Inchiesta “Alibante”, la Dda Catanzaro chiede il carcere per l’avvocato Maria Rita Bagalà e di altri 4 indagati

La procura distrettuale antimafia di Catanzaro ha proposto appello al Tribunale del Riesame per chiedere la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti dell’avvocato aostano Maria Rita Bagalà e di altri quattro indagati nell’ambito dell’inchiesta ‘Alibante’. La professionista è agli arresti domiciliari ad Aosta dal 3 maggio con l’accusa di concorso esterno in associazione di tipo mafioso. L’udienza sarà discussa nelle prossime settimane.

L’operazione ‘Alibante’ era scattata lo scorso 3 maggio e aveva colpito in particolare gli affari della cosca Bagalà attiva tra Nocera e Falerna, nel Lametino, portando all’arresto di 17 persone: sette in carcere, dieci agli arresti domiciliari, tra cui Maria Rita Bagalà, figlia di quello che gli inquirenti ritengono il boss, Carmelo Bagalà, ora in carcere. Il giudice delle indagini preliminari aveva respinto la richiesta del pm di custodia cautelare in carcere per cinque degli indagati.

Decisione ora impugnata dalla Dda calabrese. Per l’accusa, Maria Rita Bagalà, sotto la regia del padre Carmelo Bagalà considerato il capo del clan, “partecipava alla cosca”, garantendo “l’amministrazione dei diversi affari illeciti”.

Il gip di Catanzaro, Matteo Ferrante, nell’ordinanza di custodia cautelare sottolineava che Maria Rita Bagalà, oltre a essere la “mente legale del clan”, curava gli interessi economici e finanziari del sodalizio. Per l’accusa, inoltre, l’avvocato aveva assunto anche il ruolo di prestanome della società Calabria Turismo srl ed era l’intestataria dei beni patrimoniali e delle quote societarie della consorteria “costituenti il provento illecito della varie attività delittuose del clan”. Accuse che tramite il suo legale, l’avvocato Mario Murone, l’indagata ha sempre respinto. Il difensore ha presentato ricorso in Cassazione per chiedere la revoca degli arresti domiciliari.