Inchiesta “Coccodrillo” a Catanzaro, chiesto il rinvio a giudizio per 14 persone

Sono 14 le persone coinvolte nell’inchiesta “Coccodrillo” per le quali la Dda di Catanzaro ha chiesto il rinvio a giudizio. Le accuse contestate vanno dal trasferimento fraudolento di valori, aggravato dalle modalità mafiose, all’estorsione, all’autoriciclaggio, al riciclaggio ed al favoreggiamento. L’udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 15 ottobre.

La richiesta di rinvio a giudizio, formulata dal procuratore Nicola Gratteri, dall’aggiunto Vincenzo Capomolla e dai sostituti procuratori Veronica Calcagno e Debora Rizza, riguarda Antonio Capellupo, di 46 anni, Vitaliano Maria Fulciniti (44), Pietro Garcea (34), Francesco Iriitano (30), Marika Lobello (22), Vincenzo Pasquino (60), Domenico Rotella (43), Giuseppe Rotella (53), Francesca Rotella (48), Pasquale Torchia (45), Pasquale Verspertini (39), Anna Rita Vigliarolo (43), Caterina Garcea (41) e Luciano Vitale (54). Del collegio difensivo degli indagati fanno parte gli avvocati Iole Le Pera, Valerio Murgano, Pietro Mancuso, Enzo De Caro, Saverio Loiero, Vittoria Versa, Giuseppe Fonte, Gennaro Pierino Mellea, Vitaliano Leone e Raffaele Bruno.

L’operazione “Coccodrillo” è stata condotta dalla Guardia di finanza di Catanzaro lo scorso 11 marzo, con l’esecuzione di 10 misure cautelari. Sei persone sono state poste agli arresti domiciliari, una alla detenzione in carcere ed a tre sono state notificate interdittive. L’operazione ha portato inoltre al sequestro preventivo di beni per un valore di oltre 50 milioni di euro nei confronti di alcuni imprenditori catanzaresi e dei loro prestanome. Al centro dell’indagine il gruppo imprenditoriale Lobello, molto attivo nel settore dei lavori pubblici, per i maggiori esponenti del quale, Giuseppe Lobello, Antonio Lobello e Daniele Lobello, è stato chiesto il rito immediato.

Giuseppe Lobello, destinatario di una delle ordinanze di custodia cautelare, “pur non facendone parte”, si afferma nel provvedimento, è accusato di “concorrere nell’associazione di ‘ndrangheta denominata cosca Arena”, alla quale – secondo l’ipotesi accusatoria – avrebbe fornito “attraverso condotte attive, un contributo concreto, specifico e volontario per la conservazione e il rafforzamento della capacità organizzativa dell’associazione.

In particolare, muovendosi quale imprenditore edile titolare e amministratore di fatto delle imprese facenti capo alla famiglia Lobello – Strade Sud, Trivellazioni Speciali, Consorzio Stabile Zeus, Consorzio Stabile Genesi – faceva da intermediario tra i vertici della cosca Arena e taluni imprenditori soggetti a estorsione per lavori nel Catanzarese, raccogliendo i ratei delle estorsioni e consegnandoli alle scadenze prestabilite ai vertici del clan. Ciò allo scopo di evitare che la presenza di soggetti riconducibili al clan presso i cantieri potesse attirare l’attenzione delle forze dell’ordine; ottenendo al contempo, per il legame stretto con gli Arena, una posizione dominante nell’esecuzione di lavori edili su Catanzaro, ovvero la protezione da interferenze estorsive, di altri gruppi criminali, presso i cantieri relativi ai lavori eseguiti e presso l’impianto di calcestruzzo dell’impresa”.

I Lobello avevano realizzato, sempre secondo l’accusa, un sistema di società, formalmente intestate a terze persone, ma controllate e gestite da loro, al fine di sottrarre il loro patrimonio a misure di prevenzione antimafia. Dalle indagini condotte dalla Guardia di finanza è emerso anche un episodio di estorsione nei confronti di un lavoratore dipendente, costretto ad autolicenziarsi da una società fittiziamente intestata a un prestanome, per incomprensioni sorte sul luogo di lavoro con i familiari di Giuseppe Lobello.