Dante senza la Calabria

Dante e Beatrice, di Cesare Augusto Taverna

Dante (Durante) nacque a Fiorenza, poi detta Firenze, in data ignota sotto i Gemelli del 1265. La famiglia, nota già come Alighieri (“di Alighiero”), discendeva da Cacciaguida, fatto miles (cavaliere) dall’imperatore Corrado (II o III?) e morto martire contro i musulmani; perciò gli sono dedicati i canti dal XIV al XVIII del Paradiso. Vantava anche altra e altissima nobiltà, ma Cecco Angiolieri piglia in giro Dante a questo proposito. Modestamente benestante, Dante studiò con Domenicani e Francescani (canti XI e XII Par.), e con Brunetto Latini (XV Inf.); Fiorenza non aveva un’università, e forse Dante fu per qualche tempo a Bologna; ma entra a buon diritto tra i grandi italiani non laureati: Boccaccio, Ariosto, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, d’Annunzio, Croce, Marconi… il Petrarca ebbe una laurea ad honorem.

Nato guelfo di parte bianca (ma nel VI del Par. condanna sia guelfi sia ghibellini), Dante partecipa in prima linea alle guerre contro Aretini e Pisani. A Campaldino, 1289, era tra i cavalieri che, d’impeto del suo futuro nemico Corso Donati, sgominarono Bonconte, il cui corpo non fu mai ritrovato (Purg. V). Per non passare da intellettuale, di questo passato guerresco si onora e lo ricorda più volte.

Fece, come tutti i giovani fiorentini (così erano già chiamati gli abitanti di Fiorenza) di buona famiglia, ebbe incarichi politici, e lo troviamo tra i priori. Nel 1302 venne a maturazione il piano di papa Bonifazio VIII, poi ripetutamente condannato, e in specie in Inf. XIX e XXVII, di favorire il potere dei guelfi neri. Dante, condannato all’esilio, non tornerà mai più in patria. In tutto il Poema si profetizza tale sorte, che viene esplicitata da Cacciaguida in Par. XVII, con quello che forse è il verso più carnale che sia mai stato composto: “tu proverai siccome sa di sale / lo pane altrui”; il pane di Fiorenza era ed è sciocco.

Era celebre da molto tempo, e, caso non comune nella letteratura italiana, popolare. Poeta stilnovista, si vanta di aver rivoluzionato la versificazione italiana, intellettualistica nei Siciliani e Toscani (il “nodo” di Purg. XXIV), e dallo stilnovo resa libera e spontanea:

i’ mi sono un che, quando
amor mi spira, noto, ed a quel modo
che ditta dentro vo significando,
a perpetua vergogna dei professori che, spiegando una poesia, ne cercano “il contenuto”, il più delle volte spremendo invano il limone.

Da stilnovista, ama Beatrice, ovviamente da lontano, irraggiungibile come dev’essere ogni amore, e come Esclarmonda nel suo Montsegur o Montserrat dei Pirenei, modello dei provenzali. Dal cielo dove la morte l’ha sublimata, ella salva Dante dalla selva oscura, e lo rimprovera per i peccati come simbolo della Teologia… e dei tradimenti come donna (Purg. XXX).

La selva oscura è un periodo di traviamento morale (leggete il terribile sonetto contro di lui di Guido Cavalcanti, poi ricambiato in Inf. X), e di smarrimento del senso della vita. Qualcuno ha persino sospettato che la condanna per baratteria non fosse solo l’evidente uso politico della giustizia; e il Carducci scrisse per questo un ironico sonetto. Del resto, Dante supera la lonza, supera il leone… ma ha ben più dure difficoltà con la lupa. Meditate…

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La Divina Commedia è un poema toscoromagnolo, con qualche puntata lombarda; il Meridione compare di meno, con Pier delle Vigne (Inf. XIII), Manfredi (Purg. III), Costanza (Par. III), Carlo Martello d’Angiò (Par. VIII). Tuttavia è certo che Dante dipende in parte dal razionalismo di san Tommaso d’Aquino, di altissima nobiltà longobarda meridionale; e in parte forse maggiore dal pensiero di Gioacchino da Fiore, quello che chiama (Par. XII)
il calavrese abate Gioacchino
di spirito profetico dotato.

La visione triadica di Gioacchino si mostra evidente nella struttura del Poema, fondata sul tre come il pensiero gioachimita: età del Padre, del Figlio, dello Spirito; e viaggio spirituale verso il “sabatizzare”, il mondo futuro della pace spirituale. In questo senso è profeta Gioacchino, non nel banale indovinare il futuro, cosa che a quasi nessun profeta religioso mai riuscì, e soprattutto mai riuscirà a nessun profeta laico e filosofo: esempi, Hegel e Marx, per non dire di scartine come Fukujama.

Questo basti, o ci vorrebbe un libro – e forse lo stiamo scrivendo. In questo 2021, centenario del 14 settembre 1321 in cui Dante morì, la Calabria dovrebbe essere in prima linea come Dante a Campaldino; e invece se ne disinteressa in maniera orizzontale e verticale e a trecentossessanta gradi e ritorno.

Nessuna iniziativa viene assunta dalla Regione; idem per Province e Comuni. Completamente assente l’università di Cosenza, che ha una Facoltà di lettere; ma anche Catanzaro e Reggio ci dormono sopra, e così le varie università disseminate e di esistenza quasi ignota. Idem per le associazioni culturali o sedicenti tali, più brave a organizzare cene obbligatorie che convegni su Dante. Quanto a scrittori e poeti superpremiati (€€€), sono troppo occupati con i piagnistei, per esaltarsi con un verso dell’Alighieri.

A questo punto, ragazzi, come sempre ci devo pensare io. Prendete nota:
Da lunedì 8, e ogni settimana ogni lunedì e mercoledì, Telejonio, canale 73, manda in onda LETTURA E COMMENTO DELLA DIVINA COMMEDIA, di Ulderico Nisticò, nel centenario di Dante; le puntate, andranno dopo i tg delle 18.30, 20.30, 22.30 e repliche 07 e 14, e saranno disponibili in Youtube di Telejonio Mondialvideo.

Ulderico Nisticò