Dante 2021: ce la faremo, a sprecare l’occasione?

Simbolo gioachimita e dantesco 

Simbolo gioachimita e dantesco

A Ravenna, dove morì il 14 settembre 1321, e se ne mostra la tomba, iniziano le celebrazioni di Dante: ora, con un bell’anno di anticipo. Di una simile intenzione calabrese, non sento notizie; e comincio a temere che il Sommo vada a fare compagnia a s. Francesco, Sirleto, s. Nilo, Giglio, Campanella, Telesio… e tutte le circostanze di cui si poteva approfittare per dar vita a manifestazioni culturali e popolari.

Ora immagino che qualche scemo/a del villaggio se ne esca con l’originalissima osservazione che l’Alighieri nacque a Firenze (1265, giorno imprecisato dei Gemelli), e quindi che c’azzecca la Calabria? Rispondo che temo la Calabria nulla faccia, come con Campanella di Stilo, s. Francesco di Paola, Giglio di Cirò eccetera; dunque non per ragioni anagrafiche e topografiche, ma di pigrizia.

Rispondo poi che, udite udite, non ci sarebbe la Commedia, senza Gioacchino da Fiore, il quale era di Celico. Tutto il Poema è di impianto gioachimita, sia nell’ispirazione trinitaria, sia nella struttura triadica, sia nell’afflato verso l’ordine universale. L’Inferno è la severità, il Purgatorio la misericordia, il Paradiso la pace nella volontà di Dio. Ecco l’essenza del pensiero di Gioacchino.

C’è da dire che il profeta era stato non condannato, ma dichiarato “errato” dalla Chiesa; e s. Tommaso d’Aquino, l’altro ispiratore di Dante, lo giudica dotato di intelligenza della storia, ma non di profezia. Dante non poteva, non doveva dunque dichiararsi esplicitamente seguace di Gioacchino, e lo fa attraverso le immagini e molti richiami, iniziando dalle tre belve della selva oscura. Del resto, non sarebbe la prima e la sola contraddizione di Dante, il quale era un poeta di vasti interessi culturali, ma prima di tutto un poeta. E anche a profezie, se la cavava malissimo: annunzia l’imminente distruzione di Firenze, che è ancora lì e campa serena; eccetera per i conti di Conio, Cangrande…
Guardate quanto lavoro si potrebbe fare, anche per rendere popolare il Poema, a parte le rifritture di Francesca e Ulisse; i canti sono cento, non due! Se vi dico Piccarda, Guido, Manfredi, Pier delle Vigne, Carlo Martello… mi figuro che facce da “Ma questo che vuole?”

Secondo me, il più che ci possiamo aspettare è un convegno tipo quello di Sirleto a Roma, di cui non si seppe niente manco su un foglio parrocchiale di Fregene. O, peggio, relazioni del dott prof comm ing megadirigente galattico, durante la monotonica LETTURA della quale dorme anche lui, pensate il pubblico.

Oh, se la Regione avesse orecchie da intendere, e assumesse un’iniziativa. Bene inteso, di cultura genuina e di popolo, non affidandosi a qualche mummia vedi sopra.

O ancora una volta di Gioacchino si ricorderanno solo altrove? Vi ricordate Obama, che lo citò in campagna elettorale? A sproposito e con messaggi massonici, ma non un gatto morto, in Calabria, che se ne accorgesse e scrivesse un mezzo articolo!
Beh, io ci ho provato.

Ulderico Nisticò