Esiste un altro ceppo di coronavirus più contagioso e pericoloso?

Uno studio del Los Alamos National Laboratory sostiene che il coronavirus Sars-Cov-2 sia mutato e che un nuovo ceppo, più contagioso e forse anche più pericoloso, stia guidando ora la pandemia. La comunità scientifica però è divisa sulle conclusioni della ricerca, per alcuni troppo speculativa.

Da metà marzo ci sarebbe un nuovo nuovo coronavirus a dominare il mondo perpetrando la pandemia di Covid-19. A sostenerlo è un team di ricercatori del Los Alamos National Laboratory (Usa), coadiuvato da ricercatori del Duke Human Vaccine Institute (Usa) e dell’università di Sheffield (Uk), che dicono di aver individuato 14 mutazioni nella proteina spike confrontando 6mila sequenze genetiche virali. Una mutazione in particolare avrebbe dato origine a un secondo ceppo di Sars-Cov-2 in grado di replicarsi in modo più efficiente. Il rischio, avvertono gli scienziati, è che questo secondo ceppo sia più contagioso e più pericoloso, e che possa vanificare gli sforzi finora fatti per sviluppare un vaccino. Le prime reazioni della comunità scientifica alla ricerca, i cui risultati sono disponibili sulla piattaforma di preprint bioRxiv e quindi non ancora sottoposti a peer-review, suggeriscono prudenza: lo studio è interessante e merita attenzione ma alcune conclusioni sono troppo speculative, non sostenute da prove sperimentali.

Nel documento di 33 pagine su bioRxiv, Bette Korber e colleghi riportano la loro analisi su 6mila sequenze genetiche del virus Sars-Cov-2 raccolte in diverse parti del mondo dalla Global Initiative for Sharing All Influenza Data, un’organizzazione pubblico-privata tedesca, riferendo di aver individuato 14 mutazioni nella sequenza della proteina spike del virus.

Un’alterazione in particolare ha attratto la loro attenzione, quella denominata D614G, che sembra migliorare la capacità del patogeno di infettare le cellule e replicarsi. Gli scienziati, infatti, sostengono di avere prove che le persone infettate dal nuovo ceppo abbiano una carica virale più alta.

Per gli autori il nuovo ceppo sarebbe comparso in Europa a fine febbraio e si sarebbe poi affermato a marzo, prendendo in fretta il sopravvento sull’originale proveniente da Wuhan e guidando la pandemia di Covid-19 in tutto il mondo, Stati Uniti compresi. La rapidità con cui il nuovo ceppo soppianterebbe l’originale – sostengono – è indice del fatto che sia più trasmissibile.

Korber e colleghi affermano di aver condiviso con la comunità scientifica i propri risultati per porre subito all’attenzione dei ricercatori l’avvenuta mutazione di uno dei principali antigeni, che potrebbe rendere il virus più pericoloso ed esporre al rischio di una seconda infezione.

Inoltre i progetti di vaccini in corso si stanno svolgendo solo sul ceppo originale e potrebbero rivelarsi così non protettivi: bisogna mettersi a lavorare sul nuovo ceppo.

Pur non essendo ancora stato sottoposto a peer review ufficiale, da più parti lo studio è stato definito interessante e utile, degno di nota. Tuttavia è presto per saltare alle conclusioni, definite da alcuni troppo speculative.

Le analisi hanno individuato più particelle virali nelle persone contagiate da questo nuovo ceppo rispetto a quelle contagiate dal ceppo originale, suggerendo solo che il nuovo nuovo coronavirus si replica meglio (anche se non si sa bene come).

Non ci sono sufficienti prove che la trasmissione da individuo a individuo sia più efficiente né che il nuovo ceppo sia più pericoloso, tant’è che dagli stessi dati preliminari forniti dall’università di Sheffield non sembra ci siano differenze nei tassi di ospedalizzazione.

La mutazione D614G merita inoltre un approfondimento per capire se renda davvero il virus così diverso dall’originale, tanto da complicare sia gli sforzi per ottenere un vaccino in tempi rapidi sia la gestione della pandemia perché anche chi ha già contratto Covid-19 potrebbe essere suscettibile a una seconda infezione da parte del nuovo ceppo. (Wired)