Il razzismo che ha cambiato la nostra vita

 
Caro Raffaele,

se facciamo mente locale, probabilmente ognuno di noi potrà trovare nel proprio passato (ma pure nel presente) episodi e fatti, più o meno importanti e gravi o tali che, comunque subìti e sofferti, hanno cambiato il corso della nostra vita personale o familiare o di comunità. Come esempio e prototipo di tutti e per tutti, provo a raccontarti di me …  situazioni che ancora oggi ritengo siano stati vissuti come “razzismo” vero e proprio o come gravi “discriminazioni” a sfondo razzista. Questa quarta lettera dovrebbe essere utile per riflettere su noi stessi. E anche per intervenire su quegli aspetti individuali e sociali che vanno migliorati, anche con una qualche urgenza e preoccupazione.

Il vocabolario del razzismo è sempre lo stesso in qualsiasi parte del mondo. E’ razzista non soltanto chi ritiene di appartenere ad una razza superiore o di essere semplicemente “superiore” e, quindi, in quanto tale sente il diritto-dovere di prevaricare tutto e tutti, arrogando a se stesso comando, privilegi e diritti mentre gli altri, i dominati o gli inferiori, non hanno diritti ma soltanto obblighi e doveri. Devono stare e sentirsi sottomessi e possibilmente in silenzio, senza nemmeno il diritto della parola. Come in schiavitù.

1 – BADOLATO IERI ED OGGI

Anzi, a volte gli “inferiori” devono stare nascosti, non devono farsi vedere in giro, poiché persino la loro presenza fisica dà fastidio. Forse perché sono il silenzioso promemoria della nostra cattiva coscienza!… Così ho constatato una piccola “apartheid” persino nei nostri piccoli paesi. Sicuramente a Badolato borgo. Dove ho visto persone (generalmente braccianti, contadini, pastori) che prendevano vie parallele pur di non percorrere il corso principale del mio paese dove potevano venir (in qualche modo) ripresi o redarguiti (seppure con battute inopportune) dai cosiddetti “galantuomini” o benestanti (“padroni” comunemente detti) appartenenti alla classe dirigente locale. Abitudine che, paradossalmente, alcuni hanno ripreso pure nella nuova frazione Marina per alcuni decenni, finché le nuove generazioni non si sono liberate da tali soggezioni e abitudini, in modo naturale o per l’apertura delle mentalità dovute al mondo globalizzato.

L’eguaglianza di fronte a Dio o tra tutti gli esseri umani (in quanto tali, tutti indistintamente soggetti a vita e a morte) non è esistita affatto nemmeno da noi, dove da molti secoli veniva pur praticato (bene o male) il cristianesimo e ultimamente anche il socialismo ed il comunismo. Questa visione delle cose ricade poi, a cascata, dalla grande storia della cosiddetta civiltà occidentale sul nostro vivere quotidiano di piccolo borgo. Dove esisteva il concetto di “razza”, intesa come raggruppamento familiare indicato dai soprannomi.

Ogni “famiglia-razza” aveva e continua ad avere un carattere distintivo (negativo, positivo o con sfumature intermedie). Non so cosa accada adesso che ne sono assente da tempo, ma durante la mia giovinezza bisognava guardarsi dalle “brutte razze” o era opportuno non contrarre matrimoni con ben elementi di determinate razze o ceppi familiari. E non era opportuno nemmeno avere semplici rapporti di amicizia, di lavoro o di affari (tanto la fama di taluni era negativa). Non bisognava “mischiarsi”.

Mi sono fatto l’opinione che l’esistenza delle “razze” da noi sia derivata dal fatto che la composizione demografica del paese di Badolato, come di tutto il nostro Sud o dell’Italia intera sia avvenuta, in pratica, a sèguito delle più svariate invasioni o immigrazioni. Perciò, ogni provenienza contribuiva a determinare un “carattere” o una semplice “nomea” che era difficile potersi scrollare di dosso per generazioni.

Ad esempio, se una modesta famiglia (di braccianti, operai o contadini) era proveniente da un paese qualsiasi dei vicini o lontani dintorni (ad esempio da Bivongi) veniva immediatamente soprannominata o identificata come originaria da quel paese (nel nostro caso “bbuvungisi” cioè di Bivongi). Un soprannome che restava per generazioni. Se da Bivongi proveniva un artigiano prendeva il prenome di “mastro”. Se era un avvocato prendeva il prenome di “avvocato” (o altro tipo di professione). Qualsiasi persona che provenisse da fuori (ma non fosse di basso popolo) prendeva il “don” (don Pasquale, don Peppino, ecc.).

Un esempio risalente ad appena 50 anni fa. Il simpaticissimo signor Rocco Rulli aveva immediatamente meritato il “don Rocco” perché, proveniente dal reggino, aveva aperto la prima attività di Scuola-Guida in Badolato Marina agli inizi degli anni 70. Non era quindi considerato del basso popolo ma appartenente alla categoria dei commercianti o del ceto medio-alto che meritava il “don” davanti al nome. Come segno di rispetto.

Rispetto che la gente umile del popolo pare non meritasse, pure perché appartenente alla categoria dei “tamarri” – “pitorri” – “cozzala” e via dicendo. Termini che in origine erano legati a lavori contadini ma che con l’esercizio “semi-razzistico” paesano da sostantivi erano diventati aggettivi dispregiativi, da emarginazione o esclusione sociale. Come pure “pecoraro” che, in fondo, era la parola per indicare uno dei più antichi e meritevoli lavori dell’umanità, cioè il pastore. Operai e contadini erano, dunque, il basso popolo, quelli che doveva stare zitti e muti. E stare sottomessi più di altre categorie deboli della scala gerarchica sociale, nella visione imposta dal Potere di turno.

2 – ISCRIZIONE ALLA PRIMA ELEMENTARE

Ed ecco, passando alla mia esperienza vissuta, il primo episodio che ha influito a negativizzare parte della mia vita. Essendo nato il 4 marzo 1950, avevo 5 anni e sei mesi passati (ed ero piuttosto vispo) quando, nel settembre 1955, mio padre si recò alla scuola elementare di Badolato Marina per iscrivermi alla prima classe. La segretaria gli disse che non avevo ancora compiuto i sei anni e, quindi, non poteva iscrivermi.

Abbiamo poi saputo che la stessa segretaria aveva appena iscritto due mie coetanee: una nata il primo gennaio 1950 e l’altra l’8 marzo, 4 giorni dopo di me. L’una figlia di un artigiano, attivista del locale Partito Comunista, l’altra figlia di un influente commerciante. Quell’anno di ritardo, in effetti, si è rivelato, per me, alquanto problematico. Il ricorso alla cosiddetta “primina” (proprio per guadagnare un anno nella frequenza delle scuole elementari) è avvenuto soltanto per le generazioni seguenti la mia. E quasi una moda. O un dimostrare figli più intelligenti e capaci degli altri. Si punta sempre là, nel primeggiare e nel ritenersi migliori o lanciare messaggi di superiorità o distinzione sociale. Il che, volenti o nolenti, è una seppure leggera venatura “razzista”. Tesa al predominio sebbene morale nel territorio o tribù.

3 – QUELLI CHE VENGONO DALLA CAMPAGNA

Ho sempre vissuto tale esclusione scolastica come una discriminazione (la prima di una lunga “catena”) che ha pesato enormemente nella mia vita. Ero figlio di operai e contadini e vivevo in campagna (al casello ferroviario di Cardàra, ad un km dal nuovo paese di Badolato Marina). E, si sa, coloro che abitano in campagna, in periferia o appartengono alle classi (ritenute inferiori) dei contadini e degli operai, devono faticare di più per farsi strada in una società dominata da classi e ceti che si ritengono più elevati e meritevoli o semplicemente più vicini all’amministrazione del potere (comunque esercitato).

In seguito, nel corso degli anni, ho notato che quelli delle classi dirigenti o dominanti riescono persino a venderci i nostri diritti. E, ovunque sia stato, ho notato altresì che i figli di operai e contadini sono discriminati e quasi “condannati” a seguire percorsi di studio diversi dai figli della “borghesia” cittadina (piccola o grande che sia).

Ad esempio: i figli degli operai e dei contadini solitamente non intraprendono gli studi e se vi si avventurano sono quasi indotti a scegliere scuole professionali, quasi mai i licei. Anche quando dimostrano di essere capaci di affrontare corsi di studio più impegnativi e tali da portarli a diventare valenti ed utili professionisti o classe dirigente. Lo “stop” è quasi permanente, ad ogni passo!

Ho conosciuto, però, diverse persone che, provenienti dai ceti contadini ed operai, hanno avuto la caparbietà di fare studi che poi li hanno portati ad una laurea di tutto rispetto, occupando spesso posti di rilievo o apicali nelle professioni e nella società. Ad esempi, ho conosciuto pastorelle e pastorelli divenuti dirigenti medici, addirittura primari ospedalieri o manager di spicco. Tuttavia, specie se donne, costoro venivano sempre indicati come “il figlio o la figlia di ….” (quasi detto con disprezzo o commiserazione, ma a volte anche con malsana invidia). Invece, io li ammiro ed ho per loro una particolare considerazione, persino devozione. Si è dato spesso il caso che da genitori poveri sono venuti fuori figli eccellenti e da persone ricche e potenti, invece, figli svogliati e tali da interrompere la scalata sociale di potenti famiglie.

Ma, nonostante i meriti, sono considerate dispregiativamente dei “parvenu” quelle persone che si sono elevate rapidamente ad una condizione economica e sociale “superiore”, senza avere tuttavia acquistato le maniere, lo stile e le abitudini che converrebbero al nuovo “status symbol”. E, sotto sotto, sono irrisi dall’aristocrazia o dall’oligarchia del posto. Infatti, ho sentito spesso un signore che, figlio inconcludente di professionisti altolocati, soleva ripetere molto sarcasticamente (riferendosi ai “parvenu”): << Questi sono cafoni di origine e almeno una volta al giorno sentono l’irrefrenabile esigenza di fare i cafoni almeno quei cinque minuti per ricordarsi da dove provengono! >>. Ho provato pena per lui.

4 – L’ESEMPIO DI TRIDICO PRESIDENTE INPS

Si potrebbe dire che sia un “parvenu” pure il prof. Pasquale Trìdico, divenuto presidente dell’INPS (istituto nazionale previdenza sociale) il 14 marzo 2019 a 44 anni (essendo nato il 21 settembre 1975 a Scala Coeli, un piccolo paese della provincia di Cosenza sulle pendici della pre-Sila jonica, un po’ sopra Cariati). Per lui nutro grande stima, ammirazione e considerazione.

In una recente intervista televisiva nazionale, non ha nascosto le sue umili origini rurali, con il papà bovaro che soffriva di qualche handicap ma che però ha mandato avanti la propria famiglia con onestà e dignità.  Così come non ha nascosto di aver fatto egli stesso il mandriano, fin da bambino, per aiutare la famiglia. E’ stato davvero tanto ammirevole quando ha detto (con serenità, sincerità, gioia ed orgoglio) di aver fatto tanti mestieri (in Italia e all’estero) pur di mantenersi agli studi, affrontando sacrifici che ho visto fare a parecchi amici e colleghi universitari a Roma e altrove.

Quando ho ascoltato in TV il presidente Trìdico non sapevo fosse calabrese (anche se a sentire il cognome immaginavo fosse calabro-siculo). Adesso ne sono ancora più lieto, poiché so meglio cosa significa per noi calabresi (decentrati e periferici, poveri e malvisti) affermarsi a tali livelli assai apicali, onestamente pur tra innumerevoli difficoltà. Ritengo che il prof. Trìdico (divenuto economista e docente universitario e adesso, così giovane, persino capo di uno dei più importanti enti pubblici italiani che gestisce miliardi e miliardi di euro e il destino di tanta povera gente) sia per tanti giovani (specialmente delle classi umili o svantaggiate) un esempio da imitare o almeno da tenere in seria considerazione.

E non tanto come modello dell’americano “self made man” (dell’uomo che si fa da sé), quanto come caparbietà nel voler realizzare i propri sogni e i propri ideali non solo professionali ma pure di giustizia sociale ed umanitaria (per quanto possibile in una società che a tutto pensa fuorché alla solidarietà e all’elevazione delle classi povere o più svantaggiate). Considero Pasquale Trìdico una gloria calabrese.

5 – IL PRESIDE FALCIDIATORE E L’ASCENSORE SOCIALE

Invece, ho conosciuto un preside (purtroppo calabrese) che tendeva a falcidiare e a scoraggiare gli alunni che intendevano proseguire gli studi, se figli di operai, contadini e persino artigiani. Egli stesso figlio di operaio-artigiano! A torto o a ragione, sosteneva che i figli avessero dovuto continuare a fare il mestiere dei padri. E così ha contribuito a bocciare numerosi ragazzi appartenenti ai ceti “subalterni” (come taluna sociologia indicava, alla maniera delle classi egemoni, i mestieri tradizionali per niente o poco acculturati).

Ancora adesso qualcuno di quegli alunni “falcidiati” mi ricorda (soffrendone ancora) di essere stato stoppato, fermato dalle discriminazioni di ceto (vogliamo definirle con venature “razzistiche”?) di questo personaggio cui la Scuola aveva affidato un potere enorme, quasi di vita e di morte sociale sulle nuove generazioni. Costui (che ha ovviamente altri meriti, poiché nessuno ha mai una vita interamente negativa) resta per molti ancora simbolo di una mentalità retrò che albergava persino in una persona che si diceva “progressista” e che, per alcuni periodi, ha militato paradossalmente in partiti di lavoratori e per difendere le classi operaie. E non è il primo che da acceso progressista e rivoluzionario sia poi diventato, al contrario, rigoroso reazionario, intransigente e persino dittatoriale.

Costui mi ricorda taluni meridionali che, una volta emigrati al nord, sono diventati i più acerrimi anti-meridionali, attivisti persino della Lega Nord. Ne conosco direttamente più di uno. Personalmente li considero semplicemente “traditori” anche se hanno tutto il diritto di pensarla a modo loro e ad agire di conseguenza persino contro la propria Terra di origine. Anzi mi meraviglio come mai la Lega (adesso ex Nord, ufficialmente, ma il lupo cambia il pelo, non il vizio) stia attecchendo in tante parti proprio nel sud Italia. Misteri della fede!

L’ombra del “preside falcidiatore” incombe sulla società attuale, in particolare se si considera (come spesso viene ricordato, specialmente sulla stampa e in televisione) come e quanto si sia fermato (in questi ultimi decenni reazionari) “l’ascensore sociale” ovvero la possibilità per i ceti “inferiori” di poter salire la scala delle professioni fino ad occupare posizioni di dirigenza e manageriali, come appunto Pasquale Trìdico, il quale, in realtà, costituisce un’eccezione alla regola reazionaria delle rigida divisione in classi chiuse che impone comunque di pagare forti pegni di dignità nel passaggio da un compartimento-stagno all’altro. Specialmente per le donne. Se fai un avanzamento sociale, oggi, è da considerarsi una “concessione” cui rispondere con una contropartita, altrimenti non vai da nessuna parte, proprio come in alcuni territori non si “muove foglia che mafia non voglia”.

E’ stato notato come e quanto il cosiddetto “ascensore sociale” abbia rallentato persino nei partiti che sono stati finora, solitamente, il veicolo più spedito per fare carriera e per “ascendere” a posizioni elevate. Forse forse l’ascensore esiste ancora nella Chiesa cattolica, dove figli di contadini o di ceti umili e “subalterni” possono giungere a diventare vescovi, addirittura cardinali e persino Papi (come Angelo Roncalli, nato contadino povero, ma divenuto Giovanni XXIII nel 1958). Lo stesso attuale Papa Bergoglio è nipote di emigrati e figlio di un semplice ferroviere e proveniente dalla “fine del mondo” cioè dalla lontana e periferica Argentina.

L’ascensore sociale pare che esista ancora e più frequentemente nei paesi di cultura anglosassone, soprattutto negli Stati Uniti, quel nuovo mondo che (se ci sai fare e senza pagare troppo in dignità) ti dà la possibilità di raggiungere i vertici di qualsiasi attività sociale ed imprenditoriale. Queste sono definite le “società del merito”. Cioè se una persona ha le doti, le capacità ed i meriti per emergere le viene data la possibilità di emergere e di avere successo (quasi) in ogni attività sociale. Decine di migliaia sono i nostri giovani che “fuggono” verso queste Nazioni più possibiliste, mentre l’Italia gioca a perdere!

Certo non sono tutte rose e fiori, però alla prova dei fatti tali società aperte sono poi alla fine le più progredite e le più democratiche. Le più egemoni nel mondo. Invece, quella italiana resta, nonostante tutto, una società troppo controllata, quasi chiusa. Azzoppata. Subalterna ad altre. Pressoché insignificante a livelli internazionali. Ne sono prova le classifiche negative in quasi tutti i settori di comparazione gli altri Stati del mondo, persino con quelli che sono ancora ritenuti “in via di sviluppo”! Ci auto-penalizziamo, per troppo “razzismo” interno!

6 – SONO STATO FERMATO PURE IO

Caro Raffaele, se pensiamo alla Scuola italiana (intesa come impostazione generale ed anche come formazione dei docenti), devo dire che io sia stato “fermato” nella scuola pubblica così come in quella privata (con l’aggravante, questa, di essere o ritenersi addirittura cattolica). Ne ho scritto parecchio miei libri autobiografici o di memoria sociale. Non conosco le situazioni presenti, ma ai miei tempi esisteva ciò che potremmo definire “razzismo di classe o di ceto” o “razzismo di provenienza”. Specialmente alle scuole elementari, quando gli ultimi banchi erano quelli degli “asini”. Degli alunni, cioè, i quali (per un motivo o per un altro) rimanevano indietro nell’apprendimento e venivano “tollerati” e a volte “derisi”. Più spesso dimenticati, bocciati e fermati.

Ero assai addolorato per loro ed io, che ho sempre occupato primi banchi e prime posizioni nel rendimento scolastico, ho sempre cercato di aiutare i più deboli, i più svantaggiati. Figurati che agli esami di Stato o nei concorsi pubblici riuscivo a fare, dopo il mio, anche il compito per qualche altro. Non mi soni mai tirato indietro nell’aiutare. Ho preparato gratuitamente parecchi ragazzi a fare esami scolastici ed universitari, concorsi e quanto altro nel conquistare un lavoro di vita o una posizione di dignità.

Adesso ci sono gli insegnanti di sostegno ed anche per la scuola materna devono avere una laurea ed un’apposita formazione; ma allora (anni cinquanta-sessanta) c’era un solo insegnante (generalmente donna) che doveva badare a una classe numerosa e, pure per questo, la selezione era quasi automatica. Ricordo di una bambina che, figlia di pastori, stentava nell’apprendimento e nella socializzazione (forse pure perché doveva lavorare e non aveva il tempo di fare i compiti). Poi, nella vita pratica, è diventata una grande imprenditrice. Ma per questi suoi successi non deve certo ringraziare la scuola, dove veniva umiliata e derisa. Quanto miope era allora la Scuola, pur avendo insegnanti ottimi ma soggetti loro stessi a leggi ingiuste e a mentalità padronali di selezione e di potere, mai di vero servizio umano e sociale.

Fosse stato per la Scuola (pubblica e privata) pure io, nonostante fossi sempre ed ovunque tra i primi tre della classe, sarei dovuto rimanere a fare il contadino o l’operaio. Non perché ritenuto “asino” ma perché volevo, paradossalmente, imparare troppo (a loro dire). Infatti, quando fui bocciato in terza media, l’insegnante di lettere mi ha detto, spazientita e adirata, che le mie richieste di apprendimento erano troppe ed insostenibili e che avrei dovuto avere un insegnante solo per me, mentre invece lei doveva badare ad altri 25 alunni. Aveva perfettamente ragione, ma di certo non avevo torto io. Risultato?… Ripetere l’anno! Paradossale. Anzi, scandaloso! Razzista, potremmo dire oggi. O, almeno, discriminante!

In pratica la Scuola mi ha dato l’ALT ben quattro volte. Mi ha fermato, ostacolato o ritardato in prima elementare (per l’episodio sopra evidenziato in apertura), in terza media (per i motivi appena accennati), in seconda liceo (dai salesiani e al liceo statale di Locri) costringendomi a sostenere da privatista gli Esami di Stato per conseguire la Maturità Classica. Ricordo, perciò, una “Scuola ostile” non soltanto verso di me, ma anche verso tutti i ceti popolari. Ed ha dovuto patire tanto chi, come me, ha voluto giungere caparbiamente ad una laurea. E con me ha dovuto soffrire pure la famiglia. Sono ben note, ancora adesso, le classi “differenziate” (la sezione A costituita da figli di papà e le altre sezioni, a scalare, tutto il resto della società). La Scuola riflesso, appunto, delle classi sociali così come le città sono urbanisticamente suddivise tra quartieri super-residenziali, di media borghesia e popolari. Non riusciamo proprio a stare insieme! A fare vera comunità. Tutti in ordine sparso, nella inutile competizione e spesso nella permanente conflittualità.

E a scuola come in società, mi hanno quasi sempre fatto sentire “intruso”. Volendo, potrei intitolare la storia della mia esistenza come “Una vita da intruso” o, al massimo, mi hanno quasi sempre fatto sentire un “ospite”. Gradito quanto vuoi, ma, alla fine, pur sempre un “ospite”. Cioè non appartenente a nessuno. Tollerato, poco rispettato e raramente considerato. Mai amato. Tanto può ancora, nel terzo millennio, la classe o il ceto di provenienza? Involontario ceto o rigida casta?… Il dubbio è quanto mai pertinente, alla luce dei risultati. Distinguersi, ritenersi superiore, egregio, distinto era e continua ad essere un’ossessione.

Pure per questi motivi di chiusura e di false integrazioni sociali, ritengo che l’Italia sia condannata a non fare veri progressi. Può anche sedere tra i G-7 ma le è permesso per opportunismo internazionale e geo-politico non perché ne sia effettivamente all’altezza. E le altre Nazioni non mancano occasione per ricordarcelo. E noi, sempre “infingardi”! Alla conclusione della mia esistenza mi dico che avrei veramente fatto meglio a restare contadino, poiché la Natura ama più dei cosiddetti umani. E non è tanto lontano dalla verità la frase “Dopo aver conosciuto gli uomini, amo gli animali!”… Ovviamente, salvo eccezioni.

7 – EGREGIO

Caro Raffaele, a proposito del volersi distinguere a tutti i costi anche nelle cose più futili (ad esempio, comprando l’automobile più costosa e originale o vestendo all’ultima moda, in tutto questo scordandosi la frugalità rurale, politica o religiosa), a proposito dell’essere o sentirsi superiore, adesso ti racconto brevemente un episodio che ha del curioso ma anche del paradossale e persino con risvolti drammatico-sociali. Nel 1977, appena laureato, mi vidi arrivare una lettera da parte della sezione locale della Democrazia Cristiana. Sulla busta era evidenziato “All’egregio dottore Domenico Lanciano”. Come ben sai, sempre per questa mania di distinguersi, in Italia si abbonda nei titoli “dottore, cavaliere, commendatore prof. avv.” ecc ecc. e quanto altro (chi più ne ha più ne metta). Mentre all’estero, pure il Presidente della Repubblica viene indicato con il semplice titolo di “Signore” o “Signora” … “Dear sir” – Caro signore!

Tale lettera mi invitava a voler fare parte dei quadri dirigenti locali di quel partito, lusingandomi del fatto che avevo le qualità per fare carriera nelle sue fila e, in prospettiva, pure a livelli nazionali. La stessa lusinga avevo ricevuto dai Salesiani che nell’anno scolastico 1967-68 mi avevano inserito in un ristretto gruppo (extra-scolastico) da preparare a diventare classe dirigente del Paese. Fu, questo, uno dei tanti motivi per lasciare quella scuola non per il fatto in sé (che poteva apparire positivo) ma per quello che ci veniva inculcato e che mi sembrava troppo lontano dal mio popolo. Anzi, a volte, persino contrario.

A quella lettera del 1977, firmata dal segretario cittadino della D.C., risposi educatamente che avevo già da tempo deciso di essere equidistante ed equivicino da partiti o associazioni o religioni, ecc. ma che ero comunque e sempre disposto a dare il mio contributo appassionato per il nostro paese, pure dal momento che avevo dedicato anni di studio per realizzare la ponderosa tesi di laurea in tre volumi proprio su Badolato al quale intendevo dedicare la mia vita professionale e di cittadino. In quanto al termine “egregio” evidenziato sulla busta e replicato sul foglio della lettera, precisavo che non mi ritento affatto “e-gregio” cioè fuori dal gregge (dei cittadini o del popolo) ma che ero orgoglioso di appartenere al gregge, al popolo, alla mia gente, a tutti.

Pagai molto cara tale precisazione, fatta con delicatezza ed educazione, con quel senso di appartenenza popolare che avrebbe dovuto rendere felice il segretario della DC, partito politico che allora aveva proprio ne “IL POPOLO” la testata del suo giornale identitario. Invece, l’influente e supponente segretario mi ha preso in odio, osteggiandomi con rabbia (ovunque e comunque) per tutto il resto della sua vita, non ammettendomi nemmeno ai benefici della “Legge 285/1977” cui avevo diritto e che prevedeva l’inserimento dei neo-laureati nei quadri dirigenti della Pubblica Amministrazione e privando me di un utile lavoro sociale per la vita, ma derubando così pure il nostro territorio di un elemento che si era preparato moltissimo ed aveva speso tanto di suo per studiare le possibilità di progresso proprio della nostra zona.

Poi, dieci anni dopo, nel 1987 medesimo doloroso risultato ho ottenuto con il locale partito comunista, il quale (nonostante le prospettive internazionali e i benefici avuti da Badolato e dintorni con la vicenda del “paese in vendita” e di altri miei originali progetti messi gratuitamente e molto utilmente in atto) non ha pensato altro che di mandarmi in esilio. Senza nemmeno notificandomi o comunicandomi il motivo. Impoverendo così il nostro popolo, come stanno a dimostrare ancora i fatti, persino a distanza di oltre 30 anni da quell’evento, triste per me ma anche per tutta l’interzona, pure a detta di tanti cittadini che tuttora mi reclamano.

8 – LA MELA BOLOGNESE

Caro Raffaele, adesso ti accennerò ad alcune situazioni di “razzismo” o di venature razzistiche che ho sperimentato personalmente nel resto d’Italia e all’estero. Il primo episodio mi è capitato a Bologna, all’ospedale Sant’Orsola, nell’agosto 1957 quando avevo 7 anni. Mio padre, bravo operaio delle ferrovie e fervente comunista, ammirava così tanto Bologna (specialmente la Bologna proletaria e bene organizzata) che avrebbe voluto trasferire lì tutta la famiglia, già verso i primi anni cinquanta.

Non potendolo fare per resistenze interne, ricorreva comunque a Bologna quando avevamo problemi sanitari, dalla semplice visita specialistica agli interventi chirurgici di qualsiasi genere. Ciò veniva agevolato allora, negli anni cinquanta e sessanta (in mancanza del Servizio Sanitario Nazionale, intervenuto nel 1978), dal fatto che, come ente mutualistico, avevamo l’ENPAS (Ente nazionale previdenza e assistenza statali), che ci permetteva di essere curati gratuitamente in ogni parte d’Italia.

Fu così che, nell’agosto 1957, mi portò a Bologna per farmi togliere le tonsille e le adenoidi al rinomato Policlinico Sant’Orsola. Cosa che avvenne dopo quasi 15 giorni di ricovero per via di una febbricola che non voleva passare. Durante questa mia lunga degenza ho avuto sempre vicina mia sorella Rosa. E poiché ero ancora un bambino fummo alloggiati in uno stanzone di 6 letti del reparto donne. Mentre alcune ricoverate dello stanzone e del reparto erano gentili con me e mia sorella, soli e lontani da casa più di mille chilometri, altre si esprimevano con noi con parole astiose che oggi avvicineremmo alla discriminazione e alle venature di razzismo tra nord e sud. Tralascio i particolari.

Un giorno tale avversione dei nostri confronti fu evidentemente più forte del solito. Tanto è che una infermiera, forse con l’intenzione di attenuare il nostro avvilimento, ci portò un sorriso, una carezza ed una grossa mela. Non ho mai dimenticato tale gesto di solidarietà e di sincera simpatia. E me ne ricordavo pure quando il professore Antonio Arduino (che ho conosciuto nel 1983 quando era dinamico direttore della Biblioteca Comunale di Agnone) era solito riferire l’episodio della sua di mela. Così infatti raccontava.

Nell’autunno-inverno 1943-44, l’esercito tedesco era in ritirata pure dal centro Italia, tallonato da quello alleato (formato da americani, inglesi, francesi, polacchi e aggregati coloniali vari). Essendo sulla “Linea Gustav” (dalla foce del Garigliano sul Tirreno fino all’adriatica Ortona) tutti i paesi sulla Val di Sangro sono stati rasi al suolo dai tedeschi, per rallentare l’avanzata alleata. Era il 6 gennaio 1944. Antonio Arduino aveva allora poco meno di 6 anni e, nella sua casa molisana di Pescopennataro, stava per mangiare una piccola mela che il padre gli aveva procurato come dono della Befana. Il regalo più bello per un bambino in quei giorni di fame, gelo e bombardamenti.  Però un soldato inglese, intervenuto per una perquisizione, gli prese la mela per mangiarla ma, notando che era bacata, cercò di spiaccicarla sotto i suoi scarponi. Forse un gesto di evidente rabbia (o addirittura di odio) verso un bambino italiano, considerato figlio del fascismo a causa del quale si combatteva quell’atroce guerra.  Tuttavia, qualsiasi ne fosse il motivo, non è stato un bel gesto. Assolutamente no! Inoltre, trattandosi di un bambino non c’è giustificazione che tenga. Nemmeno in guerra.

9 – IL RAZZISMO PADANO DEL 1960

Moh, caro Raffaele, per piacere, seguimi con più attenzione poiché ti sto per raccontare un passaggio della mia esistenza quale solo io potevo sperimentare e che è importante per spiegare e capire il “razzismo” del nord Italia (padano in particolare) verso noi meridionali. In poche parole, ti dico che fin dall’apertura della chiesa di Badolato Marina (avvenuta il 14 marzo 1956) ho fatto il chierichetto come tanti altri bambini del neonato paese, gemmazione del borgo collinare. Non essendoci altro centro di aggregazione ed avendo sempre voglia di imparare, seguivo i monaci francescani che si alternavano nella cura della parrocchia.

Uno di questi, padre Silvano Lanaro (trentino di Puechem di Terragnolo), non aveva subìto l’avvicendamento tipico di questi sacerdoti conventuali ed era invece rimasto con noi per tanti anni (poi fino al 1982) a fare il parroco. Come chierichetto lo seguivo spesso pure nei paesi vicini che, non avendo un prete, ricorrevano a lui per le funzioni religiose più importanti ed essenziali per quelle nuove comunità rivierasche.

Vedendomi così sensibile ai temi religiosi ed umanitari, nell’estate 1960 (quando avevo 10 anni) mi propose di andare a fare il “fratino” nel collegio francescano di Rivoltella del Garda (frazione del comune di Desenzano, in provincia di Brescia) il cui direttore era un suo grande amico e confidava molto in lui (che invece non ho visto che una o due volte in sei mesi). Benché fossi attratto dall’idea di diventare sacerdote (possibilmente missionario), non mi andava di stare lontano dalla mia famiglia e dalla mia Cardàra-Armonia così a distanza di tanti chilometri (ben 1.150). Avevo appena dieci anni.

Tuttavia, non lo volevo deludere dal momento che credeva molto in me. Inoltre, istintivamente, ho sempre dato al mio destino diverse alternative proprio fin dalla più tenera età. Provare non costa nulla, se poi si trova la propria strada. Così ho accettato e alla fine di settembre di quello stesso anno 1960 sono partito per il nord Italia, accompagnato da mio padre, per frequentare a Rivoltella la quinta elementare e per verificare se ero adatto ad intraprendere la vita sacerdotale nell’Ordine francescano dei frati minori conventuali.

Il collegio era di nuovissima costruzione proprio in riva al lago di Garda. Già avere davanti un largo specchio d’acqua non mi faceva rimpiangere troppo il mio infinito mare Jonio. Per il mio significativo futuro sentivo che avrei potuto e dovuto fare anche questo sacrificio. Come pure sopportare il freddo del nord, l’umidità del lago e le nebbie della pianura padana. La lontananza da casa e dai miei amici. Dal mio risplendente mare, che ritenevo nonno e compagno di giochi!

Ciò che restava più duro da sopportare era però l’avversione di circa 200 e passa bambini e ragazzini che erano lì, in quel collegio, fratini come me, e frequentavano le classi quinta elementare, prima-seconda e terza media. Ero l’unico meridionale. Anzi l’unico non lombardo! In prevalenza quegli aspiranti sacerdoti provenivano dalle famiglie più povere delle valli prealpine delle province di Bergamo e di Brescia. In seguito, ho capito meglio le radici del “razzismo” di questi valligiani (manifestatosi fanaticamente fin dalla spedizione dei Mille del 1860) verso il Sud quando (nel 1989 e dintorni) è comparso sulla scena politica italiana Umberto Bossi (1941) con la sua Lega Nord ed il disprezzo per tutti gli altri, specialmente per noi meridionali.

Il primo impatto è che quasi tutti questi fratini non mi chiamavano per nome o cognome ma … “terùn” (terrone). E, in pratica, mi consideravano assai inferiore a loro (come da manuale e come ho poi meglio scoperto, specialmente approfondendo la storia dell’unità d’Italia). Pensavano che fossi analfabeta e si stupivano come mai un terrone fosse tra di loro. Bada, Raffaele, eravamo in un collegio cattolico e tutti eravamo lì per tentare di diventare sacerdoti! Quindi il “razzismo” non avrebbe dovuto nemmeno lontanamente sfiorare quel luogo! Invece, tutta quell’avversione ha fatto sì che, oggi, la Chiesa cattolica si trova (in pratica e probabilmente) con un sacerdote in meno. E chissà quanti altri esempi a riguardo!

Il secondo impatto è stato il frequentare quel tipo di quinta elementare. Quei miei compagni di classe pensavano che fossi un somaro meridionale e la loro stizza nei miei confronti aumentava quando si dovettero accorgere che ero tra i più bravi della classe e il nostro insegnate laico ed esterno, Remo Pàmpini, mi assegnò il compito di seguire e accudire (come oggi i “turor”) alcuni vicini di banco che non erano così brillanti come si ritenevano da veri nordici. A prescindere.

Ho dedicato, per gratitudine e riconoscenza, a questo ottimo maestro e alla moglie due pagine del “Libro-Monumento per i miei Genitori” (2005-2007). Infatti, mentre non ho visto mai i monaci del collegio riprendere o redarguire i ragazzi quando mi insultavano con varie frasi razzistiche, almeno il maestro Pampini cercava di spiegare ai miei compagni di classe che noi meridionali eravamo come loro. Quasi come aveva fatto il maestro del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis quando si era trattato di spiegare agli alunni torinesi il significato della presenza di un ragazzo di Reggio Calabria che entrava a far parte della loro scuola piemontese di fine Ottocento. Eppure a Rivoltella del Garda erano passati ben cento anni dall’Unità d’Italia e quasi 71 dal libro Cuore (1889)!

La rabbia dei miei compagni di classe lombardi raggiungeva il parossismo quando constatavano che non ero bravo soltanto a scuola, ma che, nella ricreazione, ci sapevo fare al bigliardino, al calciobalilla e in tanti altri giochi (come nel correre con i pattini a rotelle, aggeggi che non avevo mai visto prima). Non credevano ai propri occhi nel vedere che un meridionale era come loro e, a volte, persino più bravo. Non riuscivano a capacitarsi e ad accettare l’evidenza. Restavano ancorati ai propri preconcetti, inculcati dalla loro cultura antimeridionalistica.

Per fartela breve, caro Raffaele, il clima verso di me era diventato insostenibile. Così, dissi a mio padre (venuto a trovarmi, tra Natale e Capodanno) che avrei voluto tornare a casa. Mi consigliò di provare a resistere almeno per i tre mesi del secondo trimestre. Se la situazione non fosse migliorata, sarebbe tornato a riprendermi prima delle vacanze di Pasqua. Così fu.

Quando i fratini più razzisti seppero che avevo espresso l’intenzione di tornare in Calabria ebbero due distinte reazioni: alcuni modificarono il loro atteggiamento, mostrandosi contenti nel sapere che sarei andato via, mentre altri rafforzarono il loro disprezzo per indurmi ad andarmene prima possibile. Tutto ciò nel silenzio dei monaci che sovrintendevano alla nostra vita collegiale. Così, qualche giorno prima delle vacanze pasquali ero già a Badolato Marina. L’inverno e l’inferno lombardo cedettero alla primavera jonica.

Per la cronaca. Sono tornato a Rivoltella del Garda, verso la fine del mese di ottobre 2018, dopo 15 giorni di Terme ad Abano (PD), dove ho ascoltato le filippiche di una fanghina ultra-leghista e antimeridionale. Adesso l’ex collegio francescano è divenuto un complesso sanitario (ambulatori ed ospedale oncologico). Davanti al corpo principale di fabbrica è stato costruito un edificio quasi egualmente imponente. Trascurato si presentava al momento il bellissimo prato che dà sul lago, dove passavamo gran parte della ricreazione giornaliera. Se il seminario è stato chiuso da tempo e gli edifici tutti alienati (anche se a buon fine, forse migliore) vorrà pur dire qualcosa, vero Raffaele?…

10 – IL RAZZISMO MILANESE DEL 1964

Nel settembre 1963 la mia sorella maggiore è andata in sposa ad un badolatese che lavorava come chimico alla Breda metallurgica di Sesto San Giovanni (città allora super-industriale e super-comunista alle porte di Milano). Alla fine della terza media fui rimandato in ben tre materie. I miei genitori pensarono bene di mandarmi da questa mia sorella (maestra elementare) per prepararmi all’esame di riparazione di settembre. Giugno, luglio ed agosto trascorsi a Sesto San Giovanni a studiare.

Nel tempo libero, curioso come ero, mi piaceva girare per quella città operaia e a volte andavo con il vecchio tram pure al centro di Milano, ma anche nei comuni limitrofi, come Cinisello Balsamo. Girando per le vie, notavo ricorrenti cartelli esposti con la scritta “NON SI AFFITTA A MERIDIONALI”.

Non potevo non restarci male, molto male. Avevo 14 anni ma non capivo bene il perché. E chiedevo spiegazioni anche agli amici calabresi di mio cognato e di mia sorella. Alcuni dei quali mi raccontavano episodi di razzismo, di intolleranza e di discriminazione che mi facevano soffrire tantissimo. Pensavo che le lacrime della gente del sud non erano finite alla partenza dei treni per il nord, ma che qui, al nord, quelle lacrime erano divenute silenziose nella necessaria sopportazione di stare in una terra che sembrava straniera. Altro che i “Fratelli d’Italia” dell’inno nazionale! Dice e ricorda bene Dante Alighieri nel 17° canto del Paradiso: << Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale >>.

D’altra parte, avevo già conosciuto varie venature razzistiche nel collegio di Rivoltella del Garda. Allora, nel 1960-61 quell’aggravante religiosa-cattolica era inspiegabile per me. Così come, nell’estate 1964, non mi rendevo conto come mai in quelle città operaie (a maggioranza comunista e ben sindacalizzate) venivano fatte soffrire persone venute dal sud per un pezzo di pane e di dignità, senza nulla togliere a nessuno, ma anzi aggiungendo ricchezza e progresso a quelle zone. In fondo tutti quei migranti meridionali erano stati chiamati dal sistema industriale padano-veneto, come mi aveva detto la professoressa di lettere, Anna Maria Longo, facendomi leggere (nell’autunno 1961 in prima media) il libro “Le mille e una Italia” di Giovanni Arpino, accennandomi ad una “Questione meridionale” di cui avrei sentito parlare molto nei decenni seguenti.

Infatti, non potevo non osservare che quelle, nonostante fossero città operaie, erano visibilmente ricche, anche troppo, specialmente rispetto ai nostri paesi meridionali così tanto frugali da rasentare la pur dignitosa povertà e spesso la ingiusta ed emaciata miseria. Eredità (ha capito poi) dell’unità d’Italia del 1860-61 tutta a favore del Nord. Che poi ho scoperto “predatore” del nostro meridione, di noi stessi ancora oggi. E persino “spocchioso” e inguaribilmente “razzista” (non riuscendo ad ascoltare la propria coscienza).

E pensare che quando venivano da noi al sud trattavamo allora e trattiamo ancora adesso con tanto riguardo i settentrionali, quasi come ammirazione. Ricordo che nel 1961-62 a Catanzaro Lido avevamo, in prima media, come compagno di classe Marco Salvardi un ragazzo di Rubiera (Reggio Emilia) il cui papà era un capostazione FS che aveva scelto di stare sullo Jonio proprio per l’affetto della gente, caldo e sereno come il clima!… E trattavamo Marco meglio di noi stessi!

Per tornare all’estate 1964, vicino a dove abitava mia sorella a Sesto San Giovanni (ricordo, Via Sicilia 53) c’era un oratorio salesiano. Per incontrare altri ragazzi con cui giocare o passare il tempo libero, specialmente la domenica pomeriggio, mi sono recato lì. Ma appena aprivo bocca quei ragazzi scoprivano che ero meridionale e nessuno voleva giocare con me. Allora ho chiesto al giovane sacerdote responsabile dell’oratorio se poteva indicarmi ragazzi meridionali con cui giocare e conversare. Non ce n’erano in quell’oratorio. Né lui, che a volte era presente, interveniva con quei ragazzi quando accompagnavano i loro “no” con qualche “terùn” di troppo. Ovviamente non ci sono andato più. Mi sembrava di rivivere con questi ragazzi milanesi il disprezzo dei fratini bergamaschi e bresciani nel collegio di Rivoltella del Garda.

Adesso sarei proprio curioso di sapere se i partiti politici, i sindacati, le religioni, le associazioni culturali e di volontariato di allora presenti a Milano o nell’intero nord abbiano prodotto un qualche documento, una semplice presa di posizione e di coscienza sociale contro il razzismo consumato in quei decenni contro i meridionali. Ne sarei confortato.

Ci sono troppi luoghi comuni, falsità, demagogie e persino interessi occulti riguardo il razzismo del nord verso i meridionali ed un po’ di verità storica e socio-antropologica non farebbe male. Anche a beneficio degli stessi cittadini del nord italiano che si portano dietro questo “marchio” di “razzisti” e “antimeridionali”, specialmente dopo le campagne anti-sud della Lega Nord di Bossi e dei leghisti di varia natura e provenienza.

11 – LA CONCILIAZIONE NORD-SUD

Nonostante l’attuale clima politico (che non è certo dei migliori per il meridione italiano), ritengo che è comunque ora di smetterla con questa perniciosa divergenza storica tra Nord e Sud del nostro Paese di cui si avvantaggiano altre Nazioni, che gongolano per questa “guerra fratricida” che dura dal 1860. Nel 1929 si è riconciliato con i Savoia (e lo Stato italiano) persino l’austera Chiesa Cattolica che come Stato Pontificio aveva subìto (più o meno) le stesse razzie predatorie del Regno di Napoli o delle Due Sicilie.

Non vedo perché lo Stato italiano non debba trovare conciliazione con le popolazioni meridionali per i medesimi motivi per cui c’è stata la Conciliazione Chiesa-Stato del 1929 (sotto il Governo Mussolini) rinnovata e consolidata nel 1984 con il rinnovo e l’aggiornamento del Concordato (sotto il Governo Craxi).

 

Mi chiedo e ti chiedo, caro Raffaele:  che ci stanno a fare i deputati e i senatori meridionali in Parlamento se non hanno nemmeno questa forza contrattuale per rivendicare la pace nazionale e i dovuti risarcimenti per il Sud che, però, sono stati ottenuti dalla Chiesa Cattolica pe l’annessione dello Stato Pontificio!??? …  Altrimenti, bisogna dedurre che siamo ancora sudditi e colonia padana. Finché non sarà risolta la Questione Meridionale (hai voglia a cantà!) l’Italia intera sarà troppo debole specialmente a livelli internazionali.

12 – IL RAZZISMO SVIZZERO DEL 1965

Quando avevo 15 anni, nell’agosto 1965, Peppino Cùnsolo, un mio cugino che abitava a Soverato, era in partenza per la Svizzera del Cantone di Zurigo per riprendere il lavoro, dopo qualche settimana di ferie trascorse in famiglia. Essendo minorenne chiesi ai miei genitori di farmi andare con lui a trovare mio fratello Antonio il quale lavorava come muratore nella zona di Uster – Wetzikon dove erano concentrati quasi tutti i badolatesi emigrati in Svizzera.

Pur essendo enormemente contento di stare con mio fratello e con la moglie Ines, mi sentivo triste almeno per quattro motivi. Il primo, il più immediato ed evidente era il clima. Eravamo in pieno agosto e a Badolato sullo Jonio il sole spaccava le pietre, mentre a Uster e dintorni c’era un cielo basso e nuvoloso con una continua pioggerellina. Per un’intera settimana non sono riuscito, credimi, a vedere il sole. C’era una cappa di cielo grigio e per me troppo troppo troppo uggioso. Ho sempre pensato che in quell’occasione mi sia nata la claustrofobia. Non riuscivo a reggere quel clima così incomprensibile per me che provenivo davvero dal paese del sole e della luce, del caldo e della bellezza. Ma consideravo i nostri emigrati che ci dovevano stare quasi tutto l’anno! Mi sentivo soffocare e, dopo appena una settimana, sono tornato alla mia risplendente Badolato Marina, apprezzando e amando maggiormente il valore della nostra luce jonica!

Il secondo motivo era leggere alcuni avvisi o cartelli davanti alle porte di locali pubblici (tipo bar o ristoranti) che precisavano “VIETATO L’INGRESSO AGLI ITALIANI”. Uno in particolare fu per me un colpo al cuore: “VIETATO ENTRARE A CANI E A ITALIANI”. Poi ho saputo che medesimi tipi di cartelli c’erano, in quel periodo pure in Francia e in altri Paesi di emigrazione. E riecheggiavano il razzismo del nazi-fascismo verso gli ebrei.  Come mai? … Si formano tante Commissioni od Organismi di studio, ma non riusciamo ad avere un Istituto per lo studio del razzismo anti-italiano. Capire capire capire è la prima cosa per un qualsiasi essere umano. Se non si capisce non si migliora.

Il terzo motivo è consistito nella mia percezione di vedere gli operai trattati come cani nel cantiere dove lavorava mio fratello. Ripeto forse era una mia percezione o sensazione, del tutto soggettiva o persino distorta. Però ne fui tanto addolorato che ho scritto una lunga poesia che ripeteva (quasi come un doloroso ritornello) i versi “Non trattate come cani da cortile gli italiani”! Avevo 15 anni e mi ritenevo ancora in quell’età dell’innocenza che sapeva ben poco dei drammi del mondo. Questo pur breve viaggio in Svizzera mi ha aiutato ad aprire meglio gli occhi su tutto e su tutti!

Quarto motivo è stato nel vedere che, la domenica pomeriggio (libera per quasi tutti) tanti badolatesi s’incontravano sotto una grande pianta di castagno nei pressi della stazione ferroviaria di Wetzikon. Ci andavano per ritrovarsi, almeno una volta alla settimana, con ogni tempo (fosse pioggia o neve, vento o sole svizzero). Sembravano spaesati, esuli e smarriti. Senza un luogo al coperto dove incontrarsi, stare seduti e bere qualcosa in relax e in compagnia. Li immaginavo infreddoliti nelle gelide giornate d’inverno sotto quell’albero a battere i piedi e a parlare il nostro dialetto per avere l’illusione di essere nella piazza del paese. “A castagnara” è stato a lungo il simbolo di quella comunità di badolatesi a Wetzikon.

E’ stata quell’immagine di desolazione, di insensibilità e di ingiustizia che ha ispirato tutti i miei frequenti appelli pubblici a favore degli immigrati nelle nostre zone calabre (ma pure per Agnone e l’Alto Molise), affinché le istituzioni (anche religiose) accogliessero in appositi locali (o anche nel “Caffè letterario”) i lavoratori esteri per il loro tempo libero …  un centro di aggregazione tra loro e di incontro con gli italiani. Nulla di fatto. Non a caso ho pubblicato con il titolo “Il villaggio senza nome” la prima raccolta di poesie del kosovaro Ysmen Pireci nel 1994, poi nel 1995 e, più recentemente, il 09 maggio 2020 nel contesto dell’opuscolo “La nostra casa Europa nel villaggio globale”. Un titolo di speranza più che di raggiunta realtà. Purtroppo “Il villaggio senza nome” resta, nonostante tutto, ancora per troppi lavoratori immigrati.

Allora ho capito che noi italiani eravamo, in fondo, come gli svizzeri che (a quell’epoca degli anni 50-60-70) non si davano pensiero di far star bene i lavoratori esteri. Sfruttavano soltanto il loro lavoro, del quale avevano un dannato bisogno, ma non consideravano le persone. Per il resto che si arrangiassero. Non erano forse andati in Svizzera per sfuggire da povertà e disoccupazione?! …

Soltanto dopo parecchi anni e con il rinnovo delle generazioni, i numerosi immigrati badolatesi hanno avuto un luogo al coperto e a loro dedicato per la sana aggregazione. Fino a quando (dopo oltre 50 anni di emigrazione) nel 2009 Badolato ha ottenuto di essere gemellato con Wetzikon. Un gemellaggio rifiutato però nel 1982 quando, da bibliotecario, lo avevo chiesto al Comune di quella cittadina svizzera, con l’avallo dell’artista Giovanni Ermocida, un artigiano emigrato badolatese che, sposando una nobildonna elvetica, si era laureato ed era divenuto un personaggio molto influente pure per i suoi agganci con il Vaticano.

Oggi posso dire che forse noi italiani (e meridionali in particolare) siamo (forse) peggio degli svizzeri quando (ad esempio) nella zona di Rosarno in Calabria o nel foggiano o nel casertano o altrove trattiamo in modo poco dignitoso (per non dire immorale e disumano) i lavoratori immigrati, specialmente di colore, spesso provenienti da lontani Paesi. Sento tanta vergogna, credimi! E’ l’Italia da umanizzare e migliorare!…

Nel 1994 ho trascorso quasi 15 giorni nella cittadina di Leamington nell’Ontario canadese, dove alcuni parenti di mia moglie avevano le cosiddette “farm” ovvero estese piantagioni di pomodori ed altre primizie agricole, coltivate con il metodo idroponico (con la sola acqua, senza terra) nelle serre. Ebbene, utilizzavano manodopera immigrata, specialmente da Jamaica e da Messico. Trattavano molto bene questi lavoratori, Pagavano loro il viaggio aereo, fornivano loro la casa e ogni settimana li accompagnavano a fare la spesa. Ed avevano tante altre accortezze. Il clima sociale era tranquillo e la resa di questi lavoratori era ottima.

Sono tornato in Svizzera nell’agosto del 1967 sempre per trovare ancora mio fratello. La situazione degli immigrati (soprattutto italiani) non era cambiata rispetto a due anni prima. Né la situazione climatica, che mi ha fatto scrivere tante poesie tristi a riguardo, alcune delle quali ho inserito nella silloge “Viaggio in Svizzera” nel libro “Gemme di Giovinezza” andato in stampa dopo qualche mese, il 13 dicembre 1967.

13 – L’ESPERIENZA AGNONESE

Più in alcune regioni e meno in altre, esiste tra gli stessi italiani un sottile “razzismo” interno oppure sono frequenti altre più leggere venature di razzismo (discriminazione, intolleranza, derisione, ecc.). Tutto ciò possiamo trovare persino nel piccolo Molise. Ne sono prova vivente io stesso che ci abito da alcuni decenni, per via del matrimonio contratto con una molisana di Agnone. Eppure non lo avrei mai immaginato di trovare un qualche pur lieve ma deciso “razzismo” in una regione che è più rurale della Calabria, con salde tradizioni cattoliche e una lunga scia di emigrazioni che hanno quasi desertificato il territorio!

A riprova di ciò sono presenti attacchi razzistici persino sulla stampa locale (scritto nero su bianco) nei miei confronti (come nel mensile locale “L’Eco dell’Alto Molise” o nel settimanale regionale “Corriere del Molise” anni 80 e primi 90). E ti potrei raccontare episodi da “pianura padana” e non da appennino meridionale. Addirittura e paradossalmente, mi è stato rimproverato di voler bene ad Agnone più di tanti agnonesi. Ciò non toglie però che ho incontrato associazioni e persone che sono state di un’accoglienza e di una gentilezza straordinarie ed esemplari nei miei confronti. Purtroppo, come accade altrove, bastano pochi per inquinare e per incattivire il clima di una intera città. La fabbrica del fango, dei veleni, della calunnia e dell’insulto è retta da pochi addetti, nell’inerzia – però – nella cosiddetta “maggioranza silenziosa” (comprensibile fino a un certo punto).

Per farti meglio capire e detto in due parole … Agnone ha replicato Badolato. Stessi risultati pratici sebbene a colori più diffusi. Con un imprevisto: purtroppo ho trovato tanti preconcetti e luoghi comuni assai negativi su noi calabresi ed è stato alquanto faticoso (ma anche e comunque naturale per me) dimostrare che noi calabresi siamo come gli altri e, a volte, pure meglio poiché abbiamo una civiltà del dono e dell’accoglienza tra le più antiche del Mediterraneo, specialmente negli ultimi 4 mila anni di storia conosciuta. Tuttavia il “razzismo” ha uno zoccolo duro e sottile pure tra noi italiani, più o meno, da regione a regione!… E, a volte, pure il nostro vicino di casa ha la puzza sotto al naso.

Mi chiedo e ti chiedo: a riguardo, cosa hanno fatto in tutti questi secoli la Chiesa e, più recentemente da cento anni a questa parte, la Scuola, la stessa Cultura e soprattutto l’Esercito che ha avuto modo e tempo (nonché la preziosissima occasione) per fare incontrare persone di ogni località nazionale dal 1861 ad oggi?… l’Armonizzazione resta ancora e sempre più prioritaria in ogni ambiente e in tutti i settori della vita sociale! Ma per Armonizzare ci vuole però tanto Amore, personale e istituzionale!

Ed è proprio questo che scarseggia, assieme alle motivazioni per intraprendere un’azione di Riequilibrio che non giova a nessuno rimandare! Stiamo peccando tutti (chi più chi meno) di omissione omertosa sui grandi temi nazionali, rimasti irrisolti e lo rimarranno ancora per molto, aggravando le divisioni nazionali, se non interveniamo almeno come PRIORITARIO PROGRAMMA DI GOVERNO SULLA COESIONE SOCIALE. Negli scorsi decenni c’è stato un timido tentativo di istituire addirittura un Ministero della Coesione Nazionale?…. Desaparecido!

14 – SALUTISSIMI

Caro Raffaele, mi fermo qui, per il momento. Riprenderò con la lettera n. 5, una volta passato agosto che, nonostante le precauzioni del Covid-19, resta pur sempre un mese di vacanza e di ferie e, anche per questo, di maggiore aggregazione sociale persino per chi, come me, ha un ritmo di scrittura e di salute  tale che preferirebbe non avere distrazioni. Ma anche questa è vita! Mi fermo qui, con questa lettera n. 4 sul razzismo e le sue più conosciute e sofferte venature, sperimentate e sofferte personalmente, benché ci sarebbero (per completare questo mio racconto) tante altre cose da mettere sotto la lente della riflessione personale e della pedagogia sociale. E della operatività positiva! Ma chi vivrà vedrà!!!…

Tra tanto altro, tutti, nessuno escluso, siamo invitati dalla vita e dagli eventi a depurarci persino da frasi consuete e persino proverbiali, come ad esempio, quella così tanto usuale “Ubi major minor cessat” (dove c’è il più grande, il più piccolo cessa o deve tacere o, addirittura, non ha diritto di esistere). Una frase dell’antica Roma così tanto entrata nell’uso quotidiano da non accorgerci quanto sia pericolosa per il razzismo imperialista che nasconde o esprime. E così tante altre parole o espressioni che dovremmo togliere dal nostro vocabolario, dalle nostre conversazioni. Dalla nostra vita!

Auguro BUOVE VACANZE, in particolare buon ferragosto, a te e a tutti i nostri lettori. Attenzione alle precauzioni anti-Covid-19. Arrivederci a settembre con la lettera n. 5. Grazie ancora e sempre per la pazienza e l’ospitalità. Cordialità,

di Domenico Lanciano (www.ilReventino.it)