Il Natale dell’antica civiltà contadina nell’ultimo poemetto di Francesco Pitaro

Ispirato al Natale dell’antica civiltà contadina calabrese l’ultimo poemetto in versi dialettali di Francesco Pitaro editata in self publishing dalla Gedi-Gruppo editoriale S.p.A. Un’operetta di sessantaquattro pagine e duecentoquaranta quartine di settenari, alternativamente piani, sdruccioli e tronchi, in cui sono racchiuse le tradizioni natalizie legate a questa festività e alle celebrazioni religiose del rito preconciliare alle quali l’autore partecipava con trasporto nelle vesti di chierichetto.

Quando, per indenderci, bisognava mandare a memoria l’”Introibo ad altare Dei” con quel che ne seguiva. E poi, i tanti ricordi personali della sua infanzia costellata di giochi popolari – oggi del tutto scomparsi e dimenticati – e alle specialità culinarie, prodotti di una cucina povera, va da sé, ma prelibati e succulenti manicaretti, strettamete connessi a questo periodo.

Francesco Pitaro è nato a Gagliato (CZ) il 17 febbraio 1953, e vive a Montepaone. Giornalista, ha collaborato alla Radio Vaticana e scritto per Tuttosport, Corriere dello Sport-Stadio, Giornale di Napoli, Oggi Sud, Quotidiano della Calabria, il Domani della Calabria, Calabria Sconosciuta, i Calabresi nel mondo.

È stato comunicatore presso l’Autorità di gestione del Por 2000-2006 e all’Unità di progetto “Politiche comunitarie e Relazioni internazionali” della Regione Calabria.

È stato collaboratore fisso del trimestrale di cultura Calabria Letteraria e ha scritto, fra l’altro, per le pagine “Regionale”, “Commenti” e “Cultura e Spettacolo” di Gazzetta del Sud.

Sue altre pubblicazioni in veri dialettali calabresi sono: Penzéri ô hoculàru, poesie in vernacolo calabrese (1992); Tiempi antichi, poesie dialettali calabresi (1997); Schizzi di…Versi, epigrammi e poesie giocose dialettali (2012); A Muntipauna, storia di una comunità in versi dialettali (2013); Natale d’altri tempi (2013); Magico Natale, racconti e poesie dialettali calabresi (2013); Cunti e canti, personalità calabresi illustri in versi dialettali (2014);‘U Tirannu senz’anima, poemetto in versi dialettali (2018);‘U marchìsi ‘e Gagghjàtu e ‘u jussu ‘e prima notta, poemetto in dialetto calabrese (2020).

Qui di seguito uno sralcio della prefazione dell’autore:
È Natale, e come ogni anno in cui questa festività si avvicina mi si ridestano ricordi della mia infanzia. Una infanzia modesta, per non dire povera, della mia generazione, quando ancora sopravanzava il retaggio della vecchia civiltà contadina.
Erano, certo, gli ultimi rantoli, una nuova era bussava alle porte: quella del boom economico, della società consumistica, dell’opulenza. Che alla fin fine per noi meridionali, calabresi in particolare, ha significato emigrazione di massa e conseguente spoliazione urbanistica e decadimento demografico.

Insomma, abbiamo fatto in tempo a conoscere la vita semplice, sobria, spesse volte fatta di privazioni e ristrettezze. Ma anche di capacità di fare, usando un luogo comune, di necessità virtù; di sapersi accontentare di quel poco di cui si disponeva ed essere allo stesso tempo felici. E fors’anche di più di quanto non lo siamo adesso, o per meglio dire, di quanto non lo siano i ragazzi e i giovani di oggigiorno.
Veniva Natale, e noi lo vivevamo alla nostra maniera. Andando in chiesa a vedere come il sagrestano, insieme a fedeli collaboratori, allestiva il presepe, già un mese prima che cominciasse l’Avvento. Era un lavoro immane, perché enorme era il manufatto: vi si impiegavano diverse travi, lunghe e resistenti, tanto da potervi camminare sopra. E poi una quantità notevole di tavole, sughero, masonite. E carta da cemento, come la chiamavamo noi, perché era ricavata lacerando sacchetti di cemento che usavano i muratori. E ancora, tanta sabbia per delimitare le strade su cui si sarebbero avviati i pastori per andare alla grotta; una consistente dose di farina per simulare la neve, perché si era in inverno e di già sui monti cominciava a nevicare, e anche al paese cominciavano a cadere i primi fiocchi.

Le sere che precedevano la festa, e le successive fino all’Epifania, le trascorrevamo, ovviamente, giocando in compagnia. A volte erano giochi che implicavano una certa violenza, come il píridhu, l’astragalo degli antichi romani, un rudimentale dado a cinque facce: a chi perdeva, ovvero non indovinava la faccia giusta, venivano somministrate delle botte sulle mani con una rudimentale frombola ricavata da un fazzoletto imbottito con una pietra. Altri giochi erano la cavallina (a cavadhàti), il nascondiglio, il gioco delle carte, in particolare sett’e mezzo e, i più grandi, a stop. Eh, sì, si rincasava con i palmi rossi e indolenziti, sudati, ma felici. E per soprammercato ci toccava sorbire i rimbrotti e le busse dei nostri genitori.

Guarda un po’ – se proprio si vuole trovare una dotta correlazione –, con quell’oggetto, con quell’astragalo o aliosso che dir si voglia, i soldati romani si contesero la tunica inconsutile di Gesù dopo essere stato crocifisso!
E poi le tante tradizioni legate alla festa di Natale: dal correre dietro agli zampognari, ai verbaschi unti di morchia e portati accessi per le vie del paese o tenuti appesi ai balconi, al falò per tutta la notte fino all’alba, alla paura del monachello che si intrufolava di notte nelle case per fare simpatici, ma fastidiosi, dispetti.
Infine la messa di mezzanotte che seguivamo assonnati, il Te Deum laudamus che accompagnava Gesù Bambino a essere deposto nella grotta del presepe, i botti che si facevano scoppiare battendoli al muro o, i più ardimentosi, schiacciandoli sotto i piedi… Mah, chi se li ricorda più?

Ecco, tutto questo ho cercato di rinverdire in questi miei versi, che sono, più che vere e proprie ottave, coppie di quartine di settenari: nella prima piani, nella seconda, alternativamente, sdrucciolo, piani e tronco. Scritti rigorosamente nell’idioma del mio paese, ovvero in quel dialetto recentemente consacrato a dignità linguistica con una valenza mistica nientemeno che da papa Francesco.

Il quale, in una intervista all’emittente televisiva Sat 2000 ha sottolineato convintamente che «La fede va trasmessa in dialetto familiare, come la mamma dei Maccabei. Che per tre volte, dice il testo biblico, ai sette figli martiri parlava in dialetto». Specificando con ciò che, «la fede va trasmessa in quel linguaggio che è proprio della famiglia, che è proprio della gente che ti si avvicina con amore, un linguaggio differente da un linguaggio intellettuale». È quel che, si pava licet…, ho cercato di fare producendo questi miei pur modesti versi. Sperando di essermela cavata nel migliore dei modi. Di sicuro ce l’ho messa tutta per essere aderente al messaggio del Santo padre, con animo sincero e ispirata devozione.