Giornata Nazionale dei dialetti


Inutile dire che l’Unical e la Regione Calabria non si sono minimamente commosse per il, o i dialetti calabresi: disinteressandosene, hanno agito secondo le loro più antiche e radicate consuetudini del più totale disimpegno, tranne piagnistei segue cena. Anche stavolta, spiegare le cose tocca, da volontario, a me. L’argomento è immane, ma sarò breve.

Detto in generale, i dialetti italiani sono lingue neolatine, cioè con due sostanziali differenze rispetto al latino: perdita delle declinazioni (ma non delle coniugazioni), e fonetica delle vocali. Do per conosciuto ciò, o non finiremmo mai.

Le vicissitudini linguistiche di quella che dal IX secolo si chiama Calabria, furono assai varie: lingue di Ausoni, Enotri, Itali, Lucani e Bruzi; dialetti (αἱ διάλεκτοι significa lingue, in greco) acheo, locrese, calcidese e ionico, messeno… Per secoli, si usò il latino ufficiale, e con esso quello popolare; tornò poi il greco, ormai romeo (bizantino).

Agli albori del II millennio d. C., si formano gli attuali dialetti, con limite approssimativo il fiume Neto: a nord, di tipo italico, napoletano, pugliese (lat. quando > quann*; habeo factum > aju fattu); a sud con sostrato neogreco e conservazione di elementi schiettamente latini (quandu; eu fici/ia; veteru, vesparu… ). A sud, dove io vivo, il dialetto è latino (eu cuntavi), mentre la sintassi somiglia molto al neogreco: vojju mu/u vajiu pemmu vijiu.

Quanto al vocabolario, derivano direttamente dal greco (quasi sempre, greco romeo) il 20% delle parole comuni (khalona, tartaruga; rema, corrente; sporìa, semina; stracu, coccio… ); ma molto superiore è il numero di toponimi, soprattutto agricoli; cognomi come il mio; e santi di antica venerazione: Agazio, Andrea, Barbara, Caterina Martire, Gregorio, Nicola, Pantaleone, Teodoro…

Ognuno di questi capoversi meriterebbe un ponderoso tomo; e studi ce ne sono, tuttavia poco divulgati, o spesso non sorretti da adeguati strumenti glottologici.

Ma io a chi glielo vado a raccontare?

Ulderico Nisticò