Il giorno delle vacche?

 Sarei felice come una Pasqua (o si dice Happy Pask?) se uno qualsiasi della Regione, anzi dell’intera Calabria, mi allegasse un motivo, un solo motivo per cui la vaccinazione si debba chiamare VAX DAY. A parte la libidine di servilismo e l’esterofilia e la pacchianata di passare per internazionali, io non ne vedo nessuno, ma proprio nessuno.

 E nemmeno voglio trascurare che, nello stesso TG, un giovanotto c’informa del “Recovery Plan”, poi passa la parola a una sorridente fanciulla che disserta del “Plen”, intervistando un prof che parla di “Plaen”: a quando “Plon” e “Plun”? Mentre, in vena di politica estera, uno ci mostra “Biden” e l’altro “Baiden”. Mettetevi d’accordo, caspita!

 Perché questi illustri signori non sono fanno ridere con le loro manie anglomani, ma sicuramente sbagliano anche l’inglese; o, più esattamente, l’amerikano. E qui ci vuole una ben nota citazione letteraria, il Pigmalione di Shaw, ispirato alla netta differenza tra l’inglese oxfordiano, elegantissimo, e il rozzissimo slang. I nostri non sono certo mr. Higgins, ma la trovatella Eliza Doolittle.

 E volete che mi scordi di Catullo, quando prende per i fondelli uno che voleva parlare greco, e invece di dire “Ionios”, cioè dello Ionio, diceva “Hionios”, cioè invernali e tempestosi? Simili pacchianate segnalano Lucilio e Giovenale.

 Una volta parlavano “o francese accussì” come Reginella quando cambiò mestiere, a quanto pare con un certo successo: del mestiere, però, non del francese. Ecco perché si dice “u sciofferru”, “u custureri”, “a buffetta”. Con identico processo di assimilazione al dialetto, posso scrivere “vacche dei”? del resto, per le povere e insignificanti celebrazioni dell’Alighieri, non si sono inventati un Dantedì in angloitaliese?

 Sarebbe ora di finirla. Tanto, non ci casca più nessuno; e li vorrei vedere, i nostri anglofoni calabri, a chiedere un’indicazione stradale a Londra! Li vorrei vedere a Bruxelles, a presentare in inglese o in francese un progetto all’Europa. Infatti non lo presentano, e se ne restano felici a Catanzaro a parlare ita… ahahahahah, dialetto, e pensano che vax day sia “a iornata d’e vacchi”. Beh, ragazzi, siamo o non siamo nella terra del re Italo, personaggio che dovrebbe avere a che fare con i Vituli, ovvero vitelli?

 Attenti, il mio non è solo nazionalismo: lo è, ovviamente, eccome; ma non solo per le parole, e c’è qualcosa di molto più profondo. Chi parla straniero (fasullo, ma straniero) pensa straniero. Esempio, la parola francese “philosophe”, che significa, almeno dal XVIII secolo, solo opinionista, giornalista, roba da “philosphie fin de table”; e invece in Italia la spacciano per filosofo vero, manco il tizio intervistato in tv fosse Platone o Campanella, e non, come è, un professore qualsiasi, e predica banalità come fossero sublimi intuizioni. E quando, nei film americani, due s’incontrano dopo anni e ricordano di quando stavano al “Liceo”, mica vuol dire che studiavano Omero ed Orazio, ma solo che era una scuola superiore alla Media; ottima e professionale, e ne avremmo bisogno, in Italia, ma non era un Liceo, e invece lo spettatore se lo beve e crede di avere a che fare con due classicisti che manco il Poliziano e Pietro Bembo.

 Ecco il punto: non basta tornare a parlare in italiano; occorre, e d’urgenza, pensare italiano. Non esiste, infatti, un pensiero universale ed unico, “in questo mondo di Nazioni”. Lo dice il Vico, che era un filosofo, non un “philosophe”.

 Sarebbe possibile, magari, pensare calabrese?

Ulderico Nisticò