La Basilicata sì, e pure la Versilia, e la Calabria no; e i Bronzi

 A dire la verità, non c’è un Meridione omogeneo nemmeno nel male; e ci sono aree in cui qualcuno si dà da fare, e altre in cui ci si gira i pollici.

 Leggiamo che la Basilicata, o Lucania che dir si voglia, ha un progetto di valorizzazione della sua Magna Grecia. Non è moltissimo, e vi narro, lettori calabresi:

– Metaponto, oggi frazione di Bernalda, antichissima Metabo, significa oltremare; nota anche perché Pitagora, espulso da Crotone e respinto da Locri, vi trovò asilo e vi morì; mostra un tempio, detto nel Medioevo le Tavole Palatine, e altro.

– Policoro, che significa luogo antico, fu Eraclea, fondata come presidio dopo la distruzione di Siri per mano degli Achei di Metaponto, Sibari e Crotone; nota anche per la prima battaglia tra Romani e Pirro, dotato di elefanti, che, mai visti prima, furono chiamati “buoi lucani”; c’è un’area archeologica.

– Siri, fondazione degli Ioni, venne attaccata e devastata dagli Achei suddetti; ma non dovette sparire del tutto, se nel 480 aC Temistocle minacciò Euribiade, re di Sparta e irresoluto comandante supremo, che se non avesse attaccato i Persiani, egli avrebbe trasferito a Siri l’intera popolazione di Atene: curioso, se fosse avvenuto, e avrebbe cambiato la storia del mondo. Mostra museo e area archeologica.

 Mi fermo qui. Sono memorie importanti, ma non certo quanto la Magna Grecia nell’attuale territorio calabrese; cui vanno aggiunti notevoli resti di età romana come Scolacium.

 Ebbene, la Basilicata si adopera, e la Calabria no, o non a sufficienza. In Calabria tutti si riempiono la bocca di Magna Grecia, senza però avere nessuna idea precisa, e finisce lì. Le poche cose che si sanno sono palesemente decontestualizzate dalla storia. Per tutto il resto della storia calabrese e della realtà attuale, la cultura ufficiale è un continuo piagnisteo, molto spesso in italiese di base dialettofona e veste scolastica, insopportabile a sentirsi, però brulicante di premi letterari con soldi. Insomma, lacrime retribuite, ovvero l’inveterata consuetudine del chiagn’e fotte.

 È ovvio che, con questa gente depressa, la Calabria non poteva celebrare i Bronzi, e non li celebra. Già, sono troppo belli, troppo muscolosi, troppo eroici; e se potessero parlare (chissà se parlano, tra loro, nella lunghissime ore solitarie in attesa di qualche turista!), sentiremmo ἔπεα πτερόεντα, parole alate, e non grigie lamentele in lingua scolastica. No, i Bronzi non sono roba per l’intellettuale calabrese triste di professione; o, per dirla in dialetto, nòsimu, malaticcio: dal greco nosos!

 La prova? Dopo mezzo secolo, li chiamano ancora Bronzo A e Bronzo B come i moduli dell’Ufficio postale! Un poco di fantasia? Mai, l’intellettuale calabrese è piatto come la vita di una sogliola. Quanto all’assessore regionale “competente”, di lui cantiamo, con il Metastasio, che è come l’araba fenice: che vi sia, ciascun lo dice; dove sia, nessun lo sa. Ahahahahahahahahahah!

 Alla data del 12 agosto, celebrazioni zero; al modico prezzo di tre milioni di euro. Vi avverto, il 31 dicembre chiederò l’accesso agli atti, per sapere che fine fecero. E poi vediamo…

 Intanto, evviva la Basilicata. Evviva anche la lontana Versilia, che sta giocando con due copie; e fa, in Toscana, quello che la Calabria non fa.

Ulderico Nisticò