Il randagismo dal 1991 al 2021: trent’anni di inerzia uterina che garantiscono un sistema economico e sociale molto particolare nell’Italia meridionale

Se nel 1990 veniva redatta la LEGGE REGIONALE n. 41 che prevede l’istituzione dell’anagrafe canina, come importante meccanismo di controllo della prevenzione randagismo e protezione degli animali, oggi malgrado tutte le associazioni ed i volontari sciolti, il fenomeno del randagismo diventa non solo un business ma anche un a piaga sociale visti i risvolti di questi ultimi giorni.

Le conseguenze però le pagano sempre gli animali, ignari di tutto, di cosa sia il codice civile o penale, di cosa siano i codici pascolo, i codici stalla o altrimenti detti aziendali, i microchip, oppure le particelle dei terreni o i confini dei territori comunali, ma soprattutto ignari di quali siano le eventuali patologie che loro stessi possono eventualmente propagare ignari di cosa sia previsto dalle leggi antropiche qualora questi estrinsechino il loro comportamento ontogenetico in un luogo che malgrado agro-pastorale non venga monitorato quasi mai dai tecnici sanitari i quali invece, dovrebbero rappresentare gli elementi preposti al controllo attivando una serie di meccanismi volti alla garanzia ed alla diffusione del benessere e pertanto alla sanità animale promuovendo delle campagne di sensibilizzazione, estrinsecare quanto previsto dai regolamenti di polizia veterinaria non solo nelle more di potenziare la figura del boia bensì giocando un ruolo determinante in ambito preventivo teso al monitoraggio numerico della popolazione degli animali domestici che vittime degli abbandoni vengono coinvolti da una serie di maltrattamenti perché divenuti randagi o ferali addirittura ed in grado di svolgere anche attività di ibridazione con i cugini della stessa specie ma silvestri “lupo e cane, gatto domestico e silvestre, suino e cinghiale”. Ecco, questo e molto altro, si traduce in benessere e la sanità pubblica che necessariamente si incastona e si connota in un sistema che, comunemente, noi Medici Veterinari denominiamo “Polizia Sanitaria”.

Oggi ben consci di tutta una struttura legislativa che verte essenzialmente alla garanzia di quanto sopra, non solo non abbiamo eradicato le più banali patologie che coinvolgono le specie animali di interesse zootecnico ossia gli animali di cui l’uomo si nutre, ma osiamo parlare di politiche sanitarie e addirittura di one health senza avere cognizione di termini e di cause. Vorrei infatti sapere quanti verbali di primo accesso alle aziende ad indirizzo zootecnico siano stati stilati e quali descrizioni essi contengano, se ci sono accenni anche all’inquinamento derivante dalla zootecnia, ad esempio tutta la plastica come venga smaltita se non per combustione locale nei pressi delle concimaie oppure i registri dei farmaci impiegati e così via. quanti cani da pastore abbiano effettuato non solo il microchip di identificazione ma anche un prelievo ematologico e sierologico che testimoniasse l’affezione o meno da patologie di natura zoonotica ed anche antropozoonotica. Quanto sopra non accade affatto soventemente anzi forse non accade mai e quando accade lo si fa per correre ai ripari mentre nella normalità, si preferisce far finta che le regioni caratterizzanti il meridione d’Italia, come Calabria o la Sicilia, siano indenni dal randagismo e tutto ciò che questo grave fenomeno determina. Vorrei ricordare che in Calabria recentemente ha avuto modo di pagare lauti stipendi a dirigenti veterinari caratterizzanti una taskforce strapagata ed indagata per fare niente.

Tutto ciò premesso ci permette di giungere facilmente a delle conclusioni del tutto lapalissiane, tra cui quella di mantenere costantemente questo stato di emergenza perché, le emergenze in Italia, producono posti di lavoro, scambi di voti garantendo un circolo economico e politico basato sul mai troppo lodato debito pubblico.

Di rimando, inesorabilmente, da questa inerzia uterina di cui metaforicamente sopra, viene prodotta tanta sofferenza ad esseri viventi e per tale motivo senzienti, si produce tanta zoomafia ed anche tanta farmacovigilanza non controllata. Inutile spiegare come da questo fine ma vasto meccanismo d’azione ne scaturiscano anche i numerosissimi avvelenamenti con uccisione dell’animale. Avvelenamenti che non colpiscono soltanto il cane o il gatto ma a cascata, interessano svariate nicchie ecologiche che a seconda dei contesti, silvani o urbani, coinvolgono oltre che particolari di zoocenosi e di fitocenosi, accidentalmente anche l’uomo.

I casi di avvelenamento devono essere documentati e denunciati, anche se effettuati da ignoti, perché la legge mette a nostra disposizione un importantissimo strumento per fermare il fenomeno: la denuncia. Ma quando la denuncia svolge un ruolo identificativo? Beh sicuramente quando viene già effettuato l’esatto opposto di quanto descritto sopra, ossia un censimento una identificazione sia di animali che di aziende che di consorzi agrari o di hobbistica che rendono commercializzabili facilmente questi potenti agenti tossici. È infatti la denuncia, che oltre a rendere possibile l’identificazione e la punizione degli avvelenatori, testimonierà la gravità del problema e renderà meno difficile il percorso per fermare il fenomeno. Ma tornando a noi, cosa significa in termini giuridici avvelenare un animale?

Avvelenare un animale è un reato ai sensi dell’art. 544-bis e 544-ter del codice penale, cioè rispettivamente uccisione e maltrattamento di animali. Inoltre l’art.146 T.U. delle Leggi Sanitarie Regio Decreto 27 luglio 1934, n. 1265 proibisce e punisce la distribuzione di sostanze velenose e prevede la reclusione da sei mesi a tre anni e un’ammenda da € 51,65 fino a € 516,46.

Oggi da medico veterinario ormai adulto sono costretto a scrivere contro una vasta pletora di persone olezzanti di sudore stantio, gente preposta al controllo di questo e molto altro che ha raggiunto determinate vette solo per comodità di sistemi in tutt’altre faccende affaccendati.

Dobbiamo anche considerare che l’avvelenamento degli animali, già di per sé reato grave (giuridicamente DELITTO) si inserisce in un contesto criminologico ancora più ampio che è scientificamente accertato sia da studi negli U.S.A. (secondo l’FBI i reati contro gli animali sono TOP CRIME), ma anche in Italia e che prende il nome di Link.

Molto sinteticamente il Link è il legame tra abuso e/o uccisione di animali e pericolosità sociale dei soggetti che compiono tali azioni criminose. È quindi evidente che gli autori di tali avvelenamenti rappresentano un pericolo per tutta la società. È dimostrato, infatti, che la violenza perpetrata contro un animale, se non viene fermata mediante una risposta ambientale efficace e seria, tende ad andare in escalation. Quasi tutti gli autori di crimini violenti verso le persone hanno fatto tirocinio sugli animali o sono stati esposti alla violenza su animali all’interno di contesti di illegalità diffusa, soprattutto da bambini con assuefazione alla violenza, riduzione di empatia, comportamenti antisociali.
Questi studi italiani con annessi dati si possono trovare nel lavoro ventennale della dottoressa Francesca Sorcinelli e di Link- Italia (APS) e nelle sue pubblicazioni.

Pertanto, l’indifferenza o la connivenza in relazione a reati di tale portata hanno un impatto non solo sul mondo animale (e ciò sarebbe sufficiente per interventi di vasta portata) ma anche sull’intera società e sulle generazioni future.

La profonda connessione tra reati contro gli animali e reati contro le persone obbliga tutte le categorie professionali e sociali ad avere una visione ampia da un punto di vista politico e criminologico: nessuno può tirarsene fuori.
La morte della ragazza a Satriano resta una delle tante punte di un iceberg che dietro le quinte verte a trovare sempre ulteriori escamotage in modo che tutto cambi affinché tutto resti com’è senza considerare che quanto sta accadendo e periodicamente accade, in queste terre ormai rimaste nelle mani di qualcosa che si chiama politica ma non è niente, determini un depauperamento di un sistema chiamato vita passando inosservato perché tanto tutti siamo affetti di superficialità voluta dal consumismo.

Dott. Marco Madrigrano Responsabile Nazionale Vitambiente Benessere Animale