La felicità e l’invidia

 Una volta cercavano notizie su tutti i parenti lontani, prima di arruolare qualcuno tra i Carabinieri. Oggi un matto conclamato (“con problemi psichiatrici”) rientra in servizio con tanto di pistola: la usa, e ammazza. Effetti dell’ideologia spacciata per scienza. Ora vedrete che il matto, ritenuto sano per portare un’arma, verrà ridichiarato matto per poterlo scarcerare. E la pistola, perché no?

 Il caso dell’altro matto assassino ha bisogno di un’analisi non solo personale. Ha dichiarato di aver ucciso eccetera perché invidiava, nella sua vita infelice, la felicità degli altri. L’invidia, come una volta s’insegnava al Catechismo, mosse il diavolo a ribellarsi a Dio; e continua a invidiare gli uomini, cercando di portarli all’Inferno.

 Ebbene, se c’è un luogo che pare… no, è fatto apposta per sceneggiare la felicità, è il supermercato, luogo i cui colori e odori danno l’idea che se uno compra qualcosa non soddisfa delle normali esigenze, bensì si procura la felicità.

 Ed ecco che la pubblicità ci mostra gente sorridente, donne bellissime, ammiccanti e cotonate anche in cucina, bambini vogliosi di correre a scuola; il tutto, solo se prima avranno comprato le patatine X o la bevanda Y, eccetera. Fosse così facile, con qualche decina di euro di spesa…

 Ogni tanto qualcuno tira fuori niente di meno che il diritto alla felicità. Si tratta di un equivoco semantico ben noto agli storiografi e ai linguisti, tra due parole francesi del XVIII secolo: bonheur, che significa soddisfacente stato d’animo spirituale; e il latinismo felicité, che invece significa prosperità: e sono due cose molto diverse, giacché è sotto gli occhi di tutti che una persona può essere ricca e infelice e suicidarsi, caso frequente, se possiede automobili di gran lusso e non sa dove andare; e, per strano che paia, è possibile anche il contrario: un povero passabilmente contento di vivere; e comunque la felicità non può dipendere da cose esterne all’anima.

 Insomma, quelli che vanno al supermercato subiscono sì un condizionamento pubblicitario, e magari spendono più di quanto avevano preventivato e di quanto possono, però non sono certo per tale ragione felici.

 È dunque ora di finirla di pensare a un mondo fondato su una cosa impossibile, la felicità; e tornare a una visione seria della vita. Seria, non seriosa: ovvero, come scrive Goethe, “Settimana faticosa, festa lieta”. Giusto, ma non si può inseguire la leggenda di una settimana di sette domeniche, che non è solo è impossibile, soprattutto sarebbe una noia mortale.

 Vale per tutti, non solo per i pazzi, carabinieri e borghesi. I matti, non devono certo andare in giro armati e in divisa; e, se borghesi, bisogna tenerli d’occhio.

Ulderico Nisticò