Si avvia verso una scissione processuale l’inchiesta “Ostro”, l’imponente operazione della Dda di Catanzaro che ha acceso i riflettori sulle presunte infiltrazioni della cosca Gallace nel tessuto politico ed economico di Badolato.
Davanti al Gup, le strategie difensive hanno delineato due percorsi distinti: la stragrande maggioranza degli indagati punta sui riti alternativi, mentre un piccolo nucleo, che comprende figure chiave delle istituzioni locali, affronterà il dibattimento aperto.
I numeri del processo
Il bilancio dell’udienza preliminare parla chiaro: 51 indagati hanno formulato richiesta di accesso al rito abbreviato. Questa scelta permetterà loro di usufruire dello sconto di un terzo della pena in caso di condanna, venendo giudicati allo stato degli atti raccolti durante le indagini preliminari.
Di contro, 6 indagati hanno optato per il rito ordinario. Tra questi figura l’ex sindaco di Badolato, Gerardo Parretta, la cui posizione rimane al centro del filone riguardante i presunti condizionamenti del clan sulla vita amministrativa del comune ionico.
Le accuse: politica, voti e appalti
L’inchiesta, condotta dai Carabinieri del Comando provinciale di Catanzaro e del ROS sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia, ipotizza un sistema di controllo capillare esercitato dalla consorteria dei Gallace.
I punti cardine dell’accusa riguardano:
Inquinamento elettorale: Presunte pressioni e accordi per orientare il voto durante le scorse consultazioni comunali.
Gestione degli appalti: Il controllo mafioso sulle commesse pubbliche, volto a favorire ditte vicine o direttamente riconducibili alla cosca.
Controllo del territorio: Una rete di affiliati e fiancheggiatori capace di condizionare l’economia locale e i rapporti con la pubblica amministrazione.
Prossimi step
Con lo sdoppiamento del procedimento, il Tribunale di Catanzaro si troverà a gestire parallelamente il processo abbreviato per i presunti boss e gregari e il dibattimento ordinario per i restanti indagati.
Resta alta l’attenzione degli inquirenti su quello che viene definito il “modello Badolato”, un presunto esempio di come la criminalità organizzata riesca a insinuarsi nei gangli vitali degli enti locali.