La Calabria e i prodotti locali

Un primato davvero non invidiabile, per la Calabria, uno dei tanti al contrario: la Calabria è, in Italia, quella che consuma di MENO i prodotti locali e regionali. Non serve commento: è una delle tante cause per cui siamo gli ultimi d’Italia e d’Europa.

C’è una causa culturale, di mentalità, di scarsa conoscenza della realtà, compresa quella alimentare e dei consumi. L’idea, diffusissima, che “qui non c’è niente” porta quasi in automatico a preferire qualsiasi cosa venga da fuori.
Vero che tante cose non ci sono, e se voglio comprare un televisore, a stento ne trovo uno prodotto in Italia, figuratevi in Calabria; e così auto e prodotto industriali in genere. Vero, ma nemmeno il Trentino produce automobili, però esporta treni di mele.

Ci sono dunque, e dovunque, molte cose che si devono, anzi che è meglio importare, e altre che di devono ed è meglio produrle e consumarle, e magari esportarle. La Calabria, che ha?
Volendo, ha qualche eccellenza non solo di prodotti naturali, ma anche di lavorazione e quindi valore aggiunto. L’esempio migliore è il vino, che deriva sì da antichi e buoni vigneti, ma da qualche decennio viene anche lavorato a dovere, e in qualche modo è conosciuto anche fuori.

Da qualche decennio, e lascamo stare gli Enotri e gli atleti magnogreci, roba di tre millenni fa; fino a mezzo secolo fa, “u vinu da casa mia” era una cosa pessima e imbevibile. Se è migliorato, viva il dio Bacco.
Ma quando il consumatore medio, anche calabrese, deve comprare qualcosa, le sue valutazioni sono piuttosto ampie: qualità e prezzo, come per qualsiasi altro bene da acquistare. Se trova vino ugualmente buono a buon prezzo, lo compra anche se non è calabrese.

Si pone quindi un problema di mercato e delle sue diverse tipologie e gradazioni.
La Calabria è orograficamente e climatologicamente assai disomogenea, dal mare alla montagna, e quindi ha prodotti molto diversi, alcuni dei quali davvero appetibili: cipolla, nduja, sardella, tonno, castagne, miele, frutti di bosco, pane…

Sì, ma se alcuni sono disponibili, molti di questi prodotti sono davvero di nicchia, e quasi introvabili; e perciò perdenti di fronte a qualsiasi distribuzione grande o media. Visitate un supermercato, e vedrete che gli scaffali dei prodotti tipici sono confinati in un trascurato angolino; e oggettivamente se ne trovano pochi.
Per evidenti ragioni di economicità, non si può produrre per pochi consumatori di gusto; salvo a tenere molto alti i prezzi, e ridurre ancora di più gli acquirenti. Lo si può fare per un gioiello o per abiti di lusso, ma non per comuni, sebbene ottimi, prodotti alimentari. Serve una programmazione regionale della produzione, che obblighi a superare i limiti dei piccoli campi e piccoli opifici.

Vale anche per i prodotti culturali e artistici, troppo spesso confinati tra lettori e spettatori di piccolo numero; e malati di un regionalismo che li rende ostici fuori dei confini regionali. La Sicilia, e un poco la Puglia, fanno del regionalismo un fenomeno internazionale; lo fece anche Napoli fino al 1970, per poi piombare nella subcultura fintopopolare. La Calabria è affetta da calabresità spocchiosa e priva di stile.

Insomma, ci sarebbero delle potenzialità, se accompagnate da una politica adeguata. Servono unità minime produttive e coordinamento della distribuzione commerciale. E anche un cambio di mentalità.

Ulderico Nisticò

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