono numeri: hanno votato 15 milioni di elettori su un totale di 45. Alcune rapide considerazioni:
1. I numeri sono numeri.
2. Il quorum è uno strumento necessario; senza, ogni referendum passerebbe con quattro votanti e voti.
3. Se i proponenti (cito, in concordia discors, Landini ed Elly forse concorrenti alla segreteria PD) si fossero limitati a parlare dei quesiti, senza buttarla in politica, avrebbero sì perso lo stesso, ma forse in modo meno spettacolare.
4. L’hanno buttata in politica, e abbiamo sentito in tv e letto che i referendum miravano allo scopo di far cadere il governo. Ovvio che gli elettori i quali sostengono il governo (o come il meglio o come il meno peggio: è sempre così dai tempi dei re Italo e di Romolo) hanno pensato bene di non aiutare gli altri in tale intenzione. Mica succede che un giocatore della Norvegia tifi per l’Italia: e l’abbiamo patito!
5. Non sono stati convincenti espedienti di chiamare in causa un vago cenno della carta del 1948, mai seguito da una legge applicativa; o di gabbare gli amici con “vai a votare e vota no”, essendo evidente che votare era equivalente a votare sì; o entrate a gamba tesa in tonaca, legittimi ma inopportuni…
6. Se io (quod deus avertat) fossi di sinistra, mi riunirei al chiuso per analizzare la sconfitta, invece di accampare patetiche scuse e inventare vittorie che mai furono.
7. Dei quesiti, quel poco che si capiva, parliamo un’altra volta. Oppure ce li dimenticheremo.
È l’istituto del referendum che va discusso e modificato, come diversi contenuti della carta del 1948. Allora cinquecentomila firme erano difficili da raggiungere; oggi, in tempi profondamente cambiati (in meglio o in peggio, boh!), ce ne vorrebbero almeno due milioni. E all’antica, con penna nera o blu.
E se mai un referendum serio passa, allora bisogna applicarlo. Il referendum del 1987 sulla responsabilità dei giudici è totalmente caduto nel vuoto; e lo stesso, quello del 2011 sull’acqua pubblica.
Ulderico Nisticò