Gli 81 enunciati e la Repubblica di Badolato del 17 aprile 1974

Caro Tito, prima ancora della Scuola, i miei Genitori mi hanno educato a rendere conto delle mie azioni. Così ho sempre cercato di rendere edotti gli interessati (singolarmente o collettivamente) sul e del  mio comportamento, specialmente in campo sociale. Riguardo la mie ricerche su Badolato, non ho atteso che concludessi la redazione della tesi di laurea, ma andavo diffondendo quanto trovato (notizie, foto e curiosità) in modo interpersonale o ad alcune associazioni, man mano che ne scoprivo l’esistenza. Per mia natura sono sempre assai (troppo) entusiasta ed impaziente di socializzare e diffondere il più possibile la conoscenza. Non vedo l’ora di partecipare ad altri e condividere la gioia di un bel risultato sociale!

Così in paese, facendo tale diffusione e partecipando il lavoro che man mano conducevo, si è creato spontaneamente e di conseguenza  un clima (spesso febbrile) di curiosità e di interesse verso la storia e la “sociologia” della nostra comunità. Numerose persone di ogni età, specialmente giovani, mi avvicinavano per chiedere o per dare informazioni ma anche per farmi vedere documenti e cimeli di ogni genere. Gli anziani, ovviamente, avevano molte più cose da raccontare e, quindi, a volte trascorrevo intere mattinate o pomeriggi ad ascoltarli (senza però poter registrare) ovunque ci trovassimo … in piazza, nelle case, alla stazione, sui treni, sui pullman, in automobile (quando qualcuno mi dava un passaggio) e così via.

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Personalmente ero assai felice che si fosse creato quel bel clima culturale e già alcune fotografie sociali di Giocondo Rudi  (del tutto sconosciute ed inedite) venivano in vario modo utilizzate (specialmente  dal locale Partito Comunista o dall’UDI – Unione Donne Italiane, associazione  ad esso collegata), perché erano una novità pressoché assoluta e pure perché documentavano momenti di lotta e di vita che, da tutti vissuti, tutti emozionavano. Il “passaparola” in poco tempo ha raggiunto alcuni paesi vicini e taluni (a volte erano anche miei amici) mi avvicinavano per saperne di più. L’idea di fare una storia del proprio paese si era fatta strada in parecchie persone, ma non nelle istituzioni locali che avrebbero dovuto essere le prime a mostrarsi interessate. Il mio entusiasmo per Badolato contagiava tutti, così come poi ha contagiato l’amore per Agnone. E’, questo, l’aspetto più commovente che mi porto dentro da tali intensissimi anni sociali!

In occasione della campagna per il Referendum contro il divorzio, previsto per il 12-13  maggio 1974, ho pensato di presentare ai miei concittadini un più completo travaso non soltanto di conoscenze su Badolato (frutto delle mie ricerche iniziate nell’estate 1973) ma anche di miei convincimenti personali (frutto della mia formazione umana ed intellettuale fino ad allora conseguita pure con gli studi universitari e con la permanenza in una città-mondo-enciclopedia come Roma). Il fine ultimo sarebbe stato far riflettere il mio uditorio anche nei confronti del SI oppure del NO sulla permanenza della legge n. 898 del 01 dicembre 1970 (Gazzetta Ufficiale n. 306 del 03 dicembre 1970 – “Disciplina dei casi di scioglimento dei matrimonio).

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Altro scopo di questa mia conferenza-dibattito sarebbe stato quello di evidenziare altri temi e problemi che, assai importanti ed essenziali per la nostra società,  non avrebbero dovuto essere “dimenticati” o “sospesi” pur in un periodo (quasi due mesi) di intensa campagna referendaria, fin troppo caricata per di più di significati (veri o fasulli) che distraevano o condizionavano le serie scelte da fare. La politica (specialmente quella partitica o partitocratica), pur di mantenere il proprio potere o supremazia, non sempre riesce ad essere equilibrata e rispettosa della società in cui agisce, provocando distorsioni e contorcimenti indegni non soltanto del mandato costituzionale ma anche di una società veramente civile.

Ho, quindi, proposto alla dirigenza del Centro Culturale di Badolato Marina di realizzare una mia conferenza incentrata su  molteplici temi generalisti … “81 enunciati sui maggiori problemi contemporanei” … parte dei quali interessavano proprio Badolato. Quel 17 aprile 1974 alle ore 16 il salone del Centro Culturale (sito al piano di strada di palazzo Staiano, sulla via Nazionale, a 50 metri dal bar Centrale e a 200 dalla piazza principale) era totalmente gremito di persone quando ho cominciato ad enumerare gli 81 enunciati sui quali, al termine del mio dire, ebbe luogo un assai animato e utile dibattito, sicuramente ed inevitabilmente influenzato dalla campagna referendaria sul divorzio. Ho tutto registrato fonograficamente.

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In questa sede mi preme evidenziare gli enunciati riguardanti Badolato  in quanto comunità omogenea. Ho avanzato l’ipotesi sperimentale  e prettamente “sociologica” di considerare il mio paese come una “Repubblica” autonoma del tipo di San Marino che avevo visitato qualche settimana prima (04 marzo 1974 e dintorni) proprio per capire come fosse organizzato  quel pur piccolissimo Stato-territorio (esteso poco più di Badolato) per reggere in piena dignità anche socio-economica. Ero convinto, infatti, dati alla mano, che una qualsiasi comunità possa aumentare la sua redditività generale (pure civile), già nel cominciare a considerarsi un’entità a sé stante, puntando a valorizzare tutte intere le proprie risorse e le potenzialità, senza attendersi niente dall’esterno, pur essendo dialogante ed interdipendente con altri.

Proponevo, quindi, per prima cosa di effettuare il censimento delle “risorse”  (materiali ed immateriali) ma anche dei “bisogni” del nostro popolo e del nostro territorio, tenendo presente pure la comunità degli emigrati, favorendo il ritorno di qualcuno di loro che avesse voluto e potuto investire nell’artigianato, nella piccola industria e nei servizi (specialmente in quelli del promettente turismo appena iniziato), facendo delle utili scelte strategiche. La “Repubblica di Badolato” era, ripeto, un espediente soltanto sociologico; quindi, non aveva nulla a che fare con le storiche e troppo differenti esperienze politico-militari della vicina  “Repubblica di Caulonia” o altre “Repubbliche” partigiane dichiarate un po’ dovunque in Italia nei difficilissimi anni della guerra (dopo l’armistizio dell’otto settembre 1943 e fino alla conclusione nel maggio 1945).

Allora, nel 1974, la politica autonomista degli enti locali, sorretta da una adeguata  mentalità,  era quasi inesistente,  nonostante ci fossero già le 5 Regioni a Statuto speciale mentre le  15 Regioni a Statuto ordinario avevano cominciato a funzionare da meno di 4 anni, cioè dal 1970. Salvo poche eccezioni, l’autonomismo era esitante quando non inibito poiché si attendeva tutto o quasi da uno Stato centralista e ancora centralizzato e monopolista nei suoi poteri finanziari ed economici essenziali, cosicché comuni, province, regioni, comunità montane  e consorzi somigliavano maggiormente ai tipici “carrozzoni” feudali controllati dai partiti, piuttosto che a nuclei di alta produttività e vera democrazia partecipativa.

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L’assistenzialismo, specialmente nel sud Italia, era poi un troppo imposto condizionamento estremamente negativo per l’emancipazione dei popoli meridionali. La maggiore corruzione di Stato! Il Sud Italia (oltre ad essere “colonia” del Nord fin dal 1861) poteva essere considerato soprattutto un “orto elettorale” oppure un “serbatoio di lavoratori e di militari” cui attingere specialmente a beneficio nordista e dove si effettuava uno “scambio a perdere” per lo stesso Sud, incentrato quasi tutto sul “clientelismo” … da qui la mia analisi di “cliente” nel mercantilismo  generale e nella spirale della dipendenza politica imposta dalla classe dirigente a tutto indistintamente il popolo, specialmente a quella parte più povera e bisognosa.

La mia ipotesi di considerare “Repubblica” una qualsiasi comunità, in questo caso Badolato, tendeva innanzitutto ad eliminare o almeno arginare prima di tutto tale “corruzione di Stato” fatta essenzialmente di clientelismo, appunto, e quindi di attendismo degli interventi statali (principalmente delle pensioni o di altri benefici ottenuti con il capillare voto di scambio) e poi anche la sottomissione ai notabili locali quasi totalmente appiattiti ai partiti nazionali i quali avevano già abbondantemente dimostrato di usare il Sud come tema tipicamente politico-elettorale, mentre in pratica (nonostante le inutili cattedrali nel deserto) non c’era alcuna sostanza di vero progresso e di vera dignità. In generale e salvo  eccezioni, i cittadini erano ancora “con il cappello in mano” (sudditi) come con i feudatari di prima (baroni, marchesi, ecc.) ma adesso verso i politici di professione o di lunga carriera, nonché del loro ambiente e sottobosco governativo.

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E chiamare il mio popolo a riacquistare la propria dignità, rimboccandosi le maniche e programmando il proprio presente ed il proprio futuro (attraverso l’idea di una “Repubblica di Badolato”), era il principale scopo della mia conferenza, indicando certo  un percorso più faticoso ma pure più lungimirante ed efficace che l’essere così totalmente alla mercé dei partiti.  Era necessario rivalutare e far valere la propria “forza contrattuale”. Badolato era paese-prototipo del sud Italia e, quindi, i  popoli meridionali (che nel corso dei secoli avevano dato prova di vere eccellenze in tutti i settori socio-economici) sembravano adesso, nel regno dei partiti politici nazionali e locali, come “narcotizzati” e inerti.

 I popoli meridionali non riuscivano più nemmeno ad ispirarsi ad una tradizione di orgogliosa civiltà né a stare al passo dei tempi o intravedere le indispensabili proiezioni future socio-economiche, demografiche e statistiche (come avevo cominciato a fare io per Badolato in base ai dati che emergevano dalla mia ricerca). Senza un intervento deciso il mio borgo antico (che già soffriva di progressivo ed inesorabile spopolamento, per vari motivi) avrebbe potuto cessare di esistere nel giro di cinquanta anni (osservando la forte diminuzione demografica già in atto da qualche decennio, come testimoniava l’Ufficio anagrafe).

Sfibrato da sempre continue emigrazioni, dalla sempre più aggressiva criminalità organizzata (in particolare mafia, ‘ndrangheta e camorra) e da esagerate faziosità partitiche, il meridione italiano era in balìa di chi prometteva briciole esistenziali, negando in pratica i diritti naturali e costituzionali e non parlando mai di doveri né di  opere ed infrastrutture pubbliche che potessero dare vero progresso e “giustizia sociale”. Era un discorso, il mio,  che cominciava ad irritare alcuni politici locali (luogotenenti del potere centrale) presenti alla conferenza: in particolare uno – era della Democrazia Cristiana – mi giurò (cercandomi di intimidire) eterna inimicizia, tanto che contribuì notevolmente al mio primo e provvisorio “esilio” nel 1980.

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Personalmente non avevo né tessere di alcun partito né tendenze politiche manifestate. Il mio dire non era ispirato ad alcuna analisi di appartenenza politica ma soltanto strettamente sociologica, guardando i fatti e le loro conseguenze sulle comunità e sul territorio. Ma semplicemente lo “smuovere le acque” (anche se nello spirito legale della Costituzione) poteva essere considerato un “atto ostile” per taluni, così come le mie stesse ricerche per la tesi di laurea. Il Potere (centrale e locale) vuole ed esige “menti dormienti”!

Inoltre, la cosiddetta “Repubblica di Badolato” (per come da me ipotizzata) puntava maggiormente sui doveri per poter poi rivendicare e realizzare i propri diritti. E questo era un discorso un po’ scomodo e, comunque, difficile da comprendere in un periodo in cui i popoli (specialmente quelli meridionali, senza alcuna forza contrattuale se non il solo voto di scambio)  erano diventati unicamente “riserva di caccia”  dei partiti e del consumismo industriale e come tali mantenuti. I cittadini (nella loro  maggioranza) mi sembravano come polli di allevamento in una “batteria chiusa” o come mansuete pecore da mungere. Alcuni sociologi avevano scritto libri sulla condizione del Sud come “riserva” del Nord Italia e dell’Europa.

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Quasi tutti ritenevano che fosse più comodo essere “assistiti” piuttosto che essere protagonisti della propria vita individuale e sociale. Chi parlava di diritti e doveri era fortemente discriminato e, quindi,  persino costretto a partire per altre realtà. O si era “cliente” di qualcuno o di un sistema oppure si era fuori, spesso drammaticamente e totalmente fuori (dalla società e dal territorio). Come poi è capitato a me!

E, proprio in un clima di forsennata campagna referendaria sul divorzio dove il clientelismo giocava un ruolo decisivo, la  mia conferenza (nel toccare pure molteplici tematiche locali, nazionali, internazionali e mondiali) insisteva nella necessità e nella urgenza di  superare principalmente il concetto di “cliente”  in politica come in economia (il mercantilismo è sempre stato il vero re del mondo e delle anime!).

Sostenevo che finché esiste “il cliente” l’Umanità non avrebbe potuto avere la necessaria forza e l’insostituibile orgoglio di vivere in piena dignità. Ed io che mi ero abbondantemente nutrito della migliore filosofia umanistica (Vangelo e Corano compresi) e della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” (voluta dell’ONU – Organizzazione delle Nazioni Unite e firmata a Parigi il 10 dicembre 1948) non potevo non  indicare il superamento del concetto di “cliente” per tutte le persone, dal momento che il termine “cliente” esclude proprio il termine “persona”!!!

Qui, caro Tito, ti ho sintetizzato molto, ma puoi ben intuire che l’abolizione del concetto di “cliente” (applicato alla persona, all’uomo, alla donna, al cittadino, alla famiglia, ecc.) sarebbe stato nel 1974 e lo sarebbe ancora di più adesso (in piena globalizzazione che sul “cliente” fonda la sua fortuna) un tema alquanto scomodo, persino “rivoluzionario” e addirittura “eversivo”. Eversivo persino per la Chiesa Cattolica e/o le altre religioni che si fondano sui “fedeli” (una particolare forma di “clienti”) quando non addirittura  “milizie” o “esercito” di Cristo o di Allah! Non so se rendo l’idea … ai tempi dell’ISIS?!…

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Cominciavo così già nel 1974, con l’elencazione commentata di 81 enunciati sui maggiori problemi contemporanei, a delineare quel mio progetto di pedagogia sociale che necessitava (per essere bene attuato) di “riscrivere la Storia” e con essa pure il linguaggio e i concetti per una effettiva svolta epocale di giustizia umanitaria, pure dal momento che eravamo in una fase altamente strategica in cui popoli (come quello nostro meridionale)  da un modo “chiuso” (di tipo medievale)  si avviavano  inevitabilmente  e rapidamente verso un mondo “aperto” e “infinito” (astronomia, voli spaziali, ecc.) pure  aiutati da telecomunicazioni in tempo reale, da trasporti intercontinentali veloci, da una molteplicità di mass-media sempre più strabilianti e da altri fattori (tipo la stessa ONU e la Comunità Economica Europea, ma anche la diffusa emigrazione) che aprivano gli orizzonti verso dimensioni plurali e infinite che, poi, dopo qualche anno, cominciavano a confluire in quella situazione mondiale di avvicinamento tra i popoli che sarebbe stata chiamata … “globalizzazione”.

Ma proprio perché il mondo si apriva così velocemente e globalmente, era necessario affrontare tutto ciò (in particolare il turismo, la cultura, l’economia) con la lungimiranza di trovare un posto come “comunità” territoriali, organizzandosi bene pure per evitare di essere travolti da questa ondata di massa. Paradossalmente (come poi è stato dimostrato ampiamente) con il mondo aperto (cioè l’attuale globalizzazione) è ancora di più necessario il rafforzamento identitario-organizzativo delle piccole comunità come Badolato, altrimenti sarebbe stato il “caos” o la “disgregazione” più negativa (come poi è avvenuto).

Perciò, la proposta paradigmatica  di una “Repubblica di Badolato” e la conseguente abolizione del termine “cliente” (nella vita e nella concezione sociale ed interpersonale) avrebbe potuto costituire, infatti,  una “piccola-grande rivoluzione” per una netta emancipazione civile ed economica di comunità piccole e grandi, anche e soprattutto per fronteggiare adeguatamente la velocissima apertura del mondo.

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Ma  questo mio ragionamento avrebbe dovuto essere considerato adeguatamente dai miei concittadini (specialmente da quelli più intelligenti ed eruditi, volenterosi e amorosi delle proprie origini)  almeno come possibilità di far diventare Badolato un paese-laboratorio di vero progresso e di lungimiranza. Attenzione non facile ad ottenersi, nemmeno come discussione  puramente culturale e sociologica, poiché c’è sempre chi mette nel ridicolo le buone intenzioni così come ogni tema serio ed utile, fino a restare intrappolati ed inattivi nell’assurdo più triste (con le negative conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti).

Una molto  ma molto pallida parvenza metodologica e concettuale di una “repubblica autonoma” potrebbe essere trovata in quel “Documento politico-amministrativo della  Lista n. 3” (datato 3 giugno 1975  ed elaborato da un mio gruppo di lavoro per la partecipazione-sperimentale di una lista civica alle imminenti elezioni comunali di Badolato e  (per quanto riguardava me) per saggiare sociologicamente sul campo la consistenza del duopolio politico-economico Partito Comunista – Democrazia Cristiana). Visti gli “81 enunciati” del 1974, nel redigere il “Documento” della Terza Lista nel maggio-giugno 1975, personalmente mi sarei spinto molto più in là, avrei osato immaginare ciò che oggi si chiama “globalizzazione” e che allora già s’intravedeva in lontananza. Ma, come puoi ben capire, caro Tito, quando si è in una squadra, in un gruppo finalizzato ad un obiettivo, è necessario trovare una “sintesi” accettabile per tutti, quantunque al ribasso per alcuni (come me) e al rialzo per altri  (comunque una media quasi statistica e di buon senso, visto il contesto in cui si opera)!

Al dibattito sugli “81 enunciati” hanno partecipato parecchie persone presenti in sala, specialmente studenti universitari (nei primi anni settanta c’era stato un vero e proprio “boom” di iscrizioni badolatesi alle università di varie città italiane, agevolate dagli aiuti statali, come il presalario o altre borse di studio). Ma, come anticipato, non poteva non essere affrontato pure il tema del divorzio da me soltanto sfiorato come libertà di coscienza ma anche come rispetto altrui, per il mantenimento o l’abolizione del  cui “istituto” si sarebbe votato da lì a poche settimane.

Ricordo che l’allora sindaco comunista di Badolato, Antonio Larocca, usò un esempio a favore del divorzio che, nella sua semplicità, ha conquistato l’ammirazione di gran parte dell’uditorio (persino quello di parte democristiana, avversa al divorzio più per disciplina di partito che per convinzione o situazione personale). Il sindaco Larocca (che poi è risultato uno dei più  sensati ed amati tra i suoi colleghi dell’interzona) disse (cito a memoria): “ Se piove, nessuno obbliga un cittadino a prendere l’ombrello. Se uno vuole bagnarsi è libero di farlo, ma se uno  non vuole bagnarsi non gli si può proibire di  usare l’ombrello”. Ovvero se nel matrimonio con c’è più accordo, i coniugi possono benissimo scegliere di stare ancora insieme. Però nessuno, nemmeno lo Stato (con una sua legge) può impedire a tali coniugi (ormai “scoppiati” di fatto) di separarsi  usando una legge che ordini l’istituto del divorzio e garantisca il più possibile tutti, figli compresi.

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Secondo me, la “teoria dell’ombrello” del popolarmente saggio Antonio Larocca può essere valido pure oggi per altri diritti civili, come, ad esempio, le autodecisioni sul “fine vita” (non accanimento terapeutico, suicidio assistito, eutanasia, ecc.). Nessuno, infatti, può impedire ad un altro di non usare l’ombrello ed essere costretto a bagnarsi se piove (anche in altre situazioni importanti per la vita del singolo o della collettività).

Inoltre e in anticipo sulle rivendicazioni di questi ultimi decenni, in quel lontano 17 aprile 1974, tra i miei 81 enunciati prevedevo l’iscrizione volontaria di una “coppia di fatto” convivente (non sposata burocraticamente) nel registro Anagrafe del Comune di appartenenza o di scelta, anche se questa coppia si considerava “provvisoria” o comunque senza una promessa infinita.  Argomentavo tale possibilità per motivi di libertà personale ma anche di sicurezza e di organizzazione sociale dei servizi … temi che vengono dibattuti ancora adesso, a distanza di oltre 43 anni da quella mia accorata conferenza. E da quella mia inaudita e “scandalosa” proposta.

Un ultimo enunciato ancora attualissimo: l’Europa Unita. Sai bene come e quanto mi sia battuto per questa istituzione sovranazionale ed internazionale insieme. Fin dalla mia adolescenza ho cercato di sensibilizzare il più possibile (mostre, conferenze, ecc.) e, addirittura, intitolando prima “Euro 4” (nel 1967) e poi “Euro Universal” (nel 1968) il gruppo musicale che avevo fondato insieme da altri amici d’infanzia. Durante la conferenza sugli 81 enunciati, ho dichiarato che, nonostante i miei slanci europeistici, appartenevo a coloro i quali “rimproveravano” ai governi di puntare (volendo fare l’Unione Europea) fin troppo sull’economia e la finanza (sul mercato, insomma, sul mercantilismo), molto poco dedicando alla formazione europeista delle persone, quasi nulla riservando ai temi etici e alla lungimiranza. Oggi ritengo che la crisi attuale dell’Unione Europea abbia radici in quella preponderanza mercantilistica originaria, nella sua preparazione e fondazione.

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Caro Tito, proprio per il fatto che molti di quegli “81 enunciati” sono ancora attuali, spero di poterli pubblicare (almeno come e-book) appena ne avrò la possibilità. Restano, comunque, un documento di uno studente universitario  di 24 anni in piena formazione, ma anche un’ulteriore prova e conferma del mio grande, immenso amore per il mio paese natìo, Badolato, per il quale stavo preparando (come tesi di laurea) uno studio mai osato prima da alcuno per fare affrontare nel miglior modo possibile la  sempre più pressante modernità  (leggi “attuale globalizzazione”) alla mia comunità di appartenenza … poiché dal “mondo chiuso si stava velocemente passando all’universo infinito” e bisognava essere pronti per  non essere travolti, come aveva sostenuto, antesignano, il filosofo russo Alexander Koyré (1892-1964) nel suo libro “Dal mondo chiuso all’universo infinito” edito nel 1970 e da me studiato all’Università di Roma (oggi “La Sapienza”)!

Colgo l’occasione per dirti che, nelle fila del Partito Comunista badolatese, c’erano allora tanti miei amici e compagni di scuola. Con loro ho partecipato molto attivamente (in Badolato e nell’interzona tra Roccella Jonica e Squillace) alla campagna referendaria a favore del “NO” all’abolizione della legge sul divorzio. Era un diritto civile da difendere insieme, indipendentemente dai partiti o da altre ideologie … retrò. Ti assicuro che abbiamo fatto, tutti insieme, un buon lavoro!

Coma già sai, il NO vinse largamente con il  59,26% dei consensi a livello nazionale. Ho così permesso anche io di prendere l’ombrello a chi non voleva bagnarsi sotto la pioggia … tanto per dirla, semplicemente ed efficacemente, con il buon senso quasi alla paesana, alla maniera dell’indimenticato Antonio Larocca, bravo sindaco comunista di Badolato (che ho stimato e rispettato e a cui ho voluto personalmente molto bene anche se, a mio parere e tanto per restare in tema, ha dimostrato, pur essendo assai volenteroso, di non essere sempre all’altezza rispetto alle nuove esigenze  di larga parte della popolazione, condizionando e penalizzando di molto il futuro di Badolato ( forse perché agiva così per disciplina e interessi di partito o perché  affatto lungimirante oppure non sufficientemente aiutato). Sta di fatto che proprio con il sindaco (giugno 1970 – marzo 1976) Antonio Larocca sono iniziate alcune distorsioni politico-amministrative tanto gravi da far perdere  (nelle elezioni del 1980) il potere locale al Partito Comunista, che lo deteneva in modo continuo e assoluto dal 1946 (ben 34 anni consecutivi). Un vero regìme!

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Caro Tito, ritengo che (con queste “Lettere su Badolato”) si cominci a delineare sempre di più e sempre meglio quanto amore e quanta cura e preoccupazione (quanta Vita!) abbia dedicato al mio paese natìo. Ti assicuro che (nelle mie pur risibili possibilità) non ho lasciato proprio nulla di intentato e che se mi fosse stata data la possibilità di lavorare per la mia comunità (con tutto il fervore e la passione che ho sempre dimostrato) sicuramente Badolato si troverebbe in una posizione più dignitosa. Non ho mai ambìto (ovunque sia stato, pure in Agnone del Molise) ottenere ruoli politici-amministrativi, ma soltanto contribuire ad esaltare il più possibile la mia Comunità. Il fatto che ciò non sia stato possibile (poiché ne sono stato impedito) sono arcisicuro che non è dipeso da me ma da persone e da sistemi ancora troppo arcaici e discriminatori nel concepire il “bene comune” come proprietà quasi esclusiva di un’oligarchia chiusa e tribale (per non dire altro).

Tutto sommato, mi reputo comunque  felice (ma veramente!) poiché ho donato tanto tanto di me. E, spero di continuare a donare con il mio esempio etico e con le mie opere di scrittura, anche se non ci sono più né a Badolato né ad Agnone! Per tutto ciò che non dipende da me direttamente, non mi preoccupo!

“Io sono ciò che ho donato”  oppure  “Io ho ciò che ho donato” (Hoc habeo quodcumque dedi) recita  un proverbio che è sicuramente molto ma molto più antico del poeta latino

Gaio Rabirio (+ 8 d. C.), cui viene attribuito (riferendolo però al console  Marco Antonio  83-30 a.C.) e che è stato poi ripreso da mille altri personaggi noti, come Gabriele D’Annunzio che lo ha voluto evidenziare più volte all’interno e all’esterno degli edifici del suo Vittoriale a Gardone Riviera (Brescia), come ho potuto constatare personalmente lunedì mattina 5 giugno 2017 assieme a mia moglie e al gruppo CRAL ospedaliero agnonese, guidato dall’instancabile presidente e ottimo amico Giacinto Carfagna.

Nella disputa tra “avere” ed “essere” … meglio scegliere (se è possibile) la missione di “donare”.

Grazie ancora per l’attenzione! Cordialità!

Domenico Lanciano  (http://www.costajonicaweb.it)

 

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