Ho sognato di essere il commissario alla sanità

Premessa: certe cose possono accadere solo in sogno!
Una mattina mi chiama X (un governo qualsiasi) e mi chiede se voglio fare il commissario alla sanità della Calabria. Io rispondo che avrei tante altre cose da fare, ma se proprio insistono, sei mesi li possono dedicare anche a questo lavoretto. Sei mesi, bastano.

Com’è che bastano? Ma perché io, al governo X, spiego che commissario è una parola derivata dal verbo latino “committo”, cioè affidare; e se il governo X vuole “committere” a me la sanità calabrese, lo deve fare come la parola dice, a me e solo a me.

Spiego altresì che non ha senso nominare un commissario senza “committere” i pieni poteri e la qualità di “alter ego”. Finora i commissari hanno passato il tempo a litigare sulle competenze, dove finiscono le loro e dove iniziano quelle dell’ultimo Capo usciere precario! Niente, voglio i pieni poteri, e una struttura perfetta con personale di numero dispari inferiore a tre.

Il governo – nel sogno!!! – si convince, e io divengo commissario unico e solo, deponendo di colpo assessori, direttori e quelli che con buffa parola straniera chiamano “manager”. Ovvero, comando – nel sogno – solo io!

Come primissima attività, io mi reco presso l’ospedale di Soverato, e mi metto in fila all’accettazione; unico modo per scoprire che i computer sono catorci, e il software è, detto in generale, scassato. Convoco i fornitori, e ordino loro di procedere, ad horas, cioè entro mezzogiorno. Se no, chiamo altri e questi non li pago per scarso rendimento.

Vi comincia a piacere, il commissario? A qualcuno no, a molti sì.
Poi chiedo, se l’ASP è una sola, perché a Soverato non si può prenotare o pagare anche per Catanzaro, via internet; se qualcuno tenta di spacciarmi una causa fumosa, lo licenzio subito. Il licenziato farebbe ricorso al TAR, ma io sono il commissario con pieni poteri, e me ne frego.

Dite voi. Ma tu farai il commissario per queste quisquilie? Fate una fila o due viaggi e due file a Catanzaro, e mi fate sapere se sono quisquilie davvero!

Passiamo alle cose più grosse. Tengo una riunione di medici; e il primo che pronunzia, anche per sbaglio, l’espressione “posti letto”, gli ritiro la laurea e lo mando a sostenere di nuovo gli esami del primo anno. Ci sono oggi, e tutt’altro che fantascienza, anzi banale e ordinaria amministrazione, tecniche e strumenti per cui un intervento si fa in mezzora mentre il malato guarda la tv. I “posti letto” sono roba di mezzo secolo fa, o pretesti per assunzioni clientelari.
Se i signori medici sono pratici degli strumenti del 2019 ormai 20, bene; se no, li spediamo a studiare, corsi intensivi giorno e notte.

Corollario: gli strumenti moderni costano poco d’acquisto e di gestione; i “posti letto” costano un pacco di denaro e di tempo. Ragazzi, la sanità non è una scusa per assistere i sani, ma deve tornare solo l’assistenza dei malati.
Perciò alcuni ospedali… diciamo meglio, presidi ospedalieri, vanno chiusi; e chiusi vuol dire chiusi, senza la solita fandonia del politicante che “saranno potenziati”: vedi Chiaravalle!!! E vedi anche il lento smantellamento di Soverato.

Io, che sono il commissario, e che conosco bene la Calabria, decido quali strutture servono e quali no. Al posto di quelle che non servono, un validissimo servizio di ambulanze.
Domanda: un ammalato vero preferisce un reparto scalcinato sotto casa, o un reparto efficiente a 50 chilometri? Domanda sciocca, se non fossimo in Calabria!

Ah, ovvio: quando arriverà il politicante locale e chiederà di essere ricevuto, gli dirò che ho da fare, e che ripassi il 30 febbraio.
Intanto do un’occhiatina ai conti. Assoldo a tale scopo uno dei tanti ottimi ragionieri che conosco io. Al primo sgarro, sono guai amari.
In cinque mesi e mezzo, ho risolto il problema: nel sogno, ovvio. E, sempre nel sogno, sono sfuggito a una ventina di attentati.

Ulderico Nisticò