Fatica, lavoro, giustizia


Palazzo della civiltà del lavoro

Gli antichi non avevano un’idea felice del lavoro. Per i Greci, kàmatos significava nello stesso tempo fatica stanchezza malattia; e lo stesso per il latino labor; e anche la narrazione biblica non è tanto allegra: “Ti guadagnerai il pane con il sudore”, e detto per punizione. Si opponeva all’idea negativa del “travaglio” il mito di un età dell’oro senza preoccupazioni e dolori, e quindi senza fatica.

Non è minimamente così. L’umanità si distingue nettamente da ogni altra specie vivente proprio perché non si nutre di cibo caduto o trovato, ma di cibo in qualche modo prodotto, e con esso di tutti i servizi della vita.

Lasciamo le utopie ai poeti dell’Arcadia, i quali sognavano la vita pastorale, e poi erano benestati e civili, e una di loro faceva l’imperatrice del Romano Impero. Il viveer secondo natura, dunque, appartiene alle inesauribili categorie delle cose che si dicono.

La civiltà è dunque frutto del lavoro. Vero però che lavoro non è sinonimo di fatica; e per millenni, l’umanità ha molto più faticato che lavorato. La fatica produce stanchezza e dolore, però produce pochissimi beni; ed ha la pessima caratteristica di rifiutare l’innovazione.

Nel XVIII secolo, un certo Ludd andava in giro a rompere le macchine utensili, accusandole di togliere la fatica agli operai. Ogni tanto qualcuno ripete tale ritornello, per esempio a proposito di intelligenza artificiale.

Il lavoro si distingue nettamente dalla fatica proprio per intelligenza e organizzazione, cioè quella che si chiama ottimizzazione: massimo risultato con il minimo di energia, quindi anche di fatica.

Però ci dev’essere qualcosa di sbagliato, nel XXI secolo dell’Occidente, se, in presenza di un progresso fino a poco fa inimmaginabile (vi ricordare i computer primitivi del 1990?), dobbiamo lamentare la disoccupazione e le inadeguate retribuzioni.

E persino lo strano corollario che ci ha lavoro spesso si vede sottoposto a orari e impegni eccessivi, e a una strisciante diminuzione dei diritti.

E accadono anche fenomeni di sovrapproduzione di qualcosa e carenza di altro.

Manca evidentemente una filosofia del progresso, che è lasciato a se stesso e alle vorticose novità della tecnologia, senza qualcuno che faccia da guida con razionalità e autorevolezza.

E bisogna restituire al lavoro non solo la dignità, dico il senso dell’eccellenza dell’arte, della passione del creare, del legittimo orgoglio di quello stato sociale e stato d’animo che in Calabria si chiamava “mastranza”. Come cantava mastro Bruno, “iu poeta non su’, cà scarpihinu”.

Intanto, buon Primo Maggio a tutti.

Ulderico Nisticò