​«È il peggiore di tutti»: così i clan segnano Nicola Gratteri


Tra minacce mafiose e attacchi politici: il Procuratore di Napoli nel mirino. La replica: «Ho superato la paura 35 anni fa».

​NAPOLI – «Dopo Falcone e Borsellino ne è uscito fuori un altro». Basterebbe questa frase, captata dai microfoni dei Carabinieri durante un’intercettazione ambientale, per restituire la misura della tensione che circonda Nicola Gratteri.

A parlare non sono avversari politici, ma uomini dei clan. Il paragone è con i martiri di Capaci e via D’Amelio; il giudizio della criminalità organizzata è netto: «È il peggiore che abbiamo». Alla domanda se sia ancora vivo, la risposta è un laconico: «Sì, è ancora vivo».

​Un bersaglio mobile

​Il Procuratore di Napoli si ritrova oggi al centro di una morsa pericolosa. Se da un lato la ’ndrangheta e la criminalità organizzata continuano a vederlo come l’ostacolo principale ai propri affari, dall’altro il magistrato è finito sotto il «fuoco amico» della politica.

​Il pomo della discordia è il fermo “No” di Gratteri al referendum sulla separazione delle carriere, una posizione che ha scatenato una pioggia di critiche da parte della maggioranza di governo. Gli attacchi, arrivati principalmente dall’area che sostiene Giorgia Meloni, non si sono limitati al merito della riforma.

​Lo scontro con via Arenula

​La tensione è salita alle stelle dopo che il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha evocato la necessità di test psicoattitudinali per i magistrati, una mossa letta da molti come una provocazione diretta proprio a figure come Gratteri. Non sono mancate minacce di interrogazioni parlamentari e procedimenti disciplinari.

​La risposta del magistrato, però, non si è fatta attendere. Con la consueta fermezza di chi vive sotto scorta da decenni, Gratteri ha rispedito al mittente ogni tentativo di condizionamento:

​«Il senso della paura l’ho superato 35 anni fa. Non è con questi attacchi e con le minacce di interrogazioni parlamentari o procedimenti disciplinari che mi si mette a tacere».

​La solitudine del magistrato

​Il paradosso emerso dalle ultime indagini è inquietante: mentre una parte della politica ne mette in discussione l’equilibrio e l’operato, i clan ne riconoscono — a modo loro — l’efficacia, elevandolo a nemico numero uno.

​Il paragone con Falcone e Borsellino fatto dai boss non è solo una medaglia al valore civile, ma un monito drammatico sulla sicurezza di un uomo che, oggi più che mai, sembra trovarsi in quella “zona grigia” dove il dissenso istituzionale rischia di alimentare pericolosamente l’isolamento del singolo servitore dello Stato.