Le testimonianze shock degli attivisti bloccati a settembre in acque internazionali: denunce di abusi, violenze e ferite psicologiche che non si rimarginano.
ROMA – “Non dormo più. Solo di giorno, quando sento i miei amici fare rumore in casa, riesco a chiudere occhio”. Inizia così il racconto drammatico del calabrese Vincenzo Fullone, portavoce italiano della Freedom Flotilla Coalition, affidato alle pagine de La Repubblica. Quello che doveva essere un atto di solidarietà internazionale verso la Striscia di Gaza si è trasformato, per molti, in un incubo che continua a proiettare ombre sulla vita quotidiana, anche a mesi di distanza dai fatti.
L’ombra di Ketziot
La missione, la seconda flotta organizzata per tentare di rompere il blocco navale di Gaza, è stata intercettata e bloccata dalle forze israeliane lo scorso settembre in acque internazionali. Da quel momento, per gli attivisti a bordo, è iniziato un calvario di detenzione e presunti maltrattamenti.
Fullone descrive uno stato di iper-vigilanza costante, una forma di disturbo post-traumatico che lo tiene ancorato ai momenti vissuti nel centro di detenzione: “Ho sempre paura che la porta si spalanchi e da lì entrino i soldati israeliani come successo a Ketziot. E ricomincino gli abusi”. Il rumore della vita domestica, paradossalmente, diventa l’unico calmante: il segno che non si è soli, che il silenzio della cella è lontano.
Una scia di denunce
Quella di Fullone non è una voce isolata. Altre due attiviste, Anna Lietdke e Surya McEwen, hanno rotto il silenzio denunciando apertamente le violenze subite durante il fermo. Le loro testimonianze compongono un quadro inquietante di ciò che sarebbe accaduto lontano dalle telecamere, una volta spenti i riflettori sulla spedizione umanitaria.
Tuttavia, queste denunce potrebbero essere solo la punta dell’iceberg. Secondo gli attivisti, il numero di persone che hanno subito abusi potrebbe essere molto più alto. “Non mi stupirebbe se fossero di più”, spiega Fullone, sottolineando però la difficoltà del percorso di guarigione, “ma ci vuole tempo per elaborare e non è detto che si trovi il coraggio”.
Il muro del silenzio
Il coraggio di parlare è infatti il fulcro di questa vicenda. Elaborare una violenza subita in un contesto di detenzione militare richiede una forza che non tutti riescono a trovare immediatamente. Mentre la politica internazionale discute della legittimità dei blocchi e delle missioni umanitarie, resta il dato umano: un gruppo di civili che oggi porta addosso i segni, visibili e invisibili, di uno scontro che si è spostato dal mare alle loro vite private.
La Freedom Flotilla Coalition continua a chiedere giustizia e trasparenza su quanto accaduto a settembre, ma per Fullone e i suoi compagni la battaglia più dura si combatte ora di notte, nel tentativo di ritrovare un sonno che sembra perduto per sempre.