I tesori nascosti


 Vi ricordate quando Giuliano Amato, nel luglio del 1992, e di notte e di sorpresa, prelevò il 6 per mille a tutti i conti correnti e similia? Tutti, non quelli dei re e principi e duchi e grandi usurai, tutti, pure i risparmiucci delle mie figlie. E siccome il mangia mangia avvenne al buio, ce ne siamo accorti solo la mattina dopo. Così, per rinfrescarvi la memoria.

Si trattò, però, di una rapina ugualitaria, che colpì poveri e ricchi. Oggi circola un’idea leggermente diversa, detta la patrimoniale, quindi tassare i ricconi. Ebbene, ragazzi, è da che mondo è mondo che qualcuno va in cerca di tesori nascosti. Già i Greci pensavano che il dio della ricchezza, Plutone, vivesse sotto terra, tanto da identificarlo con l’Ade dei morti.

Tra i mortali di Atene del VI secolo, c’erano pochi ricchissimi e tantissimi indebitati, finché Solone, pure lui di notte, non varò la seisàkhtheia (scuotimento dei pesi), abolizione dei debiti. Anche nella mitica Sparta in cui tutti erano pari (non uguali!), a qualcuno toccò un terreno fertile e a qualcun altro fango e sterpi, però della stessa misura.

Torniamo ai miti, questa volta germanici. Sigfrido uccide un drago, e scopre un tesoro nascosto, l’oro del Reno.

Da allora, anche in Europa andarono spesso in cerca di tesori in grotte e dirupi; in alternativa, cercarono nelle Americhe l’Eldorado, e dell’oro lo trovarono davvero. L’effetto fu disgraziatissimo, e l’afflusso di oro e argento provocò il collasso dei piccoli patrimoni familiari, e la desertificazione delle Spagne.

E già: chi l’ha detto che la ricchezza rende felici? Mida ottenne da Apollo di trasformare in oro quel che toccasse: al primo panino preso in mano e diventato aureo, morì di fame.

Torniamo alle storie. Negli ultimi decenni del XVIII secolo, la Francia era economicamente prospera e finanziariamente dissestata: attenti alla differenza. C’erano dei grandi feudatari ed ecclesiastici ricchi, ma la maggior parte dei baroni se la passava male. Nel 1789, alcuni contadini assalirono i non difesi castelli alla ricerca di enormi ricchezze, senza trovare un bel niente.

La leggenda fu però dura a spegnersi, e tuttora qualcuno pensa che il riccone Pinco abbia nei suoi forzieri tonnellate di zecchini, fiorini, dobloni, talleri, sesterzi… e il plurimiliardario Pallino conservi gioielli a quintali. Ed ecco l’ideona della patrimoniale. Se vogliono un suggerimento, glielo trovo io. Il tiranno democratico di Sibari, Telys, confiscò tutti i patrimoni dei ricchi aristocratici e pitagorici. Questi si rivolsero a Crotone, e Sibari nel 510 aC finì distrutta.

Ma non è così, nel 2026. I plutocrati [la parola è usata per la prima volta da Senofonte nei Memorabili di Socrate] oggi i soldi… no, le carte di credito, non le hanno più nelle oscure segrete del castello, bensì a Vanuatu e a Singapore e nella civilissima e onestissima Svizzera; e non sotto forma di latifondi e mandrie… mandrie, mi raccontavano che un tempo dal Marchesato alla Sila impiegavano un giorno e una notte. Oggi è difficile trovare una vacca!

Agli illusi della patrimoniale, faccio notare che non ci sono ricchezze da spartire, e che il solo e unico modo per realizzare una seria giustizia sociale è la produzione di beni. I beni poi si distribuiscono da soli, e qualche cosa tocca a tutti: ovviamente, in parti disuguali, perché a tutti lo stesso è suprema ingiustizia. Vedi sopra per gli Spartani.

Ulderico Nisticò