Premessa indispensabile. Se Colombo fosse stato calabrese, ogni calabro del 1492 si sarebbe sbracciato a dimostrare che le “Indie” le aveva scoperte il cugino appassionato di mare, o chiunque altro tranne Colombo. Lo stesso accade a me, che di fusione di Comuni parlo da decenni. Pazienza, e veniamo a cose più serie.
Premessa storica. La maggior parte dei Comuni calabresi non è stata istituita personalmente dal re Italo nel II millennio aC, bensì da Giuseppe Bonaparte nel 1807 o da Gioacchino Murat nel 1811. Prima erano Casali, come dire frazioni. Cosenza ne contava novanta.
In quegli anni di dominio francese con il sostegno di borghesia e superstite nobiltà, i confini comunali sono stati tracciati spesso secondo i comodi di qualcuno; e in seguito modificati anche dolosamente.
Si contano oggi 404 Comuni, moltissimi dei quali sono poco popolati, per dirla con eufemismo; però hanno un sindaco e un consiglio e un’opposizione, e dovrebbero erogare servizi; servizi di cui palesemente non sono capaci per due motivi: mancanza di soldi, e inadeguatezza del personale.
È dunque ora delle fusioni. Però, stiamo bene attenti alle trappole della burocrazia.
Il gravissimo errore che si potrebbe commettere è quello del bruto numero di abitanti, per mettere assieme i quali fare solo una somma aritmetica. Bisogna invece avere una profonda conoscenza del territorio e delle sue esigenze.
Esempio: Davoli, Gagliato, Petrizzi, S. Sostene, Satriano, Soverato; i quali sono già conurbati sotto gli occhi di tutti, non solo per l’espansione urbana e relativi intrecci, ma perché i cittadini dei sei centri sono abituati ormai a fare la spesa a X e passeggiare a Y; per non scordare le scuole e altri servizi. C’è una conurbazione effettiva, con o senza la formalizzazione. Lo stesso per Argusto, Cardinale, Chiaravalle, Torre R.
Sgombriamoci da un equivoco, dunque: non è X che viene annesso a Y o viceversa; è la nascita di un Comune nuovo, con un sindaco solo, eletto comunque senza badare a dove vive e chi furono li maggior sui. Lo stesso per la sede municipale, che va messe dove sta meglio.
Ci saranno proteste? Ovvio: un giorno di agitazione (“il Comune non si tocca”), qualche mese di lacrime, poi ci si accorgerà del vantaggio.
I nomi dei nuovi Comuni? Bah, freniamo le fantasie, però un nome ci vuole. Si divertano poeti e filosofi locali.
Ulderico Nisticò