Incipit del romanzo di Luigina di Menna e urgenza di rafforzare la ricerca contro le malattie

 

Caro Tito, in quasi sessant’anni di attività socio-culturale (in particolare letteraria) ho avuto modo di vedere tante narrazioni iniziate e mai concluse (non solo mie) che avrebbero potuto e dovuto diventare utilissime pubblicazioni a stampa a beneficio di molti. Ad esempio, alle ore 09.59 di mercoledì 24 luglio 2019 hai pubblicato l’incipit di un racconto sull’accoglienza di migranti che ho riportato per intero al paragrafo sei della << https://www.costajonicaweb.it/lettere-a-tito-n-256-badolato-cz-24-agosto-1997-il-primo-sbarco-profughi-nel-ricordo-di-daniela-trapasso-poi-direttrice-cir-calabria/ >>.

Adesso ti riporto l’avvincente incipit di un romanzo iniziato nel 2006 e mai concluso da una mia carissima amica di famiglia, Luigina Di Menna, che il Covid ci ha portato via lo scorso ferragosto 2021 all’età di 54 anni, nonostante avesse strenuamente combattuto contro una subdola malattia degenerativa.

1 –  URGE RAFFORZARE LA RICERCA MEDICO-SCIENTIFICA

Molto probabilmente Luigina sarebbe ancora tra noi se avessimo aiutato (ancora meglio e di più) la ricerca medico-scientifica contro tutte le malattie difficili, in particolare quella che, pur dopo tante cure e premure e forti lotte, ci ha tolto molto prematuramente una donna veramente speciale, amatissima e stimatissima amica di tutta una comunità. Una persona che non ha mai smesso di sorridere e ironizzare fino alla fine.

Contro tutte indistintamente le malattie, in particolare contro quelle più subdole o rare, dovremmo mobilitarci tutti, nessuno escluso, pure perché ognuno di noi o un nostro stretto familiare può (prima o poi) incappare in una di queste o, comunque, in altre strazianti tribolazioni che, pur sembrando semplici all’inizio o all’apparenza, hanno bisogno di strutture più attrezzate e di più accurata assistenza medica.

La cosiddetta “cultura della prevenzione” non è ancora entrata adeguatamente nella nostra vita e nella mentalità sociale in modo deciso e convinto e in modo tale, comunque, da produrre in noi sensibilità e atteggiamenti utili a risolvere persino i casi più difficili. Casi che potrebbero interessare anche noi personalmente, specie nel nostro “disarticolato Sud” che non ha ancora strutture e attrezzature idonee né sufficiente coordinamento operativo né personale a ciò dedicato. Così per tentare di risolvere malattie più serie siamo ancora costretti ad affrontare i cosiddetti “viaggi della speranza” verso il centro-nord Italia e qualche volta persino verso l’estero. Dovremmo darci una regolata a riguardo e protestare davvero molto veementemente!

L’emigrazione sanitaria è ancora un problema molto serio per noi del Sud Italia che ci trasciniamo dolorosamente ormai da parecchi, troppi decenni con enormi difficoltà e con il prezzo da pagare addirittura con maggiori vite perse anzitempo e in termini di anni in meno da vivere rispetto al centro-nord. Chissà se il mitico PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) riuscirà a migliorare la salute di noi meridionali oppure se, per qualche altro secolo ancora, saremo costretti a tenere sempre pronta la valigia per chiedere aiuto altrove persino nel cercare di risolvere i più seri problemi di salute oltre che per la dignità del lavoro!

2 – PREMESSA ALL’INCIPIT DI LUIGINA

Caro Tito, sai bene come e quanto chieda a tutti di scrivere e pubblicare libri. Scrivere, oggi più che mai, è un atto quasi rivoluzionario … di utile rivoluzione sociale. Specialmente quando riusciamo a testimoniare le difficoltà affrontate in Italia e, in particolare, nel nostro Meridione che ogni volta si trova a rivendicare ciò che altrove è la pura e semplice normalità. Testimonianze e proposte, proposte e testimonianze … affinché restino nella nostra Storia anche dopo di noi, come documento e monito di ciò che si fa o non si fa per il nostro popolo, per la nostra gente, per noi stessi.

Tra tanto altro la scrittura è – ne sono sempre più convinto – una utile auto-terapia (o auto-analisi) che possa contribuire a conoscerci meglio, ad aiutarci a superare momenti difficili, a lasciare qualcosa di noi a familiari, parenti ed amici. O, se fortuna vuole, all’universo-mondo. Con la speranza che possa essere utile pure ad altri. Male che vada resta una testimonianza di un determinato tempo e contesto personale e sociale. Comunque, scrivere con l’intelligenza del cuore non fa male a nessuno. Ed è meglio passare i momenti vuoti (specie quelli inutili) a scrivere piuttosto che ad annoiarci o ad “ammazzare il tempo”.

Così, nel 2006 appena ho saputo da Luigina che aveva cominciato ad avere seri problemi di salute, L’ho convinta a scrivere. Come potrai leggere più vanti al paragrafo cinque, ha cominciato a raccontarsi bene, come forma e come sostanza e stile … pure in un modo superiore alle aspettative per una che aveva un semplice diploma magistrale, quello che si conseguiva ai suoi tempi dopo i quattro anni per diventare maestra elementare. Lavoro che poi non ha nemmeno mai fatto.

Dopo qualche settimana da quel nostro colloquio, Luigina mi ha consegnato due fogli dattiloscritti (formato A4 cioè cm. 21 x 29) con il testo che stai per leggere. In fondo all’ultimo rigo mi ha trascritto (di proprio pugno) tutti i suoi recapiti telefonici (due numeri fissi e uno mobile) e la firma “Luigina con Affetto”.  Ho preparato una cartellina intitolata “Romanzo di Luigina Di Menna” restando in attesa di altre pagine dattiloscritte. Intanto, Luigina, per potersi curare meglio, si era trasferita a Roma, dove ha addirittura comprato un appartamento in previsione dei contatti frequenti con medici ed ospedali. Tornava raramente nella sua Villacanale di Agnone, qui in Molise. Così abbiamo perso un po’ i contatti e, quindi, pure la possibilità di seguirla nella redazione del suo romanzo. Né ho insistito più di tanto, constatando che la sua indecifrabile malattia la teneva impegnata davvero troppo.

Poi, a dirti il vero, con il passare degli anni e con l’accavallarsi delle situazioni e dei problemi quotidiani, il romanzo di Luigina mi era proprio passato dalla mente. Né lei mi ha detto più niente. Così, mercoledì 29 giugno 2022 mattina, ordinando alcune mie carte, mi è venuta sotto gli occhi la cartellina del “romanzo di Luigina”. Ho riletto le due paginette dattiloscritte ed ho pensato bene di distribuirle in fotocopia come ricordo di Lei ai suoi genitori, al marito, alle cugine e a qualche parente più vicino a Lei. Poi, domenica 03 luglio, alle ore 19.31 ho inviato ai comuni amici quel prezioso ed unico scritto lasciato da Luigina. Adesso lo partecipo pure a te e a tutti coloro i quali vogliano leggere questo “INCIPIT”.

3 – CHI ERA LUIGINA DI MENNA

Figlia unica di Mario e Teresa Di Menna, Luigina era nata in Agnone del Molise (oggi in provincia di Isernia, allora in provincia di Campobasso) 55 anni fa. Pur essendo in possesso del Diploma Magistrale per l’insegnamento nelle scuole elementari, ha preferito lavorare in una fabbrica di pantaloni, alla “Stil Coop Moda srl” di Agnone dove ha diretto il reparto di stireria. Dotata di una felice ironia, di intensa solarità ed evidente personalità comunicativa e anche scenica, nutriva un grande amore per il teatro amatoriale. In tarda età aveva sposato Mauro Brizi di Roma, bravissimo come Lei. Formavano proprio una bella coppia!

In parrocchia si è sempre occupata del decoro della chiesa, della cura del coro. Con entrambi i genitori ha fatto parte del gruppo folk “Valle del Sole” di Villacanale che ha vantato notevoli successi anche in altre regioni italiane.

Nel 2020 l’Università delle Generazioni ha assegnato il Gran Premio delle Generazioni a Lei, al marito e ai genitori, ovvero all’intera famiglia con la seguente motivazione: << Per la lodevole bontà e altruismo, per la forte unità familiare, specialmente nei momenti difficili e di lungo periodo.

Tutti i componenti di questa famiglia hanno dato prova di coraggio e di fedelissima solidarietà reciproca. Un ottimo esempio intergenerazionale da indicare specialmente alle nuove generazioni >>.

4- IN ONORE DI LUIGINA DI MENNA

Caro Tito, nella stessa serata di domenica 03 luglio 2022 alle ore 19.57 ho scritto una email ad Antonio Massanisso, presidente dell’Associazione Culturale Nuova Villacanale, ad altre associazioni, ai parenti e agli amici più vicini proponendo Loro di realizzare, attorno al prossimo ferragosto, alcune iniziative in onore di Luigina nel primo anniversario della scomparsa. Oltre a leggere in piazza questo INCIPIT, si potrebbe indire un concorso teatrale amatoriale annuale (con il patrocinio della FITA – Federazione Italiana del Teatro Amatoriale e di enti locali) con un apposito premio per debuttanti e giovani artisti. La manifestazione dovrebbe essere ovviamente dedicata a Luigina Di Menna. Il Presidente Massanisso mi ha telefonato (per 10 minuti e 35 secondi dalle ore 21.10) il giorno dopo, lunedì 04 luglio, per dirsi disponibile a realizzare qualsiasi iniziativa che, compatibilmente con i limiti economici ed organizzativi della propria associazione, possa onorare Luigina. Ed ecco, qui di sèguito il testo dell’INCIPIT del romanzo mai intitolato, mai continuato né pubblicato.

5 – L’INCIPIT DEL ROMANZO DI LUIGIN DI MENNA

CAPITOLO PRIMO –  Giovedì 15 giugno 2006. E’ una giornata come tante. A dire il vero, oggi vado con un amico a prendere il computer. Sono convinta che la mia vita avrà un ulteriore cambiamento “sempre positivo”. Sono stanca di negatività, ho voglia di vivere positivo, attimo per attimo. Ho deciso, finalmente, di seguire l’ultimo consiglio che mi diede Maria Pia, nel giorno più importante della sua vita, quando gli angeli la condussero tra le braccia del Signore. “Io sto benissimo!” mi disse “Cara, mi preparo a partire per il grande viaggio, ma tu ricordati che la vita va vissuta fino in fondo. Ricordami nelle tue preghiere, io veglierò su di te da lassù, continuerò a essere la tua cara amica, se tu lo vorrai. Ti abbraccio”.

Ero arrabbiatissima. Lei andava via e io rimanevo qui, in questo mondo pieno di brutti e di cattivi, dove non intravedevo più via d’uscita, dove nessuno più poteva capire le mie angosce e consolarmi ora che lei non c’era più. Volevo andare anche io con lei. Una cosa era certa, non avevo nessuna voglia di combattere. Ero stanca e avvilita. Oggi, sono convinta che devo ringraziare lei se sono qui a scrivere il mio libro con grande serenità e forza di volontà.

La mia mente torna indietro di sette anni, mi sembra di impazzire, avverto ancora l’angoscia di quei momenti. Ero andata a Vasto con Angela a fare un giro così, tanto per staccare la spina dalla routine giornaliera, anche se in effetti non era possibile staccarla, visto che eravamo due colleghe di lavoro, per cui non si parlava d’altro.

Ero stressata e disperata, ma cercavo in tutti i modi di essere divertente e non troppo stancante. Dubito di esserci riuscita. Continuavo a guardare il mare e mi chiedevo se la vita lì sotto era così triste come la mia oppure c’era di meglio. Fissavo l’orizzonte.

Il mio sguardo cercava Dio. Avrei voluto domandargli, o meglio, implorarlo di darmi le risposte ai tanti perché affollavano la mia mente sulla ragione della mia esistenza. Mi sentivo buona a nulla. Sapevo perfettamente che volevo e dovevo dare un senso alla mia vita inquieta, ma come fare se tutto mi spaventava? Il lavoro era l’unico mio sfogo, ma non ero soddisfatta: mi impegnava troppo e non mi permetteva di assaporare le delizie della vita.

Continuavano a passare i giorni e mi accorgevo che il mio fisico cominciava ad arrendersi. Ero davvero molto stanca, una stanchezza insolita. Sapevo perfettamente che avevo bisogno di riposo, ma non potevo, avevo una stagione da chiudere e poi finalmente sarei partita per Barcellona, ma c’era ancora giugno e luglio da passare e non era poco, visto che lavoravo in una stireria dove, oltre ai mille problemi giornalieri, il caldo si divertiva a renderci la vita impossibile. Cercavo a tutti i costi di andare avanti, comunque sia, ma il mio corpo aveva deciso di scioperare. La mattina facevo fatica a mettermi in piedi. In fabbrica ero più scontrosa del solito e i miei colleghi non mi sopportavano più. Stavo toccando il fondo ed ero cocciutamente convinta che la soluzione dei miei problemi era chiudere quella dannata stagione. Doveva pur esserci una soluzione, non so, vitamine, sali minerali o qualche altra diavoleria per dare una botta di vita al mio corpo molto incazzato con me.

Finalmente mi recai dal mio medico di famiglia, il quale non ci mise molto a capire che il mio fisico aveva bisogno urgentemente di riposo.

–        “Dottore, ho una stagione da chiudere, sono troppo stanca, ho bisogno di qualsiasi cosa che riesca a tenermi su per un altro mesetto abbondante, dopo di che vado in ferie”.

–        “Non è così semplice come pensi. Ti vedo troppo stressata. Devi innanzitutto riposare per un po’, fare degli accertamenti e poi si vedrà”.

–        “Non è possibile, ti dico, ho una stagione da chiudere, delle consegne da rispettare. Non preoccuparti, è solo fiacca. Hai detto bene, sono stressata, specialmente in questi giorni che è così tanto caldo. Vedrai che, dopo le ferie, tutto tornerà a gonfie vele”.

–        “Non sono d’accordo. Il tuo fisico ha bisogno di riposo. Ricordati che se non sarai tu a darglielo, lo farà da solo”.

“Questo è matto” – continuavo a ripetermi – “lui non sa cosa significa dirigere una stireria … non ci si può fermare nemmeno per un po’ di stanchezza! Come faccio?… Devo terminare le consegne!”.

Una bella mattina, alla fine di luglio, sento una vocina che mi chiama: “Luigina, ehi, sono io … tu non mi conosci ancora, ma vedrai che, piano piano, imparerai a conoscermi e persino ad amarmi. Io ti avvolgerò con il mio calore e non permetterò a nessuno di allontanarmi da te. Lo so che adesso mi odi ma un giorno capirai che solo attraverso il mio dolce calore tu avrai le risposte a quelle intense domande che, fino ad oggi, non hai trovato, perché troppo indaffarata sulle cosiddette superficialità della vita, per cui non hai afferrato quello che di bello essa ti porgeva giorno per giorno. Lassù ci hanno provato in tutti i modi a farti capire che era giunto il momento di cominciare a vivere sul serio, ma tu non ne vuoi proprio sapere. Muoviti, smettila di piangerti addosso!”.

Francamente non capivo un bel niente. Imperterrita, continuavo a sprofondare in quel baratro profondo.

Così, Barcellona rimase solo un bellissimo sogno. Dovetti cambiare itinerario: ospedale San Francesco Caracciolo di Agnone. Ero davvero cretina: mi sembrava che l’ospedale era un bellissimo hotel dove passare le vacanze. Una cosa era certa: finalmente stavo davvero al centro dell’attenzione. Qualcuno si prendeva cura di me!

La prima settimana non fu affatto drammatica. I medici continuavano ad indagare ed io intanto mi divertivo a ricevere visite e a fare la vittima. Nei giorni che seguirono feci amicizia con un po’ di vecchiette; mi piaceva star loro vicina e consolarle. Spesso mi raccontavano il loro passato. A volte molto triste, a volte una vita fatta di sacrifici ma piena d’amore. Ero troppo distratta per rendermi conto che qualcuno lassù si divertiva a scombinarmi il mio indifferente stile di vita. E poi con me c’era sempre quella rompiballe della mia cara amica che continuava a rompermi davvero, senza darmi pace un solo istante, così finivo sempre nella mia camera a sdraiarmi su quel maledetto letto e non mi rendevo davvero conto di quello che mi circondava.

I miei genitori venivano a farmi visita tutti i giorni. Erano molto preoccupati e devo dire che, anche se con molta buona volontà, non riuscivano a nascondere il loro dolore. Specialmente mia mamma mi soffocava con il suo affetto, senza rendersene conto. Ero felice quando arrivava l’orario di entrata. Sentivo i loro passi nel corridoio e il mio cuore si riempiva di felicità e nello stesso tempo di tanto dolore perché avrei voluto dare loro qualche bella notizia, ma tutto sembrava oscurarsi giorno per giorno.

Mio papà faceva del tutto per farmi passeggiare per quel dannato corridoio, ma io non volevo perché mi sentivo debole ed indolenzita e, a dire il vero, mi piaceva stare sul letto, colloquiare con loro, fare qualche battuta, ridere, scherzare. Spesso mi divertivo a parlare di Chicca, la mia gatta preferita, anche se mio papà non si divertiva molto, perché gli piaceva fare l’uomo maturo che non pensa certo alle fesserie. Era solo tutto fumo e niente arrosto, perché pure a lui piacciono i gatti e quindi, spesso, riuscivo a strappargli un sorriso o uno sguardo burbero che mi divertiva moltissimo. Purtroppo arrivava anche l’orario che dovevano andare via ed io tornavo a sprofondare nel mio baratro profondo.

I giorni continuavano a passare senza grandi riscontri. Io continuavo a stare male e cominciavo a preoccuparmi lo stesso, nonostante i medici continuassero a dirmi che loro non riuscivano a trovare niente di preoccupante. Ma come fare se l’amica rompeva sempre di più e continuava a sussurrarmi che lei c’era davvero e mi avrebbe reso la vita impossibile finché non mi fossi svegliata da quell’apatia imponente che mi accartocciava sempre di più? … Incominciai a pregare sperando che qualcuno lassù ascoltasse le mie preghiere. Niente da fare, mi convinsi che erano diventati tutti sordi e continuai per la mia strada disastrata.

Era passato un mese ormai. Ero esausta e spaventata. C’era qualcuno che con “molta cautela” cercava di consigliarmi altre soluzioni, tipo: cambiare ospedale o persino cercarmi un buon psicanalista, perché la mia era solo una malattia psicosomatica. Non ne potevo proprio più. Volevo tornare a casa, a tutti i costi. La vacanza era bella che finita. Basta con queste cavolate, era giunto il momento di tornare alla vita di prima.  Del resto erano d’accordo anche i medici, soprattutto il primario che mi chiamava “la signorina capo di monte” per via delle tante visite ricevute e dei tanti regali che spesso mi soffocavano. Sta di fatto che mi dimisero, senza farsi troppi scrupoli e diagnosticandomi una semplice “periodontite acuta”. Forse avevano ragione gli altri, compreso mio papà: tutto era frutto della mia psiche, dovevo solo ritrovare me stessa. Non ero del tutto convinta, anche se comunque mi ero persa davvero.

La mattina dell’otto di agosto rientrò dalle ferie il dottor Di Nucci, il mio angelo custode. Capì subito che il problema era più grave di tutte le stronzate che fino ad allora mi avevano diagnosticato. Fu così che mi prescrisse un “ago aspirato” al mio caro nodulo tiroideo che era venuto fuori grazie ad una scintigrafia prenotatami da lui prima di andare in ferie. – (L’INCIPIT del romanzo di interrompe qui).

6 – BADOLATO 1939 – DA VIA DEGLI EBREI A VIA CORSICA

Caro Tito, al paragrafo 7  “La giudecca di Badolato” inserito nella << https://www.costajonicaweb.it/lettere-a-tito-n-409-libri-e-letture-per-lestate-possibilmente-a-tutta-calabria/ >> (pubblicata alle ore 07.38 di martedì 28 giugno 2022) accennavo alla tradizione orale da me riscontrata già nel 1973 riguardo l’esistenza di una giudecca a Badolato, ovvero la presenza di una comunità ebraica. Adesso ne abbiamo la documentata certezza, grazie alle ricerche effettuate lunedì 04 luglio 2022 al Comune di Badolato da Cecé Serrao (ex Ufficiale d’Anagrafe, adesso in pensione) su mia espressa richiesta.

Infatti, come testimonia il documento evidenziato in fotografia (un particolare della Delibera n. 10 del 1939 del Commissario Prefettizio cav. Ippolito Vercillo controfirmata pure dal segretario comunale rag. Raffaele Scozzafava e, per approvazione, dal Prefetto di Catanzaro Cavani in data 15 febbraio 1939) nella toponomastica di Badolato capoluogo esisteva una “Via degli Ebrei” che, con tale Deliberazione, veniva ridenominata “Via Corsica” in ossequio alle leggi razziali del Governo fascista di Benito Mussolini, rese esecutive dalla firma di re Vittorio Emanuele terzo di Casa Savoia, avvenuta lunedì 05 settembre 1938 nella tenuta di San Rossore nei pressi di Pisa. Tale “Via degli Ebrei” molto probabilmente sarà stata la prosecuzione del “Pianoro degli Ebrei” (o viceversa) esistente nel medesimo rione Pezzi-Carra nei pressi del Girone, lato nord del borgo collinare di Badolato.

Immediatamente ne ho dato notizia al prof. Vincenzo Villella di Lamezia Terme (CZ), il quale dovrebbe così inserire Badolato nella riedizione aggiornata del suo volume “Giudecche di Calabria”. Ma, come è ormai mia antica abitudine, ho anche provveduto a partecipare la conferma e il documento ai tanti badolatesi che ho in elenco nel mio “whatsapp” ma anche ad altri che ritenevo fossero interessati. Infatti, tale notizia ha avuto davvero un buon gradimento da parte di tutti. Ne sono particolarmente lieto io che da quasi cinquanta anni inseguivo tale conferma documentata, sfuggitami per vari motivi. Ringrazio, perciò, nuovamente e di tutto cuore l’amico Vincenzo Serrao (detto Cecé) che ha dimostrato molta generosa sensibilità e personale interesse. Un grazie pure al presidente dell’associazione culturale “La Radice” di Badolato, prof. Mario Ruggero Gallelli, e al prof. Vincenzo Squillacioti, direttore della rivista omonima, longeva di 28 anni, dalla primavera 1994. Entrambi erano interessati a tale conferma documentaria.

7 – SALUTISSIMI

Caro Tito, ho vissuto tutta la vita a frequente contatto con malati e malattie, sofferenze e decessi. Mi sono convinto sempre di più che al primo posto assoluto, per tutti noi, c’è l’urgenza di combattere in modo deciso ed efficace contro le malattie di qualsiasi genere … anche quelle climatiche, caratteriali, ecc. Perché sì, il mondo si divide in due, quello malato e quello sano, in ogni settore e ambiente. Ma a distoglierci da un maggiore e migliore impegno contro tutto ciò che nuoce alla nostra salute (malattie di ogni genere corporee, spirituali, sociali, ambientali, ecc.) ci sono le troppe forme ludiche delle distrazioni di massa. E noi ne restiamo abbindolati, così come il Circo di Mangiafuoco ha distratto e risucchiato Pinocchio dai suoi doveri scolastici e di figlio. Dobbiamo assolutamente diventare più furbi e scaltri non soltanto a fare affari e carriera ma soprattutto a difendere la nostra vita dai troppi attacchi esterni e addirittura interni!

Una molto seria riflessione si rende necessaria per un centuplicato impegno a favore del nostro benessere complessivo. La nostra vita è attaccata e messa in pericolo da una infinità di pericoli e spesso non ne apprezziamo il giusto valore, mancando non soltanto di lungimiranza ma persino di amore proprio. Aiutare in modo sostanziale la ricerca scientifica è uno dei modi più concreti per fare progredire la scoperta di rimedi sempre più efficaci nel risolvere i problemi più o meno gravi della salute nostra e del nostro habitat.

Ricordiamoci, ad esempio, che i versamenti in denaro per la ricerca medica o per altre utilità pubbliche sono detraibili con la dichiarazione dei redditi … così come non ci costa nulla firmare il cinque/per/mille a favore di enti ed associazioni che operano per il bene collettivo. Rinunciare a qualche cosa di non necessario o indispensabile … essere frugali … aiutare … investire … è un atto di lungimiranza per noi stessi e per gli altri, per l’ambiente e per migliorare la vita nostra personale, collettiva e del pianeta! Insieme si può. Si deve!

Caro Tito, grazie per questa 411ma volta che mi dai la preziosa occasione di esprimermi. In attesa della Lettera n. 412, ti saluto, sempre con grande cordialità, riconoscenza e stima.

Domenico Lanciano (www.costajonicaweb.it)