Il pistolettaro di quale Reggio?

 Come ben sapete, ci sono in Italia due città di nome Reggio. In quella Emilia un mascalzone spara e per poco non uccide. L’arrestano, e, qualmente spesso succede, si viene a sapere, dopo e non prima, che aveva “precedenti”. Che ci facciano a spasso tantissimi delinquenti con “precedenti”, è uno dei misteri della pessima Giustizia italiana.

 A torniamo a Reggio Emilia. Intervistano il sindaco, il quale, adirato, afferma che nella sua città tali cose solitamente non accadono; e che si costituirà parte civile, evidentemente per dichiarare, sottintesa, l’estraneità del pistolettaro alla comunità di Reggio Emilia. L’argomento è fortissimo moralmente, però giuridicamente inconsistente, se il criminale era residente, quindi cittadino di Reggio Emilia. Se io, che risiedo a Soverato, lascio l’auto in divieto di sosta a Soverato, il Comune mi può multare, però non può dire che io sono forestiero… magari perché i miei avi Nisticò, almeno dai primi del XVIII secolo, e altri avi sicuramente prima, erano di Cardinale.

 E qui salta alle orecchie, per voce della corrispondente tv, la spiegazione dell’inghippo. La giornalista locale si affretta a informare il mondo che “la pistola è stata rubata”, e fin qui, passi… ma “rubata a Reggio Calabria”; e disserta sul fatto che il bruto “viene da una terra difficile”. Insomma, a Reggio Emilia corrono subito a far sapere al mondo che il violento viene dalla Calabria: e c’è Reggio e Reggio, non facciamo confusioni!

 Sappiamo tutti che la provincia di Reggio Emilia e dintorni sono zeppe di immigrati calabresi; Brescello (Guareschi mi pare che non lo nomini, ma viene identificato come il paese di don Camillo e Peppone) ebbe il Consiglio sciolto per mafia. Insomma, la Calabria ha esportato a Nord di tutto: da Cicco Simonetta di Caccuri del XV secolo, governatore del Ducato di Milano, e che perse la vita, e inguaiò l’Italia, proprio per non essere cattivo quando era necessaria una bella violenza e far fuori con le spicce Ludovico il Moro; a nugoli di professori e medici etc, a mafiosi; e a brutti ceffi di imbecilli che sparano a caso.

 A Reggio Emilia, però, mettono le mani avanti: “Per forza è delinquente, quello, se è calabrese”. Ecco cosa succede a forza di filmacci o di mafia o di improbabile mieloso buonismo. Al buonismo calabrese non crede nessuno; all’antimafia… beh, ancora non si è visto uno che studi il caso sul serio, e che spieghi al mondo che la ndrangheta è un problema gravissimo proprio perché non spara e non ha bisogno di sparare, bensì paga! E quelle rarissime volte che fa ricorso al piombo, certo non spara per strada a dei ragazzini scocciatori; e nulla ha dunque a che vedere con mentecatti dallo scosso sistema nervoso.

 Abbiamo bisogno di un’immagine normale della Calabria: normale, cioè né malvagia né angelica; normale, cioè né “meravigliosa” quando mostriamo un poco di mare uguale a tutti i mari del mondo; né “sfasciume pendulo” ogni volta che piove… e, per fare un esempio, il Beltrame si gonfia non per geologia ma per sporcizia decennale, che non è calabrese più che di qualsiasi altra parte del mondo con sindaci inetti. Però anche le case abusive costruite lungo il Po, ogni tanto il fiume se le porta via, e peggio per loro.

 Ora la Regione Calabria, o quel che, purtroppo, ne rimane, si costituisca, e questa volta a buon diritto, parte civile contro lo sparatore.

Ulderico Nisticò