Il giallo del 186 a.C. e le droghe


 Nel corso di una manifestazione culturale, si è tornato a parlare della scoperta, avvenuta a Tiriolo nel 1640 (secondo altre fonti, 1638), della Tabola bronzea del senatusconsultum de Bacchanalibus, che vietava, pena la morte, i culti di Bacco, tranne casi rari di religione, e solo se permessi e sotto il controllo del senato.

Ovvio che non si trattava di vino, ma di droghe. Non solo, ma emerge in Livio un fenomeno di vasta estensione sia per numero di aderenti, sia per l’organizzazione dello spaccio e delle orge.

Lo si scopre perché una donna vedova con un figlio aveva ordito l’osceno piano per indurlo ad entrare negli ignobili giri, e morirci, impadronendosi così, lei e l’amichetto, dell’eredità. Matris cor, ovvero, cuore di mammà!

La tavoletta è una copia, sicuramente a “stampa” del decreto, con l’aggiunta AGER TEURANUS. Le tantissime altre d’Italia saranno state fuse per riuso. Questa era nei sotterranei del palazzo del principe Cicala, e così protetta.

Scoperta, venne in mano ad ecclesiastici e dotti tiriolesi, padroni sì dell’italiano del XVII secolo, ma padronissimi del latino; e venne portata a conoscenza di tutti i dotti calabresi e italiani. Donata all’imperatore Carlo VI (1711-40), allora anche re di Napoli e re di Sicilia, si trova a Vienna; ma una copia accurata è nell’Antiquarium tiriolese.

Tre premesse essenziali: la scoperta del documento a Tiriolo non comprova minimamente che il decreto abbia avuto di mira Tiriolo (ager Teuranus), giacché si legge con la più luminosa chiarezza che il provvedimento ha efficacia in tutta l’Italia romana, Roma in testa; seconda premessa, lo scandalo, ampiamente e dettagliatamente raccontato da Livio nel XXXIX, ha luogo in Roma, dove, dirà un paiono di secoli dopo Tacito, “confluisce tutto ciò che di più turpe c’è nell’impero”; gli orgiastici sono di ceto medio e nobile.

Insomma, non c’è il minimo spazio per niente di politicamente corretto, di sociologico, di meridionalistico e roba del genere; né da affermare, né da lasciar credere a un pubblico poco accorto.

Non posso qui pubblicare l’intero lunghissimo brano di Livio; chi ne fosse curioso, me lo chieda a parte, e glielo mando. Il testo latino, su cui tanto si discute dal giorno della scoperta, pone il problema se sia un latino ancora ufficiale, e arcaico (senatuos, sententiad… ), o adattato al latino regionale.

Anche questo argomento è troppo tecnico per dirne ora, e chi del mestiere volesse saperne, lo chieda. Ho pubblicato tutto (Livio e testo con traduzione e commento) in due occasioni: Cronache antiche di Tiriolo, estratto da Vivarium Scyllacense, 1995; La tabola tiriolense del senatusconsultum de Bacchanalibus, Quaderni CSB, Catanzaro, 2003.

Ecco come si racconta la storia senza buttarla in politica.

Ulderico Nisticò