La gara di Gioia Tauro


 Gioia Tauro è in gara, tra dieci centri selezionati, come Città del mare. Spero ce la faccia, dopo la raffica di fallimenti calabresi nei contati di diventare capitali della cultura.

Non ha bisogno di soccorso il porto moderno, che è il più importante del Mediterraneo. Prese il posto di un altro calabro fallimento, anzi palese inganno: il presunto centro siderurgico, che servì solo a devastare l’agricoltura. Ora vi dovrei raccontare gli scontri di Gioia Tauro del 31 luglio 1977, di cui io fui parte notevole, e gli strascici di Soverato nei giorni seguenti: mi fermo, per non distrarvi. Venne fuori il porto, che, in quanto “transhipment” è importante; in quanto porto nel senso classico, stendiamo un velo pietoso, ricordando solo che ci vollero quarant’anni per un binario.

Voglio fare lo storico. Mentre, afferma Polibio, la costa ionica è “senza porti” da Reggio a Taranto, il Tirreno fu sempre portuoso; e gli antichi parlano di Porto d’Ercole, Porto di Oreste, e di scontri navali nella Guerra civile tra Cesare e Pompeo.

In tempi più recenti, è nota la frequentazione di Gioia, purtroppo anche da pirati turchi, poi da commercianti inglesi e olandesi per l’acquisto dell’olio a scopi industriali; e che portarono sicuramente monete pregiate, e, credo, anche baccalà e stoccafisso, che incontrarono le acque aspromontane, con gli ottimi risultati che sappiamo. I depositi di olio sono anche delle graziose ed elegante opere d’arte.

Insomma, c’è una storia millenaria che, accanto al presente, corrobora la richiesta di Gioia Tauro. Mi auguro che se ne sappiano giovare, evidenziando ogni aspetto positivo e culturale.

La Calabria tutta deve collaborare: la Regione, le Province, i Comuni, le Università… Gli intellettuali piagnoni segue cena, è meglio se non compaiono, o faranno danni.

Ulderico Nisticò