Divagazioni su urne, referendum e plebisciti

 Iniziamo con l’Italia. Se gli elettori all’estero possono votare per posta, come mai non lo si consente nel territorio nazionale, evitando così viaggi e spese? S’intende, con le dovute cautele. Per il voto senza cautele negli USA, si ricordi la cronaca.

 Quanto al voto regionale e comunale, è ora di un controllo sugli elettori esteri fantasma. La Calabria conta ben trecentomila esteri, che, ovviamente, mai verranno personalmente a votare, però falsano gravemente le statistiche. In un paesino a me caro, i cui elettori veri sono 1.900, ne risultano invece 3.400!!! Che fare? Mandare una circolare ad ambasciate e consolati, perché chiedano agli interessati se intendano votare o no; e state certi che l’80% risulterà irreperibile, e da cancellare al volo dagli elenchi.

 Quest’anno, votano per il senato anche i diciottenni. Viene meno così l’ultimissima forma che distingueva il senato dalla camera: un altro ottimo motivo per abolire il senato.

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 Per quanto ne sappiamo noi, gli abitanti del Donbass e contermini sono di stirpe e lingua russe, e non sono ucraini. Il referendum però lascerà lo stesso strascici di dubbi e di polemiche; e ciò è avvenuto quasi sempre nei referendum e plebisciti della storia, che avvengono, di solito, in condizioni eccezionali e caotiche. Vediamo un poco di storia italiana.

 Gli avvenimenti che, dal 1859 al ’61, poi 1866, condussero all’unificazione politica ebbero una genesi politica negli accordi tra Cavour e Napoleone III, e militare nella Seconda guerra d’indipendenza; con ulteriori complicazioni che, per farla breve, condussero all’annessione al Regno di Sardegna di Lombardia, ceduta, senza Mantova, dall’Austria per Trattato di pace di Zurigo; e di Parma, Modena, Toscana e Bologna per effetto del Trattato di Torino con la Francia, e con plebisciti. Nemmeno tutto andò così liscio: la Toscana pretese e ottenne di mantenere il Codice Leopoldino, unico caso di assetto giuridico federale in Italia, ma solo fino al 1890; e rimase a lungo la nostalgia di alcuni per “la Toscanina”; il piccolo esercito del duca di Modena seguì questi in esilio.

 Napoleone III, sostanzialmente sconfitto nel suo progetto di egemonia sull’Italia, pretese la cessione di Savoia e Nizza. La Savoia era, più o meno, di lingua francese; ma Nizza era italianissima, e pochi mesi prima l’intero Consiglio Comunale aveva supplicato il re di non vendere la città. Ebbene, il plebiscito diede, su 43.000 elettori… indovinate: 43.000 sì per la Francia. Ecco un ottimo modo per evitare agli scrutatori la fatica di leggere le schede, arrivate da Parigi già votate!

 Battute le truppe pontificie, un plebiscito sancì l’annessione di Marche e Umbria. Carlo Leopardi, fratello di Giacomo, si rifiutò di votare per fedeltà al papa. Chissà cos’avrebbe fatto il poeta, se non fosse morto nel 1837? Beh, critica nelle Lettere il governo pontificio; ma nei Paralipomeni non mostra nessunissima simpatia per i Savoia e per i liberali.

 Quando si tennero i plebisciti di Sicilia e di Napoli (21 ottobre 1861), Garibaldi aveva già da un pezzo conquistato la Sicilia con qualche scontro, e il continente con una passeggiata conclusa dal poco solenne ingresso nella capitale non in groppa a focoso cavallo ma seduto sopra un comodo treno; e aveva battuto Francesco II nell’unica vera battaglia, quella del Volturno, dove i pochi soldati valenti del Regno lo avevano messo in gravi difficoltà, e lo stavano respingendo, se fossero stati guidati in modo maschio e serio. Intanto era arrivato Vittorio Emanuele proprio per fermare Garibaldi sulla strada di Roma, e aveva a sua volta occupato del territorio, a cose fatte poi entrando a Napoli. I plebisciti si svolsero comunque in stato di occupazione militare, ed è molto improbabile che i risultati di quasi il 100% a favore fossero credibili. Da notare che parte non piccola del Meridione era in rivolta armata borboniana, il cosiddetto brigantaggio; e Francesco II era ancora a Gaeta.

 Leggete il Gattopardo. Il principe, borbonico ma rassegnato, e pensando che il Savoia è sempre meglio di Mazzini, vota sì; Tumeo, fedelissimo ai Borbone, vota no; Sedara, lestofante liberale in carriera (sarà deputato, il che insegna molto sulla classe politica meridionale di allora e di oggi), falsifica anche l’umile onesto voto del povero Ciccio.

 Ma ecco un bell’esempio di “cosa fatta capo ha”, e il Regno d’Italia fu rapidamente proclamato il 17 marzo 1861, con una legge di un solo articolo che cancellava tutti i precedenti Stati, plebisciti inclusi.

 Anche i plebisciti del 1866 in Veneto suscitarono perplessità. Le annessioni all’Italia di Trento, Bolzano, Venezia Giulia, Istria, Zara, poi Fiume, avvennero, in modo più spiccio, per Trattato di pace; e tanto meno la Iugoslavia comunista di Tito fece votare qualcuno per prendersi le terre orientali. Trieste nel 1954 tornò all’Italia senza formalità.

 Intanto non si placarono, per anni, le proteste dei monarchici sul referendum istituzionale del 2 giugno 1946, del resto vinto dalla repubblica solo di misura.

 Ah, ora vi lascio con un esempio genuino. Finita la Seconda guerra mondiale, venne istituita una “Regione europea”, la Saar, piccola ma ricchissima di miniere. Era un palese tentativo della Francia di metterci le mani; ma un referendum del 23 ottobre 1955 sancì il passaggio all’allora Germania Occidentale.

 Come vedete, plebiscito e referendum non sempre sono sinonimi.

Ulderico Nisticò