Italia regionalizzata? E la Calabria? E le prossime elezioni?

Se un domani, nel 2120, qualche storico dilettante (è la mia categoria, e di solito ci azzecca più dei professionisti) studierà com’è che l’Italia è diventata federale, dovrà spiegare con il covid non dico il fatto, ma certo la sua accelerazione.
Riepilogo: dal 568, discesa dei Longobardi, e le varie fasi del XIX e XX secolo, l’Italia fu politicamente divisa; e per un elenco di entità statali non basterebbero cento pagine; leggete, se mai, il mio Storia delle Italie.

Quanto si cominciò a parlare concretamente di unità politica, la si pensò solo in termini confederali o federali (a parte le vaghe utopie del Mazzini); ma l’unificazione avvenne, per le circostanze, in forma di monarchia costituzionale unitaria e centralista; il Regno restò, come gli Stati preunitari, distinto in Province, intese però come una proiezione locale del potere centrale: Ministero della Pubblica Istruzione, Provveditorati provinciali, eccetera.

Vero che era nella coscienza generale che erano vive le identità locali; e anche in pieno XIX secolo, le cartine ufficiali mostravano le Regioni, sebbene senza un ordinamento apposito. Intanto però la corrente letteraria del verismo, non a caso iniziata in Sicilia, evidenziava, nel bene e nel male, le realtà regionali, con interessanti commistioni tra l’italiano e una sorta di sostrato dialettale.

Furono due gravi momenti di turbamento, a far nascere le Regioni a statuto speciale: la Sicilia venne istituita il 15 maggio 1946 con decreto di re Umberto II; quindi precede la Repubblica, e di due anni la costituzione; poco dopo, il Trentino Alto Adige, poi due Province autonome; e Sardegna, Aosta e Friuli.

Per le Regioni ordinarie, si dovette attendere il 1970. Nacquero in modo tumultuario, con enormi e dannose burocrazie, soprattutto al Sud; e con classi politiche di secondo e terz’ordine, e che non trovano posto in parlamento. L’autonomia fu inizialmente assai modesta. Una raffazzonata riforma costituzionale – allora nessun profeta gridò che la cost non si tocca? – allargò il concetto stesso di autonomia, equiparando enti locali e Stato…

Negli ultimi mesi, con il covid, stiamo assistendo a una confusione di ruoli e rivendicazioni. Il Veneto vuole l’autonomia, e ha forti argomenti; il governo dice qualcosa e un presidente un’altra… Si ha l’impressione che le Regioni stiano acquistando più spazio e più potere.

Ora proviamo a immaginare che il processo storico vada avanti, e che da qui a dieci anni ci ritroviamo autonomie regionali per tutti. Autonomia significa che ognuno, in larga parte, deve badare a se stesso: ebbene, se la Calabria dovesse contare sulle sue risorse (praticamente, la percentuale del bollo dell’auto), non camperebbe un mese.

Urge perciò che emerga una classe dirigente seria e senza remore e senza intellettualismi onanistici; da cui promani una classe politica operativa. Urge ridurre pesantemente la burocrazia regionale e ogni forma di parassitismo.

Urge ripensare a quello che la Calabria ha perso da mezzo secolo: la produttività agricola, pastorale, artigianale, industriale; e creare quello che non c’è: un’industria del turismo, e non balneazione a caso.
Che ne dite, di usare questi argomenti per la prossima campagna elettorale? A proposito, niente scherzi e niente covid e niente fandonie pseudogiuridiche: torniamo velocissimamente a votare per la Calabria. Chi è pronto, è pronto; chi no, peggio per lui o per loro.

Servirebbe poi anche riflettere sulla Macroregione Meridione, con assieme Calabria, Lucania, Puglia, Campania; un presidente; venti consiglieri in tutto, riuniti tre volte l’anno; pochi ed efficienti uffici; capoluogo a Melfi, come ai tempi dei Normanni. I Normanni sì che ci sapevano fare, e crearono, in modo spiccio, lo Stato!

Ulderico Nisticò