Il mio Giovanni Pascoli: non solo cavallina


 Nella non molto lunga vita (1855-1912), il Pascoli fu assai prolifico di scritti, e figura poliedrica non facile da interpretare in modo univoco. La definizione, un po’ scolastica, di poeta del Decadentismo non basta a delineare altri aspetti della sua personalità umana e della stessa opera letteraria.

La sua formazione fu quella di un classicista, con profonda conoscenza del greco e tale padronanza del latino da trionfare più volte ad Amsterdam come poeta nella lingua di Virgilio. Per un classicista, il Pascoli, con tutto il rispetto per la Cavallina e il X agosto, è il cantore di Alexandros, di Solon, in cui traspare tutta la grecità del poeta.

Questa tuttavia compare in ogni momento letterario; e non so quanti abbiano preso atto che le “farfalle crepuscolari” sono la greca ψυχή, che significa sia farfalla sia anima. Le anime dei morti, e la Morte, sono spesso presenti nel Pascoli: l’unica poesia d’amore è la struggente Panchetta con “io non son viva che nel tuo cuore”.

Ai morti ritornanti credeva davvero, come del resto tanti altri nel suo tempo, dal Fogazzaro di Malombra, a persino scienziati e Nobel come i Curie. Era credente nella metafisica, e in un certo senso cristiano, cercando in un cristianesimo tutto suo, come in un suo vago socialismo umanitario, quella giustizia che sentiva fosse mancata a lui e alla famiglia con l’assassinio del padre, e vedeva mancare nel mondo “atomo opaco del male”.

Nato da contadini, era vicino al popolo e alle sue fatiche e sofferenze; sentì il dolore dell’emigrazione; e, in età più matura, si accostò a un pensiero patriottico che oggi chiameremmo nazionalpopolare, incitando alla Guerra di Libia (1911) con il celebre discorso “La grande proletaria si è mossa”: proletaria era per lui l’intera Italia, alla conquista di un posto tra le Nazioni. Sarebbe stato un interventista, nel 1914? Ritengo di sì.

Questo è il pensiero… o piuttosto questi, e altri, furono i diversi pensieri del Pascoli. Di lui conta molto di più la funzione esercitata da lui, come dal d’Annunzio, nell’evoluzione della letteratura e della stessa lingua italiana. Non accettò la sperimentazione poetica del verso libero, rimanendo fedele alle forme tradizionali e alla rima, e portando a conseguenze ancora più radicali la metrica “barbara” del Carducci. L’innovazione pascoliana è nel linguaggio, che spazia da grecismi come “solidunghi” (μώνυχες), o “mistòfori” e “pezetèri” (non so perché con accenti arbitrari non obbligati dalla metrica); a dialetto romagnolo e lingue straniere ne Gli emigranti; all’onomatopea “gre egre di ranelle”, e allitterazione “come trotto di mandre di elefanti”. E la soffusa musicalità di molti versi: “il sogno è l’infinita ombra del vero”. Schiettamente decandentistico è il simbolismo, ora evidente come ne La quercia caduta” o La piccozza, ora da cogliere e interpretare come nell’inquietante e attuale Gog e Magog: leggetela. O in quel documento dell’esistenzialismo che è Alexandros: il re ha conquistato tutto, e rimpiange quando ancora doveva partire, e poteva ancora sognare; metafora della vita di tutti noi.

Scrisse moltissimi carmi italiani, forse troppi, e qualcuno troppo in fretta; e chissà se il Gozzano si riferiva a lui con “i dolci bruttissimi versi”? Ebbe dei critici malevoli, donde la battutaccia ironica di “orfano d’Italia”. Carducci lo sostenne negli studi e nella carriera; d’Annunzio, pur così diverso per vita e per stile, lo ammirava. Scrisse pregevoli prose, alcune di sia pur discutibile critica letteraria.

Visse da insegnante, prima in Licei, poi all’Università come latinista e grecista; a Messina strinse amicizia con il grandissimo latinista reggino Diego Vitrioli (1819-98); per succedere al Carducci nella cattedra di italiano a Bologna.

Il film dato ieri 13.1 dalla RAI, un po’ lento, è francamente non dico celebrativo, è commemorativo; e appena allude ad aspetti oscuri della vita del poeta, di cui quasi non si accorge chi non ne sa già; e al mistero dell’uccisione del padre, mai chiarito. Buona l’ambientazione scenografica. Poco spazio resta, nello sceneggiato, alla poesia. È comunque un’iniziativa meritevole, da parte della RAI, di produrre qualcosa di italiano. Prosegua.

Ulderico Nisticò