Ho visto l’Odissea di Nolan: un’ora e mezza era pure assai


 Ho visto il film di Nolan quasi per dovere professionale, e ve ne parlo e come filologo e come spettatore. In questa veste, la prima osservazione è che, per arrivare a quasi tre ore, si ripetono, direi si riutilizzano scene come quella del cavallo e della distruzione di Troia, e si allungano dialoghi decisamente strascicati e con tono da salotto, e poco epici. Un’ora e mezza, quindi i canonici 90 minuti, erano più che sufficienti.

Informazione importante. Quando si dice “poema omerico” non è lo stesso che dire “romanzo di Alessandro Manzoni, di Milano, nato nel 1785 e morto nel 1873”, ma vuol dire attribuito a un poeta chiamato Omero ma senza epoca e luogo, a proposito del quale c’è una “Questione omerica” che si aprì or sono tre millenni fa, e non si potrà mai chiudere.

Il film però attinge anche a miti paralleli; Sinone è un personaggio dell’Eneide di Virgilio. Che Ulisse presto riparta, si trova in diversi racconti posteriori; o che non torni mai, basti il XXVI dell’Inferno dantesco.

Quanto alla filologia delle scene, e premesso che ogni film è una libera interpretazione, tuttavia il cavallo di legno (nel testo omerico dell’Odissea c’è solo un breve cenno, e nulla nell’Iliade) è goffo; Polifemo pare un cartone animato giapponese di mezzo secolo fa. Tralascio le armature da guerre stellari e altri particolari. Non entro nel problema di Elena, di cui tanto e inutilmente si è detto: è che nel film balbetta solo mezza parola, quando è una figura che occupa buona parte della mitologia e ha molto campo in letteratura. Sappiamo che negli Stati Uniti è legge dare spazio, calcolato a minuti, a categorie ed etnie; ma approfitto per ricordare a registi e autori e romanzieri che in Italia non vige nessunissima legge del genere, quindi Otello può restare il Moro di Venezia senza diventare cinese o tedesco o italiano!

Torno a parlare da spettatore. Ho atteso invano la divina malinconia di Calipso, la “dea nascosta”; non c’è nulla della sensualità di Circe; e, fatto davvero inspiegabile, mancano del tutto i fascinosi e misteriosi Feaci e quella figura immortale di fanciulla in fiore che è Nausicaa. Compaiono invece certi “Popoli del mare” di cui non c’è traccia nei testi greci poetici e storiografici.

C’è dunque troppo di prevedibile, per non scordare il politicamente corretto e pacifismo generico dopo tanti massacri bellici e privati; ed è poca la creatività, il che non giustifica la lunga durata del film. Non ho poi gradito il colore abbastanza cupo anche nelle scene all’aperto.

Ciò premesso, ben venga un altro lavoro di recupero della classicità. Altra cosa è il successo di pubblico, altra è la doverosa critica di chi è del mestiere. Magari si girassero più film intrisi di classicismo, anche ispirati alla mitologia magnogreca.

Ulisse non è sbarcato in nessunissimo posto calabrese, però abbiamo Trifone, Menesteo, Oreste, Ercole… e quell’Eutimo che abbiamo teatralmente rappresentato… e, ad abundantiam, le leggende carolingie… Ma che ne sanno, gli intellettuali calabri del piagnisteo retribuito, e le Cabine di regia più nascoste di Calipso?

Ulderico Nisticò