La Calabria e i tecnici che non ci sono


Il palazzo della civiltà del lavoro a Roma

A onta delle chiacchiere generiche per cui in Calabria “non c’è lavoro”, le statistiche serie dicono il contrario: il lavoro c’è, mancano i lavoratori. Lavoratori, non “faticaturi” generici, quindi si cercano, e non si trovano, dei tecnici specifici qualificati. Come mai?

È un vizio greco (abist iniuria verbis!). Platone insegna che a comandare devono essere i filosofi (φιλόσοφοι); a difendere la città, i guerrieri (φύλακες); a lavorare, i tecnici (τεχνῖται). E siccome in Calabria tutti vogliono comandare a qualcun altro, ecco l’abbondanza di filosofi e la scarsezza di tecnici.

Quanto ai guardiani, invece, ce la siamo cavata nei secoli. Solo che i filosofi di Platone erano filosofi davvero; in versione ridotta borghese e piccolo borghese, sono gli intellettuali e professionisti, detti anche “omini e pinna”, cioè buoni solo a fare la loro attività: magari bene, ma solo quella. E con un lavoro fisicamente comodo e al chiuso di una stanza con scrivania.

C’erano un tempo i tecnici, nel senso di artigiani, bravi nel loro mestiere e solidi nella coscienza di ceto, quella di essere “mastranza”. L’ultimo maestro catanzarese della seta morì nel 1927, senza eredi. Negli anni 1970, gli artigiani vennero assunti a fare i bidelli e uscieri e roba simile, e le arti sparirono.

L’apprendistato è finito sotto i colpi di presunti diritti e “alternanza scuola lavoro” con scartoffie. E guai se dite a una mamma che il rampollo non è tagliato per gli studi classici e riuscirebbe benissimo nel lavoro: fa subito ricorso al TAR, e il TAR promuove il bimbo a grecista!

Insomma, oggi servono tecnici, e d’urgenza. I tecnici si formano con l’apprendimento diretto (“arti di tata esta menza ‘mparata”), sebbene oggi sia necessario anche un bagaglio teorico.

Nella riforma Bottai del 1939, che istituiva la Media Unica, erano previste materie tecniche; le abolì Croce nel brevissimo periodo in cui fu ministro di un governicchio Bonomi (1944), e ne derivò quella Media del latino dei miei tempi, in cui l’unica attività delle mani era il disegno.

Con la Media degli anni 1961-2, avevano iniziato benino, chiamando a insegnare dei genuini artigiani (ne ho conosciuti); poi intervennero botte di burocrazia scolastica, e, a colpi di diplomi e lauree e punteggi (spesso gonfiati), addio artigiani, e giù libri.

Riassumendo, servono:
– ripensamento altrettanto radicale della struttura della scuola;
– ripristino dell’apprendistato;
– un radicale cambiamento di mentalità: meglio un ottimo muratore che un mediocre professore e avvocato o pigro passacarte;
– adeguato pagamento dei tecnici.

Ulderico Nisticò