Giletti e le “verità nascoste” su Benito M., e i documenti


 La trasmissione dell’8.6 (RAI 3) di Massimo Giletti su Benito M. [scrivo così, d’ora in avanti BM, per gabbare l’algoritmo e il politicamente corretto] è stata decisamente troppo lunga per chi, a otto decenni, poco conosce i fatti; e con rare notizie nuove per chi li conosce. Ricorderete che ne ho scritto nel 2025 su Soveratoweb e ne ho parlato in tv, e così sul Secolo d’Italia. Qualcosa di nuovo però emerge.

Giletti, e con lui quasi tutti gli intervistati, danno per scontata una nozione, per me ovvia: BM doveva morire perché, se vivo, sarebbe stato processato come avevano chiesto gli Usa, e avrebbe parlato, mettendo in imbarazzo tantissime persone in Italia e fuori.

Da leggere c’è un bel libro di Mino Caudana, “Processo a M.”, che immagina si svolga davvero in un tribunale, chiamando a testimoniare un imponente elenco di persone, tra cui, per dirne una sola, Vittorio Emanuele… A tantissimi conveniva che BM morisse.

I particolari degli ultimi giorni dal 25 al 29 aprile sono stati ricostruiti da molti e in molti modi contraddittori. L’incontro, voluto dal cardinale Schuster in Arcivescovado la mattina del 25, si tenne davvero, ma nessuno è stato tanto puntuale nel relazionarlo. Audisio (colonnello Valerio) che ufficialmente avrebbe ucciso BM, raccontò il fatto in versioni diverse negli anni seguenti.

I particolari dunque non saranno mai noti, o quando saranno obsoleti. Siamo di fronte a un caso, abbastanza freuente, di “motus in fine velocior”, quando crolla un regime. Per fare esempi ben noti, tra il 1813 e il 15, Napoleone tentò di abdicare a favore del figlio, infine voleva fuggire in America; intanto Talleyrand faceva la centesima giravolta; Ney non si sa se fuggì o venne fucilato; Murat fece la fine che spero sappiate; Bernadotte morrà anziano e re di Svezia e Norvegia; Cambronne scrisse un libro per negare di aver detto “merde” a Waterloo; Soult fu ministro dei Borbone… Così la sorte e le avventure dei gerarchi fascisti, e del milione circa di armati della Repubblica Sociale, furono varissime, inclusi quei fascisti poi troppo amerikani (magari in buona fede?) per non destare sospetti.

A proposito, Giletti, politicamente corretto anche lui, evita di far sapere che tra i fucilati di Dongo c’era Nicola Bombacci, nel 1921 tra i fondatori del Partito Comunista, poi divenuto fascista.

E veniamo all’essenziale: le carte di BM. Cosa c’era nella cartella da cui BM non si separava mai? E c’erano davvero quelle casse di documenti che poi sparirono? Curioso quanto narra Giletti: un ufficiale americano si fa ricevere da Giovan Battista Montini (poi papa Paolo VI), il quale iniziò da Roma ricerche a Como, ma, ufficialmente, senza esito.

Perché Churchill, a guerra finita ed elezioni concluse con la sua sconfitta, venne in vacanza sul lago di Como? Davvero in vacanza, e per dipingere paesaggi lacustri? O cosa cercava?

E cosa ne fu dei documenti, se c’erano davvero? Se oggi venissero trovati, farebbero la gioia di storiografi professionisti e la pena di studenti in tesi di laurea… e basta. Ma nell’immediato dopoguerra, e almeno fino agli anni 1980, potevano essere molto, molto attuali; e servire anche a ricattare e condizionare Questo o Quello in Italia e non solo.

E gli eventuali esiti dei preziosi privati dei gerarchi, e di quanto restava del Tesoro di Stato della RSI? Chi se ne impadronì, e che ne fece?

Una riflessione importante è stata questa: sarebbe stato più astuto nascondere i documenti, prima che finissero in mani altrui? Per logica, sì. E se andò davvero in questo modo, e i documenti sono stati nascosti in modo misterioso e impensabile?

Ho immaginato io qualcosa del genere con il romanzo “Lettere di sangue”, Tabula fati. E, udite udite, anche dietro questo libro, e il suo seguito, c’è stato un piccolo, e non tanto piccolo GIALLO. Peccato che, almeno per ora, io non ve lo voglia raccontare. A tempo, a tempo…

Ulderico Nisticò