Ieri sera, 19, mi son dovuto sorbire in tv prima un travaso di bile di Santoro nostalgico di Biden, poi pistolotti antimafia generici e a colpi di illazioni, e finalmente la rivelazione su Garlasco. Rivelazione, si fa per dire, giacché vaga e non convincente, se presa alla lettera.
Se è vero che c’è di mezzo la pornografia telematica, per altro, secondo la tv, consensuale, ebbene, non è certo un’attività edificante, però, salvo molto più oscuri elementi ancora ignoti, non mi pare cosa suscettibile di un omicidio.
Però c’è che finalmente qualcuno, sia magistrati sia giornalisti sia opinione pubblica, e lo dico dopo tutto questo tempo dal 2007, qualcuno si accorge della cosa più ovvia in ogni indagine: prima di chi abbia commesso il delitto, scoprire il perché; ed è dal perché che si raggiunge anche il chi. Le cause di un delitto possono essere di ogni sorta: con un “cui prodest”, cioè interesse; d’impeto e follia; dinamiche preterintenzionali… in ogni caso, ci dev’essere una causa, prima di uno o più colpevoli.
Il perché, la causa di un delitto, come si appura? Intanto, senza pregiudizi né pro né contro chiunque: le cronache sono zeppe di insospettabili, vittime incluse, che poi risultano colpevoli o almeno conniventi e complici, o in vario modo portatori di qualche responsabilità.
Occorre dunque un’accurata analisi del contesto. E, nel caso di Garlasco, emergono diversi fatti notevoli: un suicidio, persone discutibili, e corre voce persino di satanismo e robaccia del genere. Può darsi che tali fatti nulla abbiano a che vedere con il delitto; ma può darsi di sì; e comunque vanno indagati.
E va scoperto se, eventualmente, ci sono di mezzo altre persone e cose, anche “cittadini al di sopra di ogni sospetto”. Ricordate quell’inquietante film con Volonté? O Il fornaretto di Venezia?
Una considerazione merita l’atteggiamento dell’unico condannato, il quale ha sì dichiarato di essere “non colpevole”, però non si è diffuso in spiegazioni, e nessuno gliene ha chieste con la più banale delle domande: perché! Perché, si estende anche alle dichiarazioni di innocenza. D’istinto, l’attuale condannato mi è sempre apparso troppo mite, troppo rassegnato, troppo buono: e dico solo questo.
Conclusione: quando si fanno indagini, non esistono innocenti; e lo dico, con locuzione cara ai giornali, “a 360 gradi”, anche a 720. E non si chiamano in ballo pregiudizi e ideologie.
Ulderico Nisticò