Il 26 aprile 1945 e le radici dell’attuale Italia

 La signora A. S. in F., calabrese emigrata, passò da Piazzale Loreto perché era la sua strada obbligata, vide l’osceno scempio, e si recò alle Poste per ritirare il sussidio: le spettava in quanto maritata con G. F., marinaio richiamato, di cui si sapeva solo che era stato a Taranto, ma nulla di quanto avesse subito o fatto dopo l’8 settembre 1943; nel dubbio, la Repubblica Sociale, che da tre giorni non c’era più, continuava ad assistere la moglie. Quest’episodio pirandelliano, o kafkiano che dir si voglia, ci offre lo spunto perché, paragonando le cose piccole con le grandi, ci domandiamo cosa accadde davvero nei pochissimi giorni seguenti il 25 aprile, eppure di grande rilievo.

 La folla di Milano che ingiuriava i cadaveri era la stessa che, due mesi prima, aveva accolto con rispetto Mussolini; battuta, in velocità di cambiamento di umore, solo da quella di Gerusalemme tra le Palme e il Calvario. A dimostrazione che le folle non sono mai politicamente attendibili, soprattutto se organizzate e insufflate da qualcuno. Del resto, era la Milano dell’assalto ai forni…

 Di Mussolini, la sola notizia è che venne ucciso; i fatti, e persino i luoghi, sono dubbi fin dall’inizio delle narrazioni, e ogni anno spunta una nuova ricostruzione. Ragionando per logica politica, è certo che dovesse morire, e portare nella tomba tantissime informazioni compromettenti per tutti quelli che in Italia lo avevano osannato come duce, e fuori avevano trattato con lui come capo del Governo: fuori, ma nemmeno tanto lontano! Leggete il simpatico “Processo a Mussolini” di Mino Caudana, il quale immagina Benito vivo ed effettivamente processato, e che chiamava in correo mezzo mondo!

 Se vivo, forse Mussolini non sarebbe stato deputato… anche se il napoleonico Soult fu più volte primo ministro di Luigi XVIII… ma certo avrebbe scritto apprezzatissimi libri e articoli su giornali italiani, europei e americani. Vedete perché doveva morire?

 Un altro che faceva comodo morto era senza dubbio Nicola Bombacci, già fondatore del Partito comunista d’Italia nel 1921, poi fascista. Romagnolo spiritoso com’era, avrebbe potuto raccontare come Gramsci, prima di essere arrestato dai fascisti, era stato espulso dai comunisti! Cadde a Dongo, Bombacci, assieme a Pavolini, segretario del Partito, e al nostro Vito Casalinuovo.

 Ma non tutti morirono, i fascisti; e a questo punto mi viene a mente Gladio, e anche, all’interno del Movimento Sociale, alcuni camerati troppo amerikani! Un caso a parte, Graziani, che, condannato all’ergastolo e immediatamente scarcerato, vero che fu presidente onorario del MSI, ma un bel giorno pubblicamente abbracciò un giovane e promettente politico DC suo conterraneo, tale Giulio Andreotti. Il funerale di Graziani, nel 1955, fu comunque un immane apologia di fascismo; pari del resto nel ’60 a quello di Kesserling in Germania. L’anno dopo, Badoglio morì tranquillo.

 Valerio Borghese restò, come da sommergibilista e comandante della Decima, incontrollabile anche come neofascista; e fu sfiorato da più zone d’ombra. Morì nel 1974.

 Quanto agli antifascisti, quasi tutti i partigiani genuini uscirono di scena. Del resto, era subito avvenuta l’italianissima corsa al “brevetto” di partigiano, con l’arrivo di tantissimi saltafosso, che cacciarono quelli veri (80.000, secondo cifre ufficiali); esempio, Oscar L. Scalfaro, giudice della Repubblica Sociale fino ad aprile 1945, poi, ma solo poi, resistente: più o meno come l’avo fatto barone da Murat, e poi era nella commissione che lo mise a morte. Di effettivi combattenti come Moscatelli o Pier Bellini, invece, non si sentì più parlare. Parri fu presidente del Consiglio da giugno a dicembre del 1945, più maltrattato dei suoi evidenti limiti, e subito dimenticato. Pertini, personaggio decorativo di secondo piano del socialismo, fu presidente della Repubblica, ma molti anni dopo (1978-85).

 I monarchici, perso di misura il referendum del 2 giugno 1946, e adattatisi, si divisero, come succede in questi casi, in partiti e movimenti, alcuni di mutuo soccorso. Confluiti, il 1972, nel MSI-DN, smarrirono l’identità. Sugli eredi dei Savoia, stendo un velo, ma un velo…

 I comunisti (PCI) godettero di una robusta crescita elettorale fino agli anni 1980 circa. Ben sapendo di non poter andare al potere per gli accordi di Yalta USA-URSS, si diedero alle convergenze parallele e al sottopotere culturale e non; per poi venire travolti, in quanto partito, dal crollo del comunismo internazionale negli anni 1990.

 Sparivano, d’altra parte, tutte le ideologie, quelle nate per la società industriale ottocentesca e del primo Novecento; e ancora nessuno ne ha create di nuove.

 Questo sia detto per le personalità e le cose politiche. E la gente? Grosso modo, così si può dire:

  • Molti fascisti rimasero nostalgici, anch’essi in più organizzazioni, per trovarsi poi, quasi tutti, nel MSI; e, il 1995, nella dissennata e suicida operazione di Alleanza Nazionale; poi appendice di Forza Italia; poi addio…
  • Molti intellettuali formatisi nel fascismo, soprattutto gentiliano, passarono a sinistra: esempio, Ingrao, Licata, Napolitano…
  • Moltissimi italiani medi e popolari finirono DC, pur avendo, parecchi, la casa piena di libri apologetici del Ventennio. Votavano DC, ma, a parte interessi contingenti, non facevano politica.

 La memoria storica, su suggerimento di Ciampi, venne modellata alle nuove esigenze, e fatta risalire al 1943, con sostanziale sparizione dai testi scolastici non solo del fascismo, ma anche dei guelfi e ghibellini e della fondazione di Roma. Se parlate con un normolaureato quaranta-cinquantenne, avete esattamente questa impressione.

 Forse anche per questo non è inutile questa lezioncina di storia. Chi non è d’accordo, faccia la cortesia di rispondere in modo civile.

Ulderico Nisticò