Evviva Gorbaciov

La storia, quella vera, quella dei grandi e dei grandi fatti, esalterà M. Gorbaciov tra i grandi. Se la politica è l’arte della realtà, egli sarà ricordato come chi capì il senso dei tempi difficili che gli toccò di affrontare.

L’Unione Sovietica era in crisi da anni, governata da una classe politica comunista di vecchi rottami dell’era staliniana, e da una delle più ottuse burocrazie che si conoscano, e che pretendeva di dirigere da Mosca territori che distavano migliaia di chilometri; e di produrre – li abbiamo visti in svendita, ricordate? – aggeggi di ottima qualità e perfettamente inutili; e che, negli ultimi anni, il cittadino sovietico doveva comprare per forza; e satelliti e missili da conquista dello spazio, mentre nei pochi negozi non si trovavano scarpe, e le famiglie erano costrette alla coabitazione L’inizio della fine fu l’impresa fallita dell’Afghanistan del 1979, che dimostrò come nemmeno la forza militare restasse al crollante regime comunista.

Segretario del partito dal 1985, Gorbaciov vide la crisi interna e la sconfitta fuori dai confini; e che il potere russo traballava anche nei Paesi satelliti: Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria; e nelle nazionalità sottomesse. Né i Russi in quanto etnia, né il comunismo in quanto sistema avrebbero mai potuto esercitare la forza come avevano fatto a Budapest e a Praga e a Varsavia: allora l’URSS aveva avuto l’assenso dell’America, ora non più; e c’era il rischio concreto di una guerra europea e mondiale.

Gorbaciov accettò la realtà, preparandosi a ritirare le truppe sovietiche, o piuttosto russe, molto ad est; e consentendo la nascita di Estonia, Lettonia, Lituania, Bielorussia, Ucraina e vari Stati asiatici indipendenti; e alla sparizione del comunismo da Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria; mentre lo Stato artificiale per eccellenza, la Cecoslovacchia, si scioglieva nel 1992; come del resto aveva subito o fatto, altrettanto utilmente, nel 1938.

Particolarmente accorto fu l’atteggiamento di Gorbaciov nei confronti della Germania. Questa, nel 1945, era stata divisa in quattro zone di occupazione, e in uno Stato occidentale, detto di Bonn, e uno comunista. La frontiera orientale era cinta di muri e guardie armate, che in una notte del 1989 scesero essi stessi ad abbattere il famigerato Muro. La Germania Ovest annesse non la Germania Est, che per Bonn non esisteva, ma i tre laender tedeschi orientali. Ma, d’accordo con Khol, Gorbaciov tenne truppe all’Est, palesemente pagate dalla Germania, per impedire un arrivo in massa di Americani. Una mossa astuta.

Gorbaciov aveva così pilotato intelligentemente la fine dell’URSS, evitando che causasse rivolte interne e tensioni e pericolosi scontri internazionali.
Forse, in cuor suo comunista, avrebbe voluto salvare qualcosa del sistema socialista e della stessa URSS, creando una Comunità di Stati Indipendenti, che rimase però sulla carta e senza alcun effetto.

Gorbaciov in questi giorni celebra novant’anni di vita, monumento del passato. Oggi l’Unione Sovietica è come l’Impero Austro-Ungarico, roba da atlante storico, e credo ce la ricordiamo solo quelli di età avanzata. La sua eredità è viva, ed è una Russia non più comunista, ma nemmeno liberale e occidentalizzata, e al suo interno non internazionalista; e una Russia russa, contro la politica degli zar di europeizzazione innaturale. La Russia torna russa anche sugli altari, dopo decenni di ufficiale ateismo; e oggi, come in ogni popolo cristiano ortodosso, la Fede è la stessa cosa dello Stato, anzi è persino improprio usare queste due parole come fossero cosa distinguibile. La Russia è cristiana ortodossa, come l’ortodossia è russa.

A Gorbaciov dobbiamo riconoscere di aver impedito un disastro mondiale. Ma anche, come a Putin, di aver salvato quanto ha potuto di una Potenza ad est, che ostacola il globalismo capitalistico e il potere unico mondiale quale poteva essere quello americano; e anche uno strapotere della Cina. La Russia è dunque necessaria, e non solo ai Russi. E anche questo si deve in buona parte a Gorbaciov.
Diciamo pure, novant’anni ben portati.

Ulderico Nisticò