Il re di maggio


 Il 9 maggio di ottant’anni fa, Vittorio Emanuele III abdicava in favore del figlio, che diveniva così Umberto II. Su cosa avverrà il seguente 2 giugno, e le conseguenze, ci riserviamo di tornare; e, il 29 prossimo, terremo una conversazione per l’Università della Terza Età. Ora diciamo come si giunse a quel 9 maggio.

Il 29 luglio 1900 venne ucciso da un anarchico re Umberto I; gli successe il figlio Vittorio Emanuele III. Questi aveva sposato nel 1896 Elena, figlia del principe, poi re di Montenegro. Un matrimonio dettato anche dal bisogno di trovare per il principe, già non molto prestante, del sangue nuovo rispetto alle poche casate cattoliche d’Europa, tutte in qualche modo già imparentate con i Savoia. Non lo disse nessuno, ma la scelta venne dettata da considerazioni eugenetiche. Tuttavia i due coniugi manifestarono reciproco affetto, ed Elena divenne presto popolare, in particolare per la sua opera di crocerossina al fronte.

Vittorio Emanuele III attraversò tutte le vicende italiane della metà del XX secolo. È opportuno ricordare (in specie a chi piglia fischi per fiaschi) che quella italiana era una monarchia costituzionale, ai sensi dello Statuto Albertino del 1848, e di fatto partitocratica. Il re, pur applicando il principio “regna e non governa”, era comunque il capo dello Stato: diciamo, per capirci, come gli attuali presidenti della repubblica.

Sotto Vittorio: l’età cosiddetta giolittiana; la Guerra di Libia (1911-2); la Prima guerra mondiale (1915-8); la dissoluzione del sistema liberale (1918-22); il fascismo (1922-43). I rapporti tra il re e il fascismo furono lineari: il re, non prendendo in considerazione l’idea di Facta di fermare la Marcia con l’esercito, incaricò Mussolini di formare il governo e chiedere la fiducia alle camere, che ottenne largamente; e non assunse alcuna posizione durante la crisi del 1924-5, che di fatto instaurava la dittatura.

Questa venne esercitata in massima parte attraverso Regi Decreti (RD): molti sono ancora in vigore. Nel 1936, Vittorio Emanuele fu incoronato imperatore d’Etiopia; nel 1939, re d’Albania. La titolatura ufficiale fu “Vittorio Emanuele III, per grazia di Dio e volontà della Nazione re d’Italia e d’Albania, imperatore d’Etiopia”. Non trovò nulla da ridire sulla Guerra di Spagna (1936-9); e sull’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940.

C’era qualche ombra, in tutte queste imperiali e littorie luci. Nel fascismo serpeggiava qualche nostalgia repubblicana di spirito mazziniano; e appariva quella che venne chiamata diarchia, con potere morale della monarchia, soprattutto nell’esercito.

Il divario si rese palese il 25 luglio 1943, quando Mussolini venne messo in minoranza dai gerarchi fascisti, e “dimissionato” e arrestato dal re, che nominò al governo Pietro Badoglio. Questi aprì maldestre trattative con gli Angloamericani, sperando di passare dalla loro parte; ma venendo da quelli costretto a dichiarare l’armistizio l’8 settembre.

Seguì il disastro delle Forze Armate, che Badoglio non aveva nemmeno informate, e vennero colte di sorpresa dalla prevedibilissima reazione germanica. Re e Badoglio ripararono fortunosamente nel Meridione intanto occupato dagli Angloamericani.

Umberto, unico figlio maschio (vigeva la Legge Salica) ed erede, in tutte queste vicende liete e tristi comparve pochissimo; e non ebbe alcun incarico importante, nemmeno un effettivo comando militare. Diviene quasi inopinatamente personaggio pubblico, quando i partiti antifascisti, che avevano richiesto la deposizione di Vittorio, e gli Angloamericani trovarono un compromesso su due punti: un referendum popolare monarchia/repubblica a guerra finita; e intanto l’uscita di scena di Vittorio.

Questi nominò Umberto “luogotenente generale del Regno”, quindi con tutti i poteri di capo dello Stato: poteri scarsi, in un’Italia occupata dagli Angloamericani o dai Tedeschi, e per la presenza dei partiti antifascisti; e in cui a Nord un rinato fascismo aveva formato una Repubblica Sociale Italiana. Curioso ribaltamento del 1860, con i Savoia a Sud?

Per due anni, però, i poteri vennero detenuti da Umberto, e sotto di lui iniziò la ridda dei governi partitocratici: due governi Badoglio, uno Bonomi, uno Parri, uno de Gasperi.

Il 9 maggio 1946, cessate le ostilità, Vittorio abdicò anche formalmente; e salì al trono Umberto II. Di quanto accadde fino al 2 giugno, e non solo, parleremo, ripeto, a suo tempo.

Ulderico Nisticò