La falsa leggenda, ovvero bufala, dell’età dell’oro


Ecco cosa ne dice Ovidio nel I delle Metamorfosi,

con mia traduzione volutamente letterale.

“Per prima fu creata l’Età Aurea, in cui senza punizione,
spontaneamente, senza legge praticavano la fede e il giusto.
Non c’erano pena e timore, né parole minacciose su affisso
bronzo si leggevano, né supplice turba temeva
le parole del giudice, ma senza punizione stavano sicuri.
Non tagliato ancora dai suoi monti, per visitare un mondo straniero,
il pino era sceso nelle liquide onde,
e i mortali non conoscevano altre che le loro spiagge;
non ancora i profondi fossati cingevano le città;
non tube di dritto bronzo, non corni di bronzo curvo,
non elmi, non spada c’erano: senza servirsi di soldati,
tranquille le genti conducevano placidi riposi.
Senza intervento e non toccata da rastrello o
ferita da vomeri, la terra da sé dava ogni cosa,
e contenti di cibi creati senza che nessuno lo comandasse

raccoglievano i frutti degli alberi e le fragole dei monti

e i cornioli e le more appese ai duri roveti
e le ghiande che erano cadute dal vasto albero di Giove.
Eterna era la primavera, e con tiepidi soffi i placidi
Zefiri accarezzavano i fiori nati senza seme;
e subito la terra non arata produce messi,
e il campo mai rinnovato s’imbiancava di gravide spighe;
scorrevano ormai fiumi di latte, ormai fiumi di nettare,
e dal verde leccio stillava il biondo miele”.

Publio Ovidio Nasone (Sulmona, 43 aC; 17/8 dC a Tomi) liquida con pochi versi l’antichissimo mito dell’Età dell’oro: ma era un uomo di città, finché “carmen et error” non lo fecero morire relegato in un posto sperduto del Mar Nero: un famoso giallo letterario tuttora da svelare, e che ci sfiora,, se davvero coinvolse Giulia figlia di Augusto, la quale era finita relegata anche lei, ma in un luogo molto più comodo: Reggio; e anche sulla sua morte… ma ne parliamo un’altra volta.

L’Età dell’oro è una leggenda che troviamo in tantissime narrazioni mitologiche e religiose: basti per tutti l’Eden di Adamo ed Eva.

Ed è un mito che ritorna ogni volta che (qui ancora ci soccorre il Vico) un popolo patisce le due conseguenze più ovvie del progresso: pace e comodità, quindi la noia. Allora qualcuno, stanco del presente e delle fughe in avanti verso una felicità tipo vite a spirale, quindi irraggiungibile, sogna un passato felice. C’è chi ha un nonno barone, c’è chi s’inventa una storia meridionale fasulla, c’è chi campa di Magna Grecia in cui erano tutti filosofi e poeti… Ma sono casi psicanalitici.

Ci fu, e c’è, chi dell’Età dell’oro fece un concetto filosofico e poetico, campato in aria e perciò convincente. Leggiamo i bei versi dell’Aminta del Tasso, “O bell’età dell’oro… ” con palesi risvolti erotici; e troviamo quel grandioso fenomeno non solo culturale ma anche sociale e politico che fu l’Arcadia, creato dalla regina Cristina di Svezia, in esilio perché divenuta cattolica, e dal nostro conterraneo Gian Vincenzo Gravina; e che vide un inedito rovesciamento dei ruoli sociali, se l’imperatrice Maria Teresa era in Arcadia solo una “pastorella”.

Intanto avveniva un confronto e scontro tra gli Europei e i popoli Amerindiani, alcuni di elevata (e contraddittoria) civiltà, altri di condizioni tecnologiche e ambientali tali da farli definire “selvaggi”. Il Rousseau, che non ne aveva mai visto uno, teorizzò “le bon sauvage” vivente nello “stato di natura”: selvaggio, buono, pacifico, democratico, felice. Invano il Vico affermò trattarsi di “sformati racconti di viaggiatori per dare smaltimento ai loro libri”; invano i missionari gesuiti, domenicani, francescani riscontrarono l’umanità nei popoli indigeni. Invano Claude Levy Strauss (1908-2009) andò a studiare quei popoli, e in “Tristi Tropici” dimostrò che non erano né democratici né felici né pacifici né buoni, e soprattutto non erano selvaggi ma esseri umani con un complesso sistema metafisico e di visione del mondo, e lingue quanto più arcaiche, tanto più complesse. Guardate che posso dire lo stesso del greco e del latino!

Tuttora ci sono, e tantissimi, che vanno in cerca di selvaggi buoni; e siccome non esistono, promuovono a buoni dei selvaggi qualsiasi, di qualsiasi colore e di qualsiasi periferia; e s’inventano “valori” del tutto fasulli, e “cultura” dove c’è solo degrado umano e morale.

Guardate che nelle ubbie di Rousseau incappò persino il glaciale Marx, profetizzando un mondo felice di proletari miti e buoni. Si sa come andò a finire.

Poi ci sono quelli che vorrebbero tornare a vivere nel calabresissimo paesello di Belforte (non c’è da secoli), senza tv, senza telefono, senza supermercato, senza automobili. E magari ci vanno pure… mezza giornata.

La colpa non è di Ovidio, il quale era un uomo di città; e se lo lasciavano, o se non commetteva sciocchezze, sarebbe volentieri morto a Roma e non a Tomi…

È ora di rifondare un movimento di MODERNISMO REAZIONARIO. Ne riparliamo.

Ulderico Nisticò