E se Dante fosse (stato) calabrese?

Il comico Rocco Barbaro rilegge il canto di Ulisse (dall’Inferno dantesco) con l’idioma reggino. Divertente o sorprendente?
Diamo i numeri? Nel 1307 Dante (Alighieri), migrante in Padania e dintorni (in Calabria non ci arrivò mai, ma mica c’erano le frecce), inizia la stesura della Divina Commedia (anzi: della Comedìa, perché quel “divina” gliel’appioppò il Boccaccio più tardi).

520 anni più tardi, Alessandro (Manzoni) non soddisfatto della piegalingua presa dai suoi promessi coniugi va a “sciacquare i panni in Arno”. E’ infatti convinto che la lingua di Dante sia quella a cui l’italiano per essere italiano deve rifarsi. Bella mossa? Be’, nessuno dice il contrario, ma il fatto è che così accadendo tutte le altre “lingue” diventano periferiche, e il calabrese retrocede a lingua più periferica della periferia.

Eppure tra cantica e tarantella la distanza non è poi così inazzerabile. A metà del Novecento il sacerdote-poeta Giuseppe Blasi (calabrese di nascita, siciliano di formazione) decide di compiere un’opera titanica: la traduzione di tutti i canti della Divina Commedia in dialetto calabrese. “Prima di morire – scriveva – vorrei che i giovani calabresi, istruiti o meno, avessero la possibilità di accostarsi alla mia versione della Commedia. Diversamente sarebbe il caso che il mio dattiloscritto finisse nel laboratorio artigianale di un buon pirotecnico”. In realtà, curata da Umberto Di Stilo, la Divina Commedia nel dialetto calabrese di Laureana di Borrello (Reggio Calabria) di don Blasi viene pubblicata dieci anni fa. A tiratura e diffusione limitatissima, ben lontana dal botto a cui accennava il suo autore.

E dunque? Arriviamo ai giorni nostri, al 700° anniversario della morte di Dante. Per ricordarlo si è ispirata al sommo poeta persino una nota marca di gelato che ha creato tre ricoperti al gusto inferno, purgatorio e paradiso. Roba refrigerata dell’altro mondo.

Ma nel nostro, in questo mondo, a rileggere Dante a modo suo – in modo esilarante e affatto gratuito – ci ha pensato il comico del faccioquellochevoglio: Rocco Barbaro.

La sua interpretazione del canto XXVI dell’Inferno – le terzine sono quelle con la voce declamante di Ulisse – è un’opera d’arte nell’arte.

Altro che panni a mollo nell’Arno. Rocco Barbaro ha sciacquato la Commedia nel Calopinace. E ci piace.

   Emanuela Da Ros