Il politicamente corretto

 Mentre leggevo, sulla stampa di ieri, le pacate ma coraggiose e argomentate riflessioni di mons. Bertolone sulla tirannide del politicamente corretto, mi venivano alcune idee, che qui però esporrò, e mi perdonerete, nel mio stile ribaldo.

 Non c’è dubbio alcuno che io conosca l’Iliade, nel testo greco, molto meglio di Wolfgang Petersen, regista di Troy, e di tutti i suoi collaboratori e attori messi assieme; e comunque il film non è l’Iliade. Ma se il Petersen avesse scelto me e non Brad Pitt per rappresentare Achille, la pellicola sarebbe risultata Oggi le comiche; esattamente come se Pitt e Petersen pretendessero, ma non lo fanno, di dissertare sui profondi misteri di ἇλτο χάμαζε e vari giochini linguistici, che fanno la gioia dei grecisti grecisti ma non interessano al 99,9% dell’umanità: ed è giusto che sia così.

 Provate invece ad immaginare che io, per conto mio, iniziassi una class action (il politically correct si deve esprimere in inglese pronunziato in italiano regionale tipo plan e plen secondo i gusti del giornalista di turno, e lo stesso per Biden o Baiden!), una class action a nome dei grassi e bassi e vecchi, offesi dal fatto che il Pelide sia rappresentato da uno bello, alto e giovane… e anche bianco e biondo. Ragazzi, nell’Iliade sta scritto così, ξανθός: pigliatevela con Omero cecato, o chi per lui.

 E, poi, perché Achille e non Achilla? Nota: Achilla è la versione macedone, presente alla corte di Cleopatra; ma a qualcuno può sembrare femminile, e abbiamo accontentato le signore.

 Ieri hanno buttato giù l’ennesima statua di Colombo, accusato di razzismo. Potrei anche dar retta agli iconoclasti, se però essi se la pigliassero anche con il dio azteco Huitzilopochtli, cui scannavano dei poveracci in quantitativi industriali, e siccome non si butta via mai niente, mangiavano il resto, generalmente a stufato. Ragazzi, se politicamente corretto dev’essere, politicamente corretto sia, e non c’è pietà per nessuno, e non è affatto vero che prima di Colombo e degli Spagnoli le Americhe fossero un idillio di volemose bene e di quelli che Rousseau (pensatore, mica altro!), nella sua fantasia e senza mai averne visto uno, chiamava i buoni selvaggi, e c’è chi ci crede ancora, sconoscendo Lévy Strauss e l’antropologia in genere, e figuratevi l’etnologia. Ora mi arresteranno per aver osato scriverlo?

 Potrei continuare a svagarmi, immaginando che un associazione di maschi si lamenti per Silvia che rimembra ancora, e pretenda diventi Silvio: ma poi li accuserebbero di buttare la cosa in politica. E, diciamo la verità, perché è Dante che si aspetta il saluto di Beatrice, e non Beatrice che va in giro (libera e sola, ovvio) aspettando di farsi salutare da Dante e scrivendo un sonetto… ops, una sonetta? A proposito, la sonettessa esisteva davvero, ma è tutt’altra faccenda.

 La radice del politicamente corretto è in un’idea di uguaglianza portata alle estreme conseguenze; anzi, come dicono parecchi, alle più estreme, ignorando che estremo è già superlativo. Ora mi accuseranno di discriminazione nei confronti degli ignoranti, voce del verbo ignorare? Tranquilli, anche io ignoro la trigonometria sferica… e ho vaghe reminiscenze di quella piana.

 Questo, che siamo uguali, semplicemente, non è vero nemmeno tra gli animali e le piante, figuratevi nell’infinita benefica varietà degli uomini, la cui comunità funziona, direbbe Dante, “diversamente per diversi uffici”, come un coro di voci concordi ma dissimili; e la mia conoscenza della Commedia non mi dà titolo per essere convocato in Nazionale di calcio; e il massimo che potrei fare sarebbe incoraggiare gli atleti citando le gare di nuoto di Lucca del XXI Inf.

 Rispettare tutti, non significa affatto rispettare i capricci di tutti, nemmeno, tanto meno se spacciati per diritti. O una bella mattina decideranno di cancellare il Giudizio Universale di Michelangelo, per non offendere i cattivi mandati all’Inferno… a parte che, a guardarli con attenzione, in quell’affresco non stanno tanto sereni nemmeno i buoni.

 Nemmeno si tratta solo di una moda: qui c’è qualcuno che vorrebbe controllare l’umanità attraverso la sua caratteristica più intrinseca, il linguaggio, che condiziona il pensiero. È ora di reagire, prima che la neolingua di Orwell, opportunamente ricordata da mons. Bertolone, divenga un obbligo di legge; e il vicino di casa ci denunzi a un Tribunale… scusate, Tribunala… no, scusate, Tribunal*. Non sto scherzando, qualcuno lo sta facendo davvero persino in atti ufficiali.

Ulderico Nisticò