La depressione è una malattia

 Dei taleban si può dire tutto e il contrario di tutto, tranne che siano depressi; se mai, mi appaiono iperattivi, agitati; e, tra un assalto e l’altro alla capitale, tra un calcolo e l’altro di quanto dev’essere lunga la barba dei maschi e quanto devono essere incappucciate le donne, è certo che la giornata del taleb trascorre senza avere un attimo di tempo per annoiarsi. Se poi, per caso, capita che un taleb si becchi una pallottola (non certo dalla NATO, ovvio; ma una pallottola, da quelle parti, può capitare comunque), egli schiatta contento di aver fatto la volontà di Allah.

 Gli Occidentali, invece, soffrono tutti di una forma più o meno grave di depressione. C’è quella propriamente detta, che è una malattia, e io mi onoro di essere l’unico italiano che non parla di medicina a vanvera; come mi adiro se un cialtrone qualsiasi mi parla di storia o di aoristo secondo. Se è una malattia, la si curi.

 Ma la depressione in senso lato è diffusissima, e la diagnosi si fa agevolmente, guardando in faccia la gente dagli occhi spenti e dalle parole farfuglianti. Succede a tutte le età, ma, com’è ovvio, incide molto di più nell’età avanzata. Veternus, dicevano i Romani: la malattia dei vecchi.

 È diffusissima tra chi, andato in pensione, perde l’unica attività della sua vita: il lavoro. Chi, bene o male, la mattina si svegliava con una giornata programmata, e all’improvviso se la trova vuota per sé, e senza alcuna proposta da parte della comunità. Donde la solitudine, e, non raramente, scoppi di violenza sugli altri e su se stessi.

 Ed ecco l’errore, tipico della società borghese: aver identificato la vita con il lavoro (prof. Rossi, avv. Bianchi, dott. Verdi…). L’avessero fatto bene, poi… ma questo è un altro discorso. Il lavoro, per decenni, ha sostituito la vita, con qualche eccezione per le ferie, tuttavia anch’esse ormai programmate, quasi un altro lavoro.

 È una patologia prevalentemente maschile; una donna, anche la più femminista del mondo, ha sempre una polvere da spazzare, un armadio da ordinare, un marito da opprimere. I maschi, al ritorno dal lavoro, non avevano che demenziali programmi tv!

 E niente di quelle aggregazioni maschili tipo poesie di Alceo e Orazio, con qualche onesta bevuta e racconti dei reduci da qualsiasi cosa interessante; niente passione sportiva, tanto ormai le partite le decidono gli arbitri con i rigori; tanto meno politica, che ancora fino agli anni 1980-90 era una dimensione spirituale, e oggi sono liste di Pinchipalli uno più grigio dell’altro. A proposito di spirituale, anche la religione, con sempre meno seguaci, si è ridotta a un ente di assistenza, ed è priva di ogni metafisica, di ogni fascino dell’arcano e del divino, o almeno del numinoso. Tornando all’esempio di sopra, il taleb, morendo, sa che andrà in Paradiso di Maometto; mentre anche il devoto occidentale, defungendo, pensa che finirà in decomposizione e tanti saluti: così gli hanno insegnato a scuola, e raramente il parroco lo ha smentito durante le sue prediche umanitarie.

 Insomma, l’occidentale è scarso di emozioni, e perciò depresso. Se andate a studiarvi Giovan Battista Vico, capirete che succede sempre nell’età della ragione, quando le civiltà raggiungono il loro apice e poi crollano per collasso morale interno; insomma, per tedio e noia.

 E il Vico v’insegnerebbe che è tutto un fatto di comunità e della sua crici, e non di individuo. Anzi, la causa intrinseca della depressione è proprio l’eccesso di individuo, presunti diritti inclusi, e difetto immane di comunità; e in una patetica “ricerca della felicità” piccolissimo borghese, una roba praticamente fatta di acquisti suggeriti dalla pubblicità.

 Conclusione. In attesa dell’inevitabile crollo del degenerato Occidente, per lo meno, amici lettori, trovatevi qualcosa da fare. Uno Stato serio prenderebbe provvedimenti: ma di Stato serio è un’altra cosa di cui siamo scarsissimi.

Ulderico Nisticò