La Calabria e i giornali e tv, ovvero la calabresità inventata e vera

 Ieri sera 18, premiato dalla Proloco, l’imprenditore Caffo ha raccontato una sua esperienza personale, quando il suo direttore della succursale olandese ha scoperto, tramite il lavoro e l’incontro con lui, la Calabria, venendoci infine in vacanza e apprezzando molto la nostra terra.

 E così ha concluso il Caffo: “La Calabria reale è migliore di quella dei giornali”, e, aggiungiamo, tv. Una frase tacitiana, lapidaria, ma chiarissima, e che merita una riflessione.

 Si sa, o si dovrebbe sapere, che il giornalismo, per la sua natura di prodotto giornaliero, è condizionato dalla fretta, o dalla necessità di usare un linguaggio che sia lineare e semplice, e che preservi anche da critiche e querele sempre in agguato. Sono gli incerti del mestiere, che spiegano anche tante locuzioni, diciamo così automatiche, tipo “operatore ecologico, diversamente abile, presunto assassino… ”.

 Quando si tratta di Calabria, le frasi fatte più comuni riguardano la mafia, causa di ogni male, e, naturalmente, l’antimafia, che si cerca far credere sia costituita dal 99% della popolazione, e dal 101% degli studenti… no, scusate, studentesse e studenti, onnipresenti a ogni manifestazione, s’intende a favore di telecamera, nascosto provvisoriamente il cellulare. Ovvio che un forestiero, leggendo e vedendo, si faccia l’idea che la Calabria sia un posto pullulante di criminali atti a rapinare i poveracci; e ignori che, invece, la mafia calabrese lavora dal milione di euro in sopra, e non perde certo tempo con i furtarelli e le scazzottate generiche. Se il forestiero è di Milano, e peggio di Torino, o di certi quartieri di Roma, il forestiero, giunto in Calabria, si accorge subito che è molto più sicuro passeggiare di notte in Aspromonte che di giorno in certi quartieri di città italiane, e di N. York… Se è intelligente, capisce anche il perché, ma questo è un altro discorso.

 Se il forestiero ha interessi culturali, ha letto sui giornali che qui  “fu la Magna Grecia”, ridotta, ovvio, al solo nominare, approssimativamente, Pitagora; poi arriva e, se          qulcuno lo illumina, scopre che ci furono Bruzi, Romani, Romei, e tutto il Medioevo di castelli e chiese e cattedrali, e che senza Gioacchino non ci sarebbe stato Dante; e senza Telesio e Campanella tutta la filosofia moderna…

 Dopo aver letto che qui siamo morti di fame, scopre che siamo tutti sovrappeso, e che altrove magari ci si nutre, ma in Calabria si mangia, eccome!

 Insomma, i nemici della Calabria sono i portatori [in]sani di calabresità fasulla; intellettuali da scrivania, e che mai hanno messo piede, faccio veloce, a Gerace, Locri, Stilo, Kaulonia, Badolato, Squillace (dove mai sbarcò Ulisse, ma c’è mezzo mondo da vedere!), Scolacio, Taverna, Cropani, S. Severina, Crotone, Rossano, Papasidero, Altomonte, Paola, Cosenza, Tropea, Reggio… eccetera. E se capitano a Soverato, devono essere fortunati se per caso incontrano me e spiego loro il Gagini, il gran fallimento del 1521-2021. Eccetera.

 Urge un cambiamento di mentalità, diametrale! Urge vietare per almeno due o tre decenni ogni forma di piagnisteo segue cena; ogni film con trogloditi; ogni promessa di imminente (da qui a secoli!) felicità. Urge conoscere e far conoscere la Calabria, con tutti i suoi pregi; e, naturalmente, anche i suoi infiniti difetti: come tutti, del resto.

 Ecco un bel compitino per l’assessore regionale alla Cultura, di cui però, a oggi 19 dicembre, non abbiamo ancora sentito parlare. Vediamo dopo Natale?

Ulderico Nisticò