I cattolici e le elezioni

C’era una volta un partito che si chiamava, ufficialmente, Democrazia Cristiana; non era un dogma nè un obbligo morale, per un credente, votare DC, ma le indicazioni erano inequivocabili, sia da parte dei cosiddetti grandi elettori di paese, sia delle stesse gerarchie. Ad un cattolico, era comunque vietato, pena la scomunica, votare per i comunisti, anzi per i socialcomunisti. Dal 1962 i socialisti vennero di fatto esentati, grazie al centrosinistra; verso gli anni 1970, anche la scomunica dei comunisti venne dimenticata.

Intanto la DC attraversava una crisi strisciante, che negli anni 1990 divenne conclamata, anche con pesanti insuccessi elettorali. Tra il 1992 e il ’94, la DC sparì anche come nome, e quanto ne rimase si schierò sul centrosinistra, fino all’attuale situazione del Partito Democratico. Partiti postdemocristiani di centrodestra sono poco consistenti.

I cattolici credenti e praticanti non trovano dunque un partito predominante, e il loro voto va dovunque. Le gerarchie non danno indicazioni nemmeno di fatto. Si era diffusa l’impressione di simpatie nei confronti del PD o di alcuni candidati; ma spero non sia vero, perchè sarebbe come dover costatare che il voto cattolico è precipitato in basso assieme al PD, ridotto com’è al 18%; in Calabria, con tutta la Regione (o per essa?) il 14!

Il singolo credente e praticante, non sentendosi nemmeno coinvolto in certe scelte, ha votato per chi gli parve, senza far intervenire in tale scelta nessun fattore di natura religiosa. Anche perché, restando solo a un nome noto, ci vuole un bel coraggio a riconoscere come “candidato cattolico” un Casini.

Questa lunga premessa, per giungere alla conclusione che non esiste un partito cattolico, e non ci sono le condizioni perchè se ne faccia uno.
Non serve, infatti, un partito, o eleggere qualcuno più o meno credente o sedicente e dichiarato tale. Urge recuperare i valori cristiani cattolici, i quali non è che siano, oggi, tanto chiari. Non sto parlando, ovvio, di articoli di Fede, che sono indiscutibili, se uno a Messa non balbetta il Credo senza crederci! Dico che urge recuperare l’interpretazione cattolica del mondo sociale, e quindi politico; e le interpretazioni sociali e politiche, essendo mutevoli, hanno bisogno di un serio dibattito. Dibattito, che è come l’amore: si fa in due; e troppo spesso si presentano per dibattiti quelli che sono solo monologhi, e spesso abbastanza noiosi.

La cultura cattolica ha molti e ferrati argomenti per interpretare i fatti umani, compresi quelli dell’economia: basti come esempio la dottrina di san Tommaso d’Aquino circa lo “iustum pretium”; e quella della moneta… E continuiamo con la letteratura cattolica, l’arte cattolica, l’architettura cattolica, la scuola cattolica.
Si ha quasi l’impressione che un certo cattolicesimo si sia ridotto in un angolo, quasi dovendo giustificare la sua esistenza. Bisogna fare il contrario, cioè affermare il cattolicesimo non come religione privata (sarebbe la gioia dei crociani!) ma come chiave di lettura della realtà umana comunitaria. Per fare questo, occorre una grande vivacità di discussione; e recuperare gli spazi della cultura nel senso più ampio.
Poi, e solo poi, si può vedere se è il caso di pensare alla politica nel senso istituzionale.

Ulderico Nisticò

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