Il 25 aprile con gli occhi dello storico


25aprile Trascorsi sette decenni e oltre dal 25 aprile 1945, e pur comprendendo le motivazioni di chi cerca una mitopoiesi, sarebbe ora di ragionarne da storici.

 Non sarà male un riassunto dei precedenti. Il 10 giugno 1940 l’Italia entrò in guerra contro Gran Bretagna e Francia, ed era alleata della Germania. Tale situazione perdurò per tre anni in Africa, Grecia, Balcani, Russia, Mediterraneo; non si conosce alcun episodio rilevante di qualche contrasto con l’alleato germanico, anzi generoso di interventi militari e rifornimenti; e, diciamo la verità, pronto a riparare alle non rare problematiche create dall’Italia.

 Persa l’Africa, nel luglio del 1943 venne attaccata dagli Angloamericani la Sicilia. Qui avvennero i primi casi di cedimento delle truppe italiane, e la difesa dell’isola gravò prevalentemente su una possente divisione tedesca, che tenne a bada il nemico per due mesi, ritirandosi poi ordinatamente.

 Era intanto caduto il regime fascista (25 luglio 1943), e il nuovo governo Badoglio aprì trattative segrete, che portarono alla firma, il 3 settembre, di un armistizio, pur esso segreto. Badoglio s’illudeva che fosse l’inizio di un cambiamento di fronte dell’Italia a fianco degli Angloamericani; ma questi non avevano affatto simile intenzione, e imposero, l’8 settembre, la pubblicazione dell’armistizio. Le forze armate italiane non erano state preparate, anzi nemmeno avvertite; mentre la Germania non si fece sorprendere, e attuò un fulmineo piano di occupazione dell’Italia. Re e Badoglio riuscirono a fuggire. Centinaia di migliaia di soldati furono fatti prigionieri senza resistere, con le sole eccezioni di brevi combattimenti alle porte di Roma e degli episodi di Cefalonia e Lero.

 Alcuni militari evitarono la cattura, e, uniti a civili, costituirono gruppi armati detti partigiani. I militari erano, generalmente monarchici o fedeli al re; i civili erano in grandissima parte social comunisti, con qualche modesto apporto di altra ideologia. Da storico, mi attengo alle pubblicazioni ufficiali dell’ANPI dell’immediato dopoguerra, che dichiarano 80.000 combattenti. Venne costituito un Comitato di Liberazione Nazionale (CNL), collegato ai governi Badoglio e Bonomi. Il Regno d’Italia, non riconosciuto alleato ma solo con la strana formula della cobelligeranza, formò un corpo di militari di 10.000 uomini, che partecipò, inquadrato in reparti britannici, ad alcune operazioni.

 Il 13 Mussolini, liberato, fondava la Repubblica Sociale Italiana, che, in un’ambigua situazione di alleanza e occupazione con i Tedeschi, funzionò anche nella vita civile ed economica, e in particolare difendendo il valore della lira. Con i militari fascisti detenuti in Germania vennero formate quattro potenti divisioni; e seguì un proliferare di corpi armati semiautonomi, tra cui la Decima di Borghese e il Corpo delle Ausiliarie. Si calcola da 800.000 a un milione di armati.

 I gruppi partigiani, pur non potendo affrontare in campo aperto le forze tedesche e fasciste (ciò accadde solo in Iugoslavia), furono in grado di occupare alcuni territori di montagna, e distrarre così truppe dal fronte. Finito il conflitto, entrambe le parti narrarono sia fatti bellici sia stragi e massacri ed efferatezze, in parte veritieri, ma amplificati, all’italiana, dalla retorica.

 Si trattava di una necessità politica variegata. Il governo regio doveva dimostrare agli Angloamericani di aver fatto qualcosa per la guerra; i partigiani tentavano di capitalizzare la loro attività in vista dei futuri assetti dell’Italia, ancora tutti da decidere. I partigiani monarchici miravano a restaurare la situazione del 1922; i comunisti, alla rivoluzione. Ma intanto USA e URSS si accordavano (si dice comunemente Yalta) per la spartizione delle zone d’influenza, e l’Italia toccava al blocco occidentale.

 Vero che Stalin, Togliatti e Badoglio avevano messo a segno una mossa azzardata e vincente, la cosiddetta svolta di Salerno: l’URSS riconobbe il governo Badoglio, costringendo anche USA e Gran Bretagna a fare altrettanto. Da allora il PCI italiano, il più grande partito comunista fuori dal blocco sovietico, entrò di fatto a far parte del sistema, culminando, negli anni 1970, con il consociativismo.

 Lo scopo politico del CLN era di coprire ogni spazio possibile in vista della fine della guerra e del crollo della Repubblica fascista. Preparò così un’insurrezione di scarso effetto bellico ma alto valore politico, da mettersi in atto, dove possibile, qualche momento prima dell’arrivo delle truppe angloamericane.

 Ciò si attuò negli ultimi giorni di aprile, quando la stessa Germania era invasa dai sovietici, che l’8 maggio giungeranno a Berlino, e gli Angloamericani avevano varcato il Reno. I comandi tedeschi in Italia o tentarono la ritirata in patria, o si arresero.

 La Repubblica fascista, che aveva retto abbastanza bene, si dissolse. Il progetto di un’estrema difesa in Valtellina non ebbe inizio. Graziani assunse di fatto il comando dell’Armata italotedesca Liguria, e si arrese secondo regole militari. I corpi armati politici subirono diverse sorti. Molti vennero uccisi, anche se la cifra, ripetuta dai fascisti, di 300.000 è inattendibile. E comunque la storia non si può ridurre alla contabilità dei defunti più o meno legittimi.

 Il CLN, dove riuscì, nominò dei prefetti politici, che, appena arrivati i regi carabinieri, furono mandati a casa sostituiti con funzionari di carriera; e finì la per altro blanda rivoluzione. Nacque così la delusione dei partigiani, che traspare dalla scarsa letteratura e cinematografia ispirata a quei fatti.

 I fascisti, tranne pochissimi, beneficiarono dell’amnistia Togliatti, e poterono partecipare alla consultazione del 2 giugno; quasi tutti votarono repubblica per odio dei Savoia. Sorsero diversi movimenti politici dichiaratamente neofascisti, inutilmente vietati dalla 12 disposizione finale della carta del 1948 o puniti dalla legge Scelba. Busti di Mussolini e gagliardetti neri, prima abbondantissimi, sparirono dalle sedi solo con il voltafaccia del 1995 e la nascita di Alleanza Nazionale: mi viene da ridere. I fascisti ante 1940, quelli genuini aderirono, tra mugugni, al Movimento Sociale; molti passarono al PCI, tra cui il giovane Napolitano; i più votavano DC. Il MSI, presto prevalente e quasi unico rappresentante dei neofascisti, mantenne sempre il suo 5/7% dell’elettorato, con qualche picco.

 I pochissimi fascisti che subirono conseguenze, ciò fu per brevissimo tempo. Graziani, condannato all’ergastolo, tornò libero quasi subito; presidente del MSI, ne uscì; e rimase famoso l’abbraccio di Arcinazzo con un giovane esponente democristiano di quelle parti: Andreotti. Quando Graziani morì, i funerali, passando sopra alla politica, furono da adunata oceanica; e suscitò commozione nazionale la foto del vecchio attendente somalo, nero come la pece, che piangeva levando la destra nel saluto romano. Nessuno trovò da ridire. Sorvoliamo su Borghese, che è meglio.

 Quanto alla lotta partigiana, nei primi, tempo di centrodestra e di guerra fredda, anni venne relegata a un fatto quasi esclusivo dei socialcomunisti; verso il 1970 venne adoperata per una funzione di collante del centrosinistra e dell’arco costituzionale, ed entrò nella scuola e nella cultura ufficiale, anche se molto poco in quella popolare.

 Accadde allora che un giovane giudice il quale, entrato in carriera nel 1943, aveva prestato servizio a Novara, cioè in RSI, fino a fine aprile 1945, venisse proclamato retroattivamente eroico partigiano, e facesse, in seguito, il presidente della Repubblica con particolare acrimonia antifascista. Molto più corretto, Napolitano.

 Un corollario, da approfondire in altra occasione. A tutte queste vicende parteciparono, da ambo le parti, dei Meridionali; ma non il Meridione, che, occupato dagli Angloamericani, attraversò vicende oscure di AMlire e segnorine; ma nessuna situazione politica; e le circostanze sottrassero al Sud la sanguinosa esperienza della guerra civile. Anche questa volta, fuori dalla storia e a fare da spettatori.

Ulderico Nisticò


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