Penso sappiate tutti che un tizio di Torino violentatore di ragazzina è stato gentilmente scarcerato da un giudice. La cosa è assurda, e sta scatenando da una parte indignazione, dall’altra, molto di più, battute di spirito e sarcasmo a pioggia.
In particolare, suscita patetico umorismo la situazione psicologica delle femministe militanti, le quali di solito scendono in piazza contro ogni sorta di PATRIARCATO, ma questa volta sono costrette a far finta di niente perché l’illustre signore è bengalese, quindi immigrato, quindi sant’uomo per definizione.
Ora spero che gli ispettori del ministero facciano un’ispezione sul serio, anche sui precedenti… non quelli del colpevole, ma quelli del giudice, esaminando le sue precedenti sentenze!
Detto questo, cosa sono invece costretto a scrivere io? Ebbene, ci sarà sicuramente una legge, o leggina, o sentenza, o interpretazione, o predicozzo buonista, o ideologia immigrazionista, o parere di corte internazionale, o altra Babele giuridica, che possa dare ragione a quel giudice di manica larghissima.
Un corollario: se il violentatore fosse capitato sotto un altro giudice, magari oggi sarebbe in galera. Ciò significa che non solo l’apparato legislativo è un’anarchia di cartacce, ma due giudici, di fronte allo stesso caso, direbbero cose del tutto diverse; e sempre in base a corte mondiale o legge o sentenza o articolo di giornale eccetera. E che capitare sotto il giudice Caio o sotto quello Sempronio è come giocarsi il superenalotto, pura fortuna.
Qui serve un Giustiniano, il quale, imperatore dal 527 al ’65, si trovò di fronte a una legislazione romana che, nei secoli, mostrava molte incongruenze e contraddizioni, e riscrisse le leggi in un Corpus organico e chiaro. In latino, la lingua giuridica per natura.
Occorre una simile operazione, con la riscrittura ragionata delle leggi, eliminando i casi di conflittualità e contraddizione; e riducendo a poche ed evidenti norme, compilate in un linguaggio che non consenta equivoci e fantasie creative. Un esempio? Il Codice Penale del 1930 conta poco più di settecento articoli per tutti i casi prevedibili all’epoca.
E urge una giurisprudenza che non consenta interpretazioni, e obblighi i magistrati a osservare la lettera delle leggi. Il magistrato, come ogni cittadino, può avere a casa sua e sotto l’ombrellone ogni ideologia, però la deve lasciare nel lido e a casa, quando siede in tribunale; e mai farsi una legge per conto suo; o piombare in delirio di onnipotenza giudiziaria, e sentirsi investito di frenesia buonista e da salvatore dell’umanità.
Chi deve fare ciò e riscrivere le leggi? Il giurisperito, il che non significa qualsiasi laureato in legge o qualsiasi giudice di periferia, bensì lo studioso di riconosciuta “auctoritas”.
Ammesso che ce ne siano.
Ulderico Nisticò