Dalla Calabria la denuncia dell’imprenditore: caro energia, alimenti sempre meno accessibili e gioco d’azzardo come sintomo di disagio sociale. Al centro, la richiesta di misure concrete per sostenere chi fatica ad arrivare a fine mese
La crisi non è un grafico, ma una tavola sempre più povera, una casa riscaldata meno del necessario, una spesa fatta scegliendo non il prodotto migliore ma quello che costa meno. È da qui che Giovanni Sgrò, imprenditore calabrese di Soverato, è partito questa mattina durante il programma Re Start su Rai 3, portando in televisione il volto più concreto dell’emergenza economica: quello delle famiglie che vivono con redditi bassi e che ogni giorno devono fare i conti con aumenti, rinunce e precarietà.
Nel suo intervento, ospite di Annalisa Bruchi, Sgrò ha richiamato l’attenzione su una Calabria dove il reddito pro capite resta molto distante da quello delle regioni più forti del Nord e dove, proprio per questo, ogni aumento pesa di più. Ha citato il caso del pellet, combustibile su cui molte famiglie avevano investito per contenere i costi del riscaldamento, ma che oggi risulta drasticamente rincarato. Un paradosso che colpisce una fascia sociale già fragile, costretta a rivedere consumi e abitudini persino su beni essenziali.
Il cuore del ragionamento di Sgrò è tutto qui: quando i redditi sono troppo bassi, anche il cibo di qualità rischia di diventare un lusso. Lo dimostra, ha spiegato, la distanza crescente tra i prodotti di filiera certificata e quelli di fascia più economica, spesso importati dall’estero, che per molte famiglie diventano l’unica scelta possibile. Non si tratta di una libera preferenza del consumatore, ma di una necessità imposta dalla contrazione del potere d’acquisto. E in questo scenario, ha sottolineato, servono politiche che aiutino davvero i redditi medio-bassi, perché senza sostegno ai consumi popolari si indebolisce l’economia reale, quella che tiene in piedi territori, lavoro e piccole attività.
Nel suo intervento, Sgrò ha anche lasciato emergere, con misura, l’attenzione che la sua attività commerciale – legata al progetto culturale Naturium – riserva concretamente ai bisogni dei consumatori. In un contesto segnato dal carovita e dalla contrazione del potere d’acquisto, l’offerta viene infatti calibrata per rispondere a fasce diverse di spesa, cercando di garantire convenienza, accessibilità e possibilità di scelta. Un approccio che non rinuncia alla qualità, ma che prova ad accompagnare con realismo le difficoltà quotidiane di tante famiglie.
Sgrò ha poi allargato il discorso a un altro dato inquietante: l’espansione del gioco d’azzardo, letto non solo come emergenza sociale ma anche come segnale economico. Quei soldi spesi nell’illusione di una vincita, ha fatto capire, sono risorse sottratte ai consumi sani, al commercio di prossimità, alla qualità dell’alimentazione. È la fotografia di una disperazione silenziosa, che cerca scorciatoie dove invece servirebbero protezioni, redditi più solidi e maggiore attenzione pubblica.
C’è, nel suo ragionamento, anche una nota amara ma realistica: la crisi ha reso le persone più attente e ha ridotto gli sprechi alimentari. Ma sarebbe un errore scambiare questa maggiore oculatezza per un segnale positivo in sé. Quando si butta meno cibo perché si compra meno, non siamo davanti a una virtù ritrovata, ma a una difficoltà che avanza. Ed è proprio questo il punto politico e sociale sollevato da Sgrò su Rai 3: il Paese non può limitarsi a registrare i rincari, deve interrogarsi su chi li sta pagando davvero. E oggi, ancora una volta, a pagare il prezzo più alto sono i ceti medio-bassi.
Sullo sfondo, resta la questione più dura, quella che in Calabria pesa come un macigno su migliaia di vite: redditi troppo bassi per reggere l’urto della crisi. Giovanni Sgrò lo ha ricordato con un riferimento preciso anche alle cosiddette pensioni di invalidità, cifre minime che, nella sostanza, assomigliano più a un fragile sostegno alla povertà che a una vera tutela sociale. In una regione dove tante persone vivono con importi così bassi, ogni aumento di energia, alimenti e beni essenziali diventa insostenibile. Ed è proprio da qui che dovrebbe ripartire ogni riflessione seria sull’economia del Sud: dalla difesa concreta della dignità quotidiana di chi ha meno.