La legge e la realtà

 Il diritto romano, che è il diritto, si fonda sull’esigenza di normare la realtà, anche quando questa si evolve o s’involve. Di fronte a una questione di religione, l’imperatore Tiberio così disse in senato: “Deorum iniuriae, dis curae”, ovvero, Si curino gli dei delle offese arrecate agli dei.

 In tempi più remoti, il diritto romano si estendeva solo a pochissimi cittadini padri di famiglia; e i plebei ne erano esclusi. Quando i plebei crebbero per potenza e valore militare, anche i più superbi dei patrizi pensarono bene non di togliersi la toga, ma di mettere la toga anche sulle spalle plebee, e nacque il caso unico di una repubblica aristocratica di massa.

 Giusto, però l’antico matrimonio sacro dei patrizi, unico modello di matrimonio, con i suoi lunghi riti (nuptiae), i suoi complessi e costosi sacrifici di toro, maiale e pecora, il suo finto rapimento come ai tempi delle Sabine, venne meno, e sotto il prefato Tiberio non si trovarono tre fanciulli nati da un matrimonio confarreato e sacro, necessari per un certo rito.

 Aveva preso piede il matrimonio civile, con relativo divorzio abbastanza facile: ricordiamo i casi di Catone Uticense, Cicerone, Cesare, Ottaviano… Vero, ma tutto regolato dalla legge.

 Anche la convivenza, come quella di Agostino, da cui ebbe un figlio Adeoato. La legge la regolava: la donna poteva essere ripudiata, ma non abbandonata.

 Insomma, legge che si adeguava.

 Anche oggi, la soluzione di ogni convivenza è banalmente insita nel diritto civile: basta chiamarla convivenza e non famiglia, e siamo tutti d’accordo.

 Un convento di frati, una caserma dei carabinieri non sono famiglie, ma convivenze con delle regole interne, accettate implicitamente ed esplicitamente da tutti i monaci e da tutti i militari; ma nei loro rapporti con il mondo esterno, della bolletta della luce risponde il priore o il maresciallo, non ogni singolo frate o singolo carabiniere; e arriva una sola bolletta per convento o caserma.

 Se io ho necessità di stare a Roma per studi o lavoro, e mi associo con un amico che ha la stessa esigenza, ci accordiamo (meglio se per iscritto) su luce e gas e fitto e condominio eccetera; ma non siamo (quod Deus avertat) una famiglia né una coppia; e se “coppia” fossimo (è Pesce d’aprile), non deve risultare da nessuna parte, e non modifica né il fitto né le bollette.

 Quello che avviene in privato, del resto, appartiene “al foro interno, del quale nessun legislatore giammai s’impicciò”, come insegna il Vico. E nemmeno si vede perché lo si debba raccontare in giro.

 E lo so bene: se i muri delle case potessero parlare… e quelli dei conventi… e delle caserme… e i bagni delle scuole…

 Ma il compito della legge non è far rispettare o meno il VI Comandamento: quello è compito della Chiesa. La legge deve regolare ogni forma di convivenza, e possiede tutti gli strumenti per farlo, senza usare la parola famiglia, che ha un significato solo.

 A patto che la politica faccia come gli imperatori romani, i quali, di solito valenti guerrieri, non erano giuristi, e lasciavano fare a quelli del mestiere, per apporre poi la firma, e avvalorare il lavoro dei dotti con l’autorità e la gloria dell’Impero.

 È quello di cui oggi andiamo scarsi: i giurisperiti, e le leggi le fanno i giornali e i politicanti.

Ulderico Nisticò