La lettera di Alessio: “Cara Calabria, mi piange il cuore ma non puoi offrire dignità ai tuoi figli: scappo anche io”

“Cara Calabria, sei riuscita a far scappare tanta gente, mi piange il cuore per te, Calabria. Stai perdendo: i più onesti, i più sognatori, i più intelligenti, i più coraggiosi, i più lavoratori”. Inizia così la lettera di Alessio Tundis, anche lui tra i calabresi costretti dalla crisi a lasciare la loro amata città d’origine. Ad Alessio, 21 anni, non resta che scrivere, raccontando proprio a lei, la sua Calabria, la decisione di andar via, affidandole tutta la tristezza di una scelta obbligata ma mettendo a nudo le difficoltà e le ingiustizie con cui i giovani calabresi devono fare i conti tutti i giorni. Perché la Calabria ha tanto da offrire “ma sai – scrive ancora Alessio – quando c’è di mezzo il futuro le tue “ricchezze” valgono ben poco”.

Nel dibattito sui giovani che lasciano l’Italia per avere una possibilità all’estero, la lettera di Alessio risponde a quanti accusano di privilegio i ragazzi che fuggono. Non c’è nessun privilegio nel dover lasciare la propria terra, “il cuore è diviso a metà” e privilegiati, sembra dire Alessio, sono tutti quelli che restano in Calabria e che trovano un lavoro (o non ne hanno bisogno) perché “figli di papà”.

 Ma Alessio non è uno di quelli, racconta, ed è ora costretto ad abbandonare la sua città in provincia di Cosenza. “Perché tu lo sai – rivolgendosi sempre alla Calabria – c’è una cosa che per noi viene sempre prima di tutto: la famiglia. E quando c’è da sacrificarsi per mantenerne o costruirne una, i calabresi sono così forti da riuscire a spezzarsi letteralmente in due: il cuore a casa , la mente e le mani altrove, sul posto di lavoro.”

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