“La decrescita felice”: Un ritorno alla terra?

Le scoperte scientifiche degli ultimi secoli e le loro applicazioni tecniche nei vari settori ed ambiti produttivi ( industriale, agroalimentare, meccanico, elettronico) hanno modificato il sistema produttivo passando da una società fondata prevalentemente sul lavoro manuale ad una basata sul lavoro meccanizzato. L’industrializzazione   ha indubbiamente cambiato in meglio la qualità della vita delle persone, ma ha causato squilibri difficilmente rimediabili e danni incalcolabili all’ecosistema i cui effetti disastrosi cominciano a manifestarsi ed ad essere valutati solo adesso.

Le alluvioni, che puntualmente e periodicamente colpiscono intere zone di tutti i continenti , provocano danni, distruzione e morte; i tumori , una delle principali cause di morte ,  causati , da quanto ormai scientificamente dimostrato, da coltivazioni alimentari con l’uso di fertilizzanti nocivi e da allevamenti intensivi,  il surriscaldamento della terra dovuto all’emissione dai gas serra rischia di provocare la desertificazione d’interi paesi,     sono disastri dovuti non solo al progresso ed alle scoperte scientifiche , ma all’uso smodato che l’uomo fa di esse.

Il capitalismo sfrenato e famelico basato solo sul profitto ,  sul consumismo, sui falsi bisogni o sui i bisogni indotti , ha accelerato fenomeni che si sarebbero probabilmente manifestati con minore cruenza ed in tempi sicuramenti più lontani.

I potenti della terra nel g20 di Roma e nel cup26 non sembrano   aver compreso pienamente l’accelerazione esponenziale di questi fenomeni e propongono soluzioni che sono il risultato di strenui compromessi derivanti da interessi di parte non sempre sottaciuti. In questo bailamme , c’è chi ipotizza e teorizza una “decrescita felice” come unica salvezza ai guai generati dall’uomo: non più consumi sfrenati, non beni voluttuari trasformati in beni necessari, no ad una superproduzione di beni superflui, si ad una equa distribuzione delle risorse, ad una maggiore attenzione e rispetto per la natura e per l’ambiente.

E’ una teorizzazione ancora in essere dai risultati da verificare e dai risvolti economici non molto chiari, ma credo che abbia dei supporti validi e meritevoli di attenzione. Io la sto studiando e facendo mia. Il ritorno alla terra, non nostalgico come in parte risulta nel ricordo di seguito riportato ma con nuovi sistemi produttivi , una produzione di beni alimentari biologici , una sana alimentazione ed un corretto tenore di vita lontano da ritmi di lavoro eccessivi che provano stress e malattie sono auspicabili e direi necessari.

La mietitura a Filogaso.

Sono nata a Filogaso, piccolo paese del vibonese; le mie origini, le mie radici appartengono alla terra, alla mia tanto e cara amata terra, pregna di sole, colori, profumi, usi, costumi, tradizioni popolari e folklore. La mia famiglia, semplici ed umili contadini, mi ha trasmesso questo amore incondizionato per la terra: qualcosa per cui valga la pena di esistere, di vivere, di lottare. Nei meandri del mio passato ritrovo ancora una bambina immersa in immense distese di campi di grano, dipinti quà e là da purpurei papaveri, con le spighe dorate ondeggianti da una leggera brezza sotto il caldo sole di agosto di un azzurro cielo e il frinire delle cicale; quei campi mi ricordano i dipinti di Vincent van Gogh, pittore impressionista olandese della seconda metà dell’ottocento, e Io non ho paura, il bellissimo film del famoso regista Gabriele Salvatores.  

Quei campi gravidi, e ormai pronti per la mietitura, in realtà erano il frutto di duro lavoro e di un’attesa lunga un intero anno.

Zio Bruno Liberto racconta, infatti, che i campi dovevano essere preparati a partire da settembre, mantenendoli puliti con l’aratura e, infine, preparandoli per la semina con un’ultima aratura tra novembre e dicembre; nel secondo dopoguerra quest’operazione era effettuata con un aratro trainato da un paio di buoi. Il grano seminato era u ranu a cappejiu, grano Senatore Cappelli, una cultivar di grano duro molto coltivata nel passato, grazie all’elevata qualità della sua semola. Con l’inizio della primavera la natura si risvegliava facendo fare capolino alle pianticelle di grano ma anche a erbacce varie che, se non prontamente estirpate dalle contadine con l’uso di una piccola zappa detta zappottejia, avrebbero potuto avere la meglio sul grano nella naturale competizione a crescere e svilupparsi; contestualmente le pianticelle di grano appena nate venivano zappulijiate.

Mi riaffiorano i racconti antichi di nonno Francesco Selvaggio, che nella sua infanzia (anni trenta) vedeva mietere il grano a mano cu i facijjia, per poi essere raccolto in mazzetti detti gregni e successivamente in mucchi detti timogni. I chicchi di grano venivano separati dalla spiga mediante battitura con forconi e tridenti in legno, oppure tramite una pietra pesante trainata più volte lungo un percorso circolare da un bue o da un asino. Con una pala in legno veniva fatta la prima pulitura della pula (u pujiu) sollevando i chicchi di grano sotto una leggera brezza di vento, successivamente perfezionata con il lavoro paziente e preciso delle massaie attraverso l’uso du cernijjiu. Il grano così pulito veniva misurato con un recipiente in legno detto menzalora e conservato in sacchi marinari fino alla molitura.

La giornata della mietitura è da ricordare anche per il momento di convivialità vissuto durante il pranzo; consumato a terra all’ombra di una quercia secolare o di un albero d’ulivo, il cibo, rigorosamente prodotto nella propria terra, era modesto ma molto sostanzioso, essendo costituito da uova fritte, formaggi vari, sotizza, suppressati, pomodori, cipolle, olive e pane, accompagnati da un buon bicchiere di vino versato direttamente dal fiasco impagliato, nel tentativo di conservarlo fresco il più a lungo possibile durante le calde giornate estive. L’acqua era invece contenuta nel gozzarejiu in terra cotta.

Zio Bruno ricorda che negli anni quaranta la battitura viene sostituita dalla trebbiatura, grazie ad una trebbia trainata da un paio di buoi.

Negli anni cinquanta fa la sua comparsa la trebbia trainata ed azionata dal trattore, una macchina molto complessa ed al tempo stesso affascinante che ha operato nelle nostre campagne fino a tutti gli anni settanta. La complessità della trebbia derivava dall’essere una macchina in grado di tagliare i gregni, separare i chicchi dalla spiga, eliminare u puijiu ed infine imballare la paglia attraverso un’imballatrice posizionata in coda alla trebbia. Tutte queste complesse operazioni richiedevano il supporto di almeno 6/7 persone e si protraevano per l’intera giornata fino a notte fonda o per diversi giorni, a seconda del quantitativo di grano da trebbiare. Il grano così ottenuto veniva portato per la successiva molitura al mulino sito in via Diaz, a ruga du mulinu, di proprietà della famiglia Lampasi e gestito dal sig. Francesco Teti, cumpari Ciccu u mulinaru.

Successivamente questa macchina meravigliosa viene sostituita dalla più moderna mietitrebbia, sicuramente molto più produttiva ed efficace della ormai superata trebbia, non avendo bisogno del lavoro di uomini e donne nell’aia, ma priva del suo fascino. La mietitrebbia, infatti, opera direttamente nei campi di grano sostituendo la mietitura manuale con quella meccanica e trasformando in loco le spighe dorate dei campi in chicchi puliti. Ciò comporta una decisa industrializzazione della mietitura e della trebbiatura, riducendo drasticamente la necessità di ricorrere alla forza lavoro umana.

La mietitura nei campi e la trebbiatura nell’aia richiedevano diversi giorni di duro lavoro ma rappresentavano anche momenti di festa, in quanto parenti ed amici, accorsi in gran numero, al momento del pasto condividevano ciò che ognuno di loro portava. Il pane era fatto con la farina da loro stessi prodotta e rappresentava l’essenza della loro stessa vita: nonno Francesco mi ripeteva spesso “fijjia non jiettari nenti, ma prima i tuttu non jiettari u pani pecchì è sacru”. Infatti, se per caso un pezzo di pane ci cadeva per terra, lo raccoglievamo immediatamente e prima di mangiarlo lo baciavamo, quasi come richiesta di perdono a Dio.

La sacralità del pane era anche testimoniata dal segno di croce inciso con un coltello sulle pitte impastate messe a lievitare, anche come segno propiziatorio per una buona riuscita dell’infornata; il segno della croce veniva ripetuto anche prima di cominciare ad infornare.

Dei prodotti della terra , il grano rappresenta l’essenza stessa della cultura contadina e ne racchiude i valori fondanti.

NICOLA IOZZO, MIMMA VINCI