​In uscita l’ultimo saggio di Pasquale Talarico: «Mente, mentalità e memoria… fra l’oblio, l’ostacolo, l’attesa!»


Qui di seguito pubblichiamo la postfazione del giornalista Francesco Pitaro:

Con puntualità quasi maniacale – kantiana, verrebbe fatto di dire – Pasquale Talarico – scrittore, saggista, pensatore –, non manca di deliziarci di una sua produzione a scadenza pressoché annuale. Il che è segno evidente di come la sua mente e il suo spirito sono in continua attività ed ebollizione.

Ne è una riprova la sua capacità, e disinvoltura, di spaziare da un argomento all’altro. Sia che esso riguardi la dimensione esistenziale, degli stati d’animo e dei sentimenti; sia che attenga alle problematiche socio-politiche dell’epoca contemporanea; sia infine che spazi sul destino dell’uomo del XXI secolo di fronte alle frenetiche e frequenti innovazioni culturali, tecnologiche e scientifiche.

Ma tant’è, Talarico, come sa chi lo conosce fin dal suo esordio nel campo letterario, è questo: essere libero, senza perimetri o condizionamenti; dice sempre quel che pensa, a costo di incorrere in qualche contraddizione e di essere pronto a farne subito ammenda.

Uomo perennemente alla ricerca di quel filo conduttore che secondo le sue convinzioni lega l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, microcosmo e macrocosmo, uomo e universo che lo circonda, lo sovrasta e lo pervade, spirito e materia, forma e sostanza. Il suo estro, insomma, come per lo Spirito – o il vento? – di san Giovanni evangelista, «ubi vult spirat» (Giov. 3,8), spira, o soffia, dove vuole appunto perché spinto e corroborato da motivazioni elevate e tutt’altro che banali o prosaiche.

Adesso è la volta di Mente, Mentalità e Memoria… fra l’oblio, l’ostacolo, l’attesa! (Pellegrini Editore). Un saggio corposo, carico di contenuti. E, per chi ha avuto la pazienza, e il piacere, di arrivare fino in fondo, ricco di non pochi spunti di riflessione.

Come è nelle sue corde, Talarico parte da episodi apparentemente futili, minimali, in cui capita di imbatterci ogni giorno – come potrebbe essere un disguido per un recapito, un contratto carpito con astuzia da un operatore telefonico, un incomprensibile anatocismo bancario o un’inadempienza burocratica – per indulgere a riflessioni e speculazioni che sconfinano in concetti elevati come l’escatologia, la teleologia, l’etocrazia, la kairologia.

Mettendo così il lettore inopinatamente davanti a ragionamenti che hanno a che fare con il destino ultimo dell’uomo, dell’eterno divenire della natura e dell’universo, dell’alternarsi delle stagioni, del ruolo che debbano avere la morale e l’etica nella società del terzo millennio, della capacità di saper cogliere le nuove opportunità che non di rado ci si presentano.

Detto questo, bisogna mettere in chiaro come la cifra identitaria di Pasquale Talarico sia in primo luogo la scrittura: semplice e impetuosa, chiara e frenetica, ma, al tempo stesso, parsimoniosa di segni di interpunzione.

Uno stile che oserei definire “zavattiniano”, nel senso di Cesare Zavattini che scrisse un libro là dove – secondo un giudizio critico di Piero Dallamano – «butta al macero virgole e punti, finisce e ricomincia un ragionamento».

Con il distinguo, che mentre nel caso del famoso regista e scrittore la scelta poteva avere – anzi sicuramente aveva – un background ideologico, una scelta studiata, in Talarico – si parva licet… – è un fatto meramente istintivo, caratteriale, che riflette la personalità dell’autore.

Una caratteristica stilistica dettata dalla necessità di far scorrere i suoi pensieri senza soluzione di continuità, quasi temesse che essi possano frantumarsi e dissolversi nel nulla. Cosicché si rivela un fiume in piena che scorre impetuoso non ammettendo imposizioni e formalismi sintattici e capace di produrre ininterrotte e sottili elucubrazioni.

Altro tratto distintivo di Pasquale Talarico, che a qualcuno può sembrare una camicia di Nesso (o la coperta di Linus, che dir si voglia) da cui non riesce a liberarsi facilmente, è il suo saper interpretare il presente – con tutto il suo carico di dirompente e febbrile innovazione – alla luce dei valori del passato.

Tradotto in soldoni, il rischio a cui l’autore va incontro è di apparire a dir poco tradizionalista, un oraziano “laudator temporis acti”. Vale a dire uno con la testa immersa nel passato e incapace di guardare al contingente così com’è, per dirla con le sue stesse parole, «fra luci e ombre, odio e amore, gioia e dolore, umana ragione o ragioni civili, religiose, militari e divina fantasia». Non è affatto così, Talarico è ben altro e il suo pensiero va certamente saputo interpretare nella sua giusta dimensione e nella sua esatta valenza.

Certo, egli è uno che fa tesoro della sua esperienza esistenziale, e di certi valori della sua fanciullezza, che lo hanno forgiato, ormai pressoché scomparsi, ne ha manifestamente rimpianto. Soprattutto – scrive infatti in questa sua ultima fatica letteraria – in un momento di transizione tra due epoche prive di continuità e di elementi di congiunzione, come quello che stiamo attraversando.

Anzi, «di crisi e di decadenza dei valori fondamentali della famiglia, della scuola, dell’etica professionale e della cultura maledetta dell’egoismo, della violenza e dell’aggressività della tecnologia, dove ormai regna incontrastata la legge del più forte, con la complicità attiva, passiva, oppure anche soltanto omissiva, di una democrazia apparente, in realtà, magari, del tutto inesistente».

La storia, si sa, è piena di gente che rimpiange il passato, anche se va sottolineato che ciò – come sosteneva Orazio già nel I secolo a.C. – è tipico delle persone avanti negli anni, i quali, in ultima analisi, rimpiangono più che altro la loro giovinezza.

E così Virgilio vagheggiava una mitica quanto improbabile età dell’oro…, e così Cicerone (O tempora, o mores!) contrapponeva nelle sue orazioni la morigeratezza degli antichi padri al decadimento morale dei suoi tempi.

E così… e così… lo scrittore russo Maksim Gor’kij che recriminava contro l’invenzione della penna stilografica a serbatoio a vantaggio di quella a immersione: sosteneva che quel lasso di tempo che serviva per intingere il pennino nell’inchiostro gli erano provvidenziali per elaborare idee e concetti!

Pasquale Talarico, sulle prime, e fatte le opportune proporzioni, ça va sans dire, parrebbe uno di questi. In particolare quando si sofferma a elencare le sfide che questo inizio di terzo millennio ci pone davanti: inquinamento ambientale, predominio dell’algoritmo e la sua invadenza anche nella sfera della vita privata e sentimentale, manipolazione della società dell’informazione con il conseguente imporsi della post-verità senza che il cittadino possa verificarne l’attendibilità, manipolazioni genetiche con conseguente violazione «dell’ordine naturale delle cose», le tematiche riconducibili al gender, la fecondazione artificiale, più o meno assistita, il metaverso, la realtà aumentata… E chi più ne ha più be metta.

A farla breve, queste sue considerazioni e riflessioni non sembrano altro che – come giustamente scrive in prefazione Giacinto Marra – dei cahiers de doléances, una elencazione di geremiadi di tutte le criticità che questa nostra epoca ci mette davanti e con cui, bene o male, tocca misurarci, e con le quali dovranno aver a che fare le prossime generazioni.

Come affrontare questa prova impegnativa e indubbiamente di non facile soluzione? Non certo chiudendosi a riccio, sembra suggerirci Talarico, e non di sicuro vagheggiando un ritorno al passato sic et simpliciter. Se così fosse sarebbe un’impresa oltremodo velleitaria e votata inesorabilmente al fallimento.

Ciò che l’autore di questo saggio ci addita, se ho ben capito, è quella parte del passato che ancora merita di essere preservata, convinto che secoli e secoli di storia dell’umanità insegnano che «senza l’amore, l’entusiasmo, la dignità e l’orgoglio del senso di appartenenza, si spegne anche l’ultima luce della Speranza, così come senza idee, ideali, sentimenti, onore, rispetto, vergogna e senso del pudore, …tutto scorre, vive, vibra, invecchia, muore e si dissolve nelle fitte tenebre dell’oblio».

Da qui appare lampante come la rivoluzione scientifica, tecnologica, sociale e culturale in atto sia ineluttabile, e la sola cosa che all’uomo d’oggi spetta di fare è prenderne consapevolezza e attrezzarsi a fronteggiarla cogliendone le opportunità positive e capitalizzarle.

La chiave di volta di tutto questo sono alcuni fattori che Pasquale Talarico mette in bella evidenza. In primo luogo, la riscoperta di un nuovo umanesimo. Un contesto che deve vedere sempre l’uomo al centro del creato, come ci ricordano papa Benedetto XVI e papa Francesco nelle loro rispettive encicliche: Caritas in veritate e Laudato si’. Così come dovrà essere sempre protagonista ed elemento proattivo rispetto a quell’Intelligenza artificiale (AI) che sembra dover soppiantarne vieppiù ruoli e funzioni in un processo di disumanizzazione in rapida crescita. Avendo sempre ben presente l’insegnamento, e al contempo il monito, del filosofo della cibernetica Silvio Ceccato secondo cui la «macchina non debba mai prevaricare e l’uomo mai abdicare».

Altri elementi ricorrenti in Talarico sono i concetti di resilienza e istante dilatato, oltre alla capacità di saper cogliere l’occasione propizia, quella risolutiva opportunità (il kairòs degli antichi greci) che non di rado capita alle menti e agli spiriti ben disposti.

La resilienza, che l’autore ha fatto propria fin dalla sua prima apparizione nel linguaggio mainstream conoscendone la sua applicazione su oggetti e metalli prima ancora che venisse applicato alle discipline umanistiche – particolarmente alla psicologia – e al linguaggio politico.

Essa, a suo dire, risulta efficace all’uomo e alla società nell’affrontare le sfide cui sono chiamati e di cui parlavo all’inizio, solo e soltanto se si dispone di un forte patrimonio identitario. Senza la parte migliore e attuale del passato – ci dice forte e convinto Talarico – non esiste futuro, non c’è avvenire per le giovani generazioni.

L’istante dilatato, infine, è un concetto direttamente coniato da lui, ne detiene – verrebbe da dire – per intero il copyright del termine e del suo significato. Esso è la capacità non solo di saper cogliere le giuste opportunità, caso per caso, il classico “attimo fuggente”, ma altresì di riuscire a capitalizzarne il suo effetto nel tempo e nello spazio, fin quasi ad assaporarlo sorbendone gli effetti.

E per finire, avere grande rispetto per le «giuste proporzioni e dell’alto senso di responsabilità verso l’armonia della Natura», come opportunamente scrive nell’introduzione di questo suo lavoro.

E in ciò facendo rivivere l’eterno mito di Antigone che trova il coraggio di disubbidire alle leggi di Creonte – e quindi degli uomini e dello Stato –, in ossequio a quelle non scritte ma imposte dagli dèi e dalla natura. O, se proprio si vuole, è la riproposizione della vexata quaestio che animava le dispute degli antichi giuristi romani riguardo all’eterno conflitto tra il diritto delle genti e il diritto naturale.

Là dove quest’ultimo, secondo la versione di Ulpiano, veniva definito «quod natura omnia animalia docuit», ovvero ciò che la natura, ab aeterno, insegna a tutti gli esseri viventi.
Vi è un passaggio, secondo me molto eloquente e alquanto indicativo per capire l’approccio di Pasquale Talarico a fronte delle problematiche che enuclea in questo saggio e che ne rappresenta l’epitome plastica e perfetta del suo pensiero.

È tratto da un recente intervento di Enzo Bianchi, ex priore della comunità monastica di Bose, e pubblicato nella rubrica settimanale del quotidiano a cui collabora. Scrive Bianchi che «Chi è esercitato alla kairologia, la conoscenza dei tempi, sa riconoscere nell’esperienza storica e sociale le patologie emergenti e, come una sentinella, è capace di indicarle, addirittura prevederle, e quindi denunciarle affinché sia possibile contenerle e combatterle a beneficio della convivenza umana».

È esattamente questa, ne sono certo, la disposizione d’animo che informano le opere – non solo quest’ultima ma le tante che ha fin qui prodotte: da L’ombra (1997) a Esilio mentale (2017) – e la personalità del loro autore.

Francesco Pitaro è giornalista, scrittore e poeta dialettale. Ha collaborato alla Radio Vaticana, Corriere dello Sport-Stadio, Tuttosport, Bell’Italia, Calabria Letteraria, Giornale di Napoli e Gazzetta del Sud. È stato comunicatore presso l’Autorità di gestione Por e all’Unità di progetto “Programmazione comunitaria e Politiche internazionali” della Regione Calabria.